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UN PONTE CON L’ORIENTE

In Senza categoria on luglio 14, 2016 at 1:12 pm

Melandri ci spiega perché i musei possono essere avamposto culturale per comprendere i mutamenti geopolitici del Mediterraneo. Cominciando con l’arte

Intervista di Sofia Silva pubblicata su Il Foglio il 14/07/2016

Giovanna Melandri, presidente della Fondazione MAXXI, mi accoglie nel suo studio lisciando le pieghe del vestito a fiori. Si sbarazza dei tacchi e indossa un paio di comode ballerine, sorridendo. Si è appena conclusa la conferenza stampa di inaugurazione della mostra dell’artista pachistana Shahzia Sikander (1969, Lahore) durante la quale Melandri, con voce fiera, ha annunciato: “Le opere di Shahzia aiutano a interrogarsi sui temi legati all’identità. Ormai avrete capito, il MAXXI stesso si sta interrogando su questi temi”. Nel corso dell’interviste Melandri modula la voce inseguendo registri diversi: se la schiarisce, riprende alcune domande dieci o venti minuti dopo che gliele ho poste, tituba per alcuni secondi, va sulla difensiva quando fingo un tono accusatorio, se ne ritrae non appena me ne ritraggo; ha un bella parlata, calibrata tra l’istituzionale e il confidenziale senza che il primo sembri un dovere e il secondo un segreto spifferato all’orecchio. Il MAXXI è un museo nazionale, subito chiarisce Melandri: “Questa non è una istituzione romana. No, no e no”. Il MAXXI è LA istituzione nazionale dedicata al contemporaneo e ha un perimetro ampio, occupandosi d’arte, architettura, fotografia. E’ nazionale in quanto vigilato – parola ripetuta da Melandri stessa: vigilato – dal MiBACT, ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo. Basta parlare di MAXXI e MACRO come fossero gemelli, il primo è museo nazionale, il secondo romano. Giovanna Melandri è Presidente della Fondazione MAXXI. Hou Hanru (l963, Canton, Cina) è il direttore artistico della Fondazione MAXXI. Questo significa che è Hou Hanru a proporre la programmazione artistica del museo, gli artisti da invitare, le mostre temporanee da allestire, le tematiche da affrontare, le opere da acquisire nella collezione permanente. Hou Hanru, professione: curatore. Giovanna Melandri è una fan di Hou Hanru. E’ stata lei la prima Presidente a introdurre la figura del direttore artistico. Ha scelto Hanru tramite un concorso e lui l’ha conquistata dicendo: “Affacciamoci sul medio oriente, sul Mediterraneo, parliamo si della scena italiana con il Premio MAXXI, con la collezione, ma integriamo un grande lavoro di scavo sul medio oriente. This museum is a tool for culture diplomacy“.

Il MAXXI ha in corso un lungo focus sul medio oriente, nel comunicato stampa il museo è definito come “avamposto verso il Mediterraneo e il Medioriente”. Nel 2014 s’inaugura la mostra sull’arte contemporanea in Iran: Unedited History. Iran 1978-2014. Nel 2015: Istanbul. Passione, gioia, furore. Nel 2016 AMOS GITAI. Chronicle of an Assasination Foretold, mostra d’omaggio al grande Rabin. Il MAXXI sta bene, anzi, sta molto meglio. “Lo scorso 20 giugno il CdA ha approvato il Bilancio consuntivo 2015. Il dato più significativo è che la proporzione tra le spese di gestione e quelle per le attività culturali si è, negli ultimi tre anni, progressivamente allineata. Quando nel 2012 il nuovo consiglio di amministrazione si è insediato il rapporto era 70 a 30: 70 di costi di funzionamento e 30 per le mostre e le altre attività. Nel 2013 il rapporto è diventato di 60 a 40, nel 2014 54 a 46 e quest’anno il conto consuntivo fa registrare la punta: 50 a 50. Frutto di un’azione di controllo della spesa e di un drastico taglio dei costi, che hanno permesso di liberare risorse per le iniziative culturali e per la collezione”, continua fiera Melandri. La collezione permanente, caposaldo di ogni museo, da non confondere con le mostre temporanee. Proprio la Presidente ha scelto di aprire la collezione gratuitamente al pubblico, una scelta giusta, coraggiosissima.

Quando non si occupa di medio oriente, a Hou Hanru, che ha un bellissimo sorriso e ride molto, piacciono la pace e l’accoglienza. A questi due temi sono dedicate JIMMIE DURHAM. Sound and Silliness e Benvenuto! Sis]ej Xhafa, monografica dedicata al kosovaro Xhafa aperta fino a ottobre. Xhafa si occupa di antimonumenti: in mostra ci sono glutei marmorei in rovina, forse frammento di un’antica statua, intrappolati in una fotocopiatrice; c’è Giuseppe e qui cito il comunicato stampa: “Una scultura in marmo nero che riproduce Garibaldi con una busta di plastica e alcune zollette di zucchero in mano: una riflessione sul concetto di eroe moderno, sul tema dell’identità e sull’idea contemporanea di monumento celebrativo”. Da una parte gli antimonumenti, dall’altra l’ipermonumentalità italica nelle fotografie esposte presso Ertraordinary Visions. L’italia ci guarda, a cura di Margherita Guccione, Direttore del MAXXI Architettura. (Il museo ha due anime, arte e architettura, ben distinte). Una mostra impeccabile che narra l’infinito romanzo italiano dalle fotografie Coppa del Nonno, sedia di plastica e profumo d’estate di Luigi Ghirri ai petti imberbi e lunari dei ventisette italiani figli di immigrati immortalati da Mustafa Sabbagh, Made in Italy© – Handle with care. E poi Massimo Vitali con la sua Mondello Beach, spiaggia troppo bianca, troppi bagnanti, troppo felici, troppo lontani, troppi palloni galleggianti, troppi pedalò, troppo sole, che meraviglia. C’è anche Guido Guidi, che è stato mio professore di fotografia, e diceva sempre di rintracciare il W e la M, i simboli della visione, in ogni inquadratura, che anche Piero della Francesca faceva cosi.

Avendo visitato le mostre poco prima dell’intervista, mi ritrovo nello studio di Giovanna Melandri con la testa bruciante di considerazioni personali, tipo che l’Italia è bellissima, ma non ho mai mangiato una Coppa del Nonno e non la voglio mangiare. Luigi Ghirri e i suoi colleghi sono troppo meravigliosi, ci hanno intorpiditi, ci hanno fatto diventare esponenti di punta del romanticismo storico e dello storicismo romantico (persino al Foglio c’è una falange ghirriana) e stiamo tutti su sedie di plastica sul ciglio di superstrade assolate ad ascoltare a palla Radio Birikina. Sì, con quaranta di febbre e le rughe dell’abbronzatura, quelle che ci faremo fotografare a ottant’anni, un po’ sdentati, in coda su una litoranea per apparire 100 per cento italiani. Li amo, li amo sfegatatamente questi scorci d’Italia, ma non ne posso più. Nello studio della Melandri il sound si fa hardcore, presidente di una fondazione museale nazionale ma anche, così mi piace pensare, agente dei servizi segreti. Sarà perché il tema è la misteriosa Farah Diba. Nel 2017 il MAXXI ospiterà una mostra di opere provenienti dal Museo d’arte contemporanea di Teheran, la collezione di Farab Diba, opere tenute per quarant’anni nei depositi del Museo, molte delle quali mai uscite prima. Chiedo alla Presidente di parlarmene. Lei mi risponde: “E’ un’avventura, infatti non vorrei nemmeno dire…… Prende tempo. “Non è semplice, è un’operazione molto complicata. L’Iran è un paese in transizione, tutti ci auguriamo che sia una transizione che vada nella direzione auspicata. Non è facile. Quella che stiamo compiendo è un’operazione importantissima”. Pausa. Poi continua: “E una triangolazione tra noi, la Neue Nationalgalerie di Berlino e il MoCa di Teheran. Io sono andata, abbiamo firmato”. Melandri è al contempo cauta ed emozionata nel parlare di questo progetto: “La bolla storia – mi dice – per me è questa. forse vale la pena raccontarla. Farah Diba raccoglie negli anni Settanta una collezione straordinaria di arte contemporanea, tutta la Pop Art americana, Rothko, Pollock, Bacon, oltre che una collezione di arte moderna. Quando fugge nel 1978, scappa dal paese e non trafuga nemmeno un’opera. Non so quante teste coronate in giro per il mondo… Francamente, chapeau. Questa collezione era stata pensata non per un suo utilizzo personale, ma per il Museo di arte contemporanea di Teheran, che nel frattempo era stato costruito da un architetto che porta il suo stesso cognome, Diba. Poi, la rivoluzione islamica. Qualche opera è già uscita, una o due opere, diciamo quelle accettabili dalla censura; le altre, tra cui un trittico di Bacon con un nudo e tutta la Pop art americana, rimangono invisibili agli occhi per quarant’anni. In questo clima, questo nuovo clima, in questa apertura dell’Iran, alcune opere oggi cominciano a salire dai depositi al museo su nelle gallerie. Io sono stata in Iran varie volte in questi mesi, ho visto Pollock, ho visto un Rothko meraviglioso”, conclude Melandri. “E perché in collaborazione con la Neue Nationalgalerie di Berlino?”, le chiedo. “Ci siamo un po’ trovati a metà strada”, risponde, “E poi è un’operazione molto onerosa. Io voglio dirlo pubblicamente, questo è un progetto che si sta realizzando grazie al fatto che noi siamo uno strumento di politica culturale e di diplomazia culturale e se io non avessi avuto il sostegno e l’incoraggiamento del Ministro degli Esteri, del Ministro dello Sviluppo,..”. E’ molto curiosa, Melandri, affascinante, provo a inoltrarmi verso sentieri più intimi domandandole del rapporto tra lei e gli spazi museali prima di divenire Presidente del MAXXI. “Se proprio devo parlare della mia biografia personale… Sa, quella la chiamo la mia vita precedente”, si schermisce riferendosi ai suoi anni da ministro. La guardo immobile per un po’ di secondi, le dico che non m’importa dei ministeri, che voglio sapere di lei bambina, ed ecco che Melandri si apre a questo racconto: “Prima di arrivare alla me bambina, partiamo dalla mia vita precedente. Io sono vittima delle mie macchinazioni perché l’idea di realizzare un museo in Italia, a Roma, in una ex caserma, bandendo un concorso internazionale di architettura poi vinto da Zaha Hadid, fu mia, da ministro. Devo dire anche —poi arriviamo alla bambina, non scappo – che sono molto contenta. Sinceramente, ci sono stati molti anni di black-out dopo di me. Ci sono stati quindici anni di disinvestimento nella cultura [gli anni dalla fine del suo mandato all’inizio di quello di Franceschini]. Io apprezzo molto Franceschini, non lo dico così, tanto per, anzi non l’avrei potuto dire di tanti altri ministri prima”. “Sì, ma Melandri bambina…” penso tra me e me. Melandri continua: “A 18 anni sono stata un anno a Berlino, a 20 un anno a New York. Una delle cose che facevo e amavo fare era andare al Guggenheim, al MoMA, nei musei e ho ancora a casa uno scaffale pieno di miei quaderni con appunti, riflessioni e pensieri, come gli adolescenti sanno e possono fare. Evviva loro, Appunti tratti dallo sguardo su quelle opere. Mi ricordo che The Spiritual in Art di Kandinsky è stato uno dei librettini, un libriccino piccolo, che a vent’anni ho letto a New York. Mi ha guidato, ispirato, mi ha fatto pensare. Poi io sono un’economista. Se mi devo spingere un minuto sulla mia biografia personale, cosa che non amo fare, però facciamolo, io sono un’economista che ha avuto il dono d’incontrare sulla propria strada un grande umanista, perché sono stata un’allieva di Federico Caffè, che peraltro è sparito negli anni in cui io frequentavo il suo studio alla Sapienza, stavo laureandomi con lui quando lui è sparito. Noi andavamo per sentire le lezioni di macroeconomia 1 e 2 e lui ci leggeva Shakespeare. Poi le cose buffe della vita, le coincidenze, sono state che quando abbiamo fatto la mostra di Lara Favaretto, bellissima mostra che ha prodotto una fantastica donazione al museo, lei ha fatto un lavoro che s’intitola Good Luck, sugli scomparsi, uno dei suoi cenotafi dedicati a queste figure della storia del pensiero che sono scomparse, decidendo di sottrarsi all’occhio pubblico. Il cenotafio era dedicato proprio a Federico Caffè. Io mi sono commossa quando ho trovato un’artista che ha riconosciuto nel mio Prof. di economia…”.

Melandri prende una pausa, forse pensa di dilungarsi nella sua avventurosa biografia. La guardo in silenzio e lei continua: “Caffè si sarà suicidato immagino, comunque si è sottratto allo sguardo pubblico, era un grande maestro, un grande umanista, molto in crisi alla fine degli anni Ottanta perché sentiva di avere perso culturalmente, lui era un keynesiano, erano gli anni ruggenti del Reaganomics, del Washington Consensus. aveva vinto il liberismo sfrenato, mettiamola così”. Breve inciso: lettori del Foglio, state buoni, non si sta dicendo che è colpa del neoliberismo, si sta ricordando un grande pensatore.

Di quel che Hou Hanru disse a Melandri durante il loro primo incontro la Presidente ricorda che il curatore spiegò come il MAXXI fosse l’ultimo arrivato nella mappa dei musei nazionali per il contemporaneo. Hanru le dimostrò quante fosse necessario darsi un po’ di anni di lavoro per costruirsi un’identità. Shaping a new identity – ripete ancora oggi Melandri citando quelle prime parole di Hanru. In questi anni il MAXXI ha acquisito un’identità; forse spetta a ogni visitatore del museo decidere quale. Io penso di averla rintracciata in due opere e in un intervento curatoriale su cui Melandri si è soffermata più a lungo nel corso della nostra conversazione. L’intervento curatoriale risale alla mostra Unedited History. Iran. 1978-2014: a ogni opera presente in mostra vennero affiancate due didascalie, una scritta dai curatori, l’altra scritta dalla comunità iraniana di Roma. Un caso di mediazione culturale intrinseca all’esposizione. La prima opera in cui vedo l’anima del MAXXI è invece Disarm del messicano Pedro Reyes, esposta nella mostra Transformers, dedicata alla mutazione della materia. Reyes convertì decine, centinaia di armi, tra cui molti kalashnikov, in strumenti musicali. Di fianco a lui Choi Jeong-hwa installava una foresta di scolapasta, una cascata di liane-seolapasta. (Non potevo fare a meno di scriverlo, ma focalizzatevi su Reyes). La terza opera in cui penso di aver colto l’identità del MAXXI è Portrait of the Artist di Shahzia Sikander, una serie di quattro incisioni richiamanti tecniche e immaginari dell’antica miniatura indiana, introdotte da un testo di Ayad Akthar, premio Pulitzer, che scrive: “Tale è la forma della chiamata profetica, e ogni artista vi riconoscerà l’annunciazione di una vocazione superiore, una via reale che porta al cerchio degli eletti. Per usare le parole di quel grande pretendente al trono della profezia moderna, James Joyce: quale opera più grande può esserci, per un artista, del dare forma alla coscienza increata della propria razza? Così fu per colui noto come Maometto, la cui scelta della grotta di Hira non sarebbe stata che il preludio di ciò che sarebbe avvenuto: la profonda e imperitura creazione della coscienza della sua razza… l’islam stesso”. Misteriosa l’opera, misterioso il testo, addentriamoci nel mistero sempre portatore di verità.

Per più di un’ora ho posto al Presidente domande che avrei dovuto porre al direttore artistico, perché mi piace vedere l’arte che alberga dietro al potere. Nella mia testa frullano strani pensieri, butto una frase a caso: “Sempre più artisti e curatori sono ossessionati dal potere”. Suona ambigua e mi mordo la lingua. Melandri risponde citandomi una foto di Armin Linke, ora in mostra al museo, che ritrae la stanza segreta del controllo dell’intelligenza artificiale in Italia e dice: “L’immagine del vero controllo. Ecco, il tema del controllo di foucaultiana memoria è decisivo per Hanru”.

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