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EXTRAORDINARY VISIONS. L’ITALIA CI GUARDA

In Senza categoria on maggio 31, 2016 at 4:10 pm

 

Il MAXXI festeggia i 70 anni della nascita della Repubblica Italiana con una grande mostra fotografica: Extraordinary Visions. L’Italia ci guarda. Un vero e proprio “Atlante” poetico e documentario, sociale e istituzionale, dell’Italia degli ultimi trent’anni.

L’esposizione collettiva riunisce più di centotrenta scatti dei maggiori fotografi nazionali e internazionali che hanno posato il proprio sguardo sul nostro Paese; una riflessione su come l’Italia si è mostrata ed è stata guardata negli ultimi decenni.

A partire dalla rivoluzionaria interpretazione del paesaggio di Luigi Ghirri, passando per la lucida descrizione architettonica di Gabriele Basilico, lo sguardo immaginifico di Mimmo Jodice e Franco Fontana, la lettura documentaria di Berengo Gardin, le architetture e gli spazi sacri di Hiroshi Sugimoto e quelli della politica di Armin Linke, i ritratti di Ugo Mulas fino ai luoghi del turismo di massa ripresi da Massimo Vitali e al racconto dell’attualità compiuta dai grandi nomi del reportage.

La mostra si snoda in quattro sezioni, un vero e proprio percorso narrativo in grado di dare luce e corpo alle diverse identità del Paese.

Gran parte delle opere sono progetti di committenza, immagini commissionate dal MAXXI in occasione di progetti di ricerca o mostre; ma Extraordinary Visions è anche un’importante opportunità per presentare l’ultima acquisizione, realizzata grazie al contributo degli Amici del Museo, che hanno reso possibile l’incremento della nostra collezione con le opere di Alessandro Imbriaco, Tommaso Bonaventura e Fabio Severo. Sono le fotografie delle abitazioni dei membri delle organizzazioni mafiose e una grande stampa del maxi processo nell’aula Bunker del Carcere dell’Ucciardone di Palermo.

Con questa straordinaria mostra il MAXXI si conferma quindi laboratorio della creatività contemporanea: esposizioni, incontri, programmi di approfondimento, rassegne cinematografiche e lezioni, per raccontare la ricchezza e la complessità del presente. Un viaggio attraverso il tempo, i luoghi, gli avvenimenti grandi e piccoli immortalati con la potenza dell’obiettivo perché, come afferma Mario Cresci “Indagare all’interno della scrittura fotografica significa continuare ad approfondire e a scoprire, volta per volta, il nostro rapporto con il reale e l’immaginario nei confronti di una società che sta mutando rapidamente”.[1]

Giovanna Melandri

Presidente Fondazione MAXXI

 

[1] M. Cresci, in F. Fabiani (a cura di), MAXXI Architettura. Fotografia Le Collezioni, Electa, Milano 2010, p. 150

BENVENUTO! SISLEJ XHAFA

In Senza categoria on maggio 30, 2016 at 1:28 pm

 

Benvenuto! è un invito alla partecipazione e alla condivisione, un’enorme scritta, un’installazione ambientale creata nel 2000 da Sislej Xhafa per riflettere sul tema dell’accoglienza e della multiculturalità.

“Benvenuto!” è un grido che parte dal cuore vedendo i volti dei profughi che arrivano sulle nostre coste e che, come ha detto Papa Francesco, non sono numeri ma volti, nomi, storie.

“Benvenuto!” è anche il titolo, eloquente ed esplicito, della retrospettiva che il MAXXI dedica a questo artista che da tempo riflette sui temi delle migrazioni e dell’accoglienza.

Una mostra che riunisce circa trenta opere, dai primi lavori della fine degli anni Novanta fino a una nuova opera appositamente concepita per il museo.

A cura di Hou Hanru e Luigia Lonardelli, la mostra abbraccia tutta la produzione dell’artista, soffermandosi però in particolare sui lavori che affrontano appunto il tema dell’identità, della violenza e della migrazione, come Sunshade (2011), composta da un ombrellone piantato su un muro e degli abiti usati, Dressed Tone (2007), un microfono ricoperto di nastro adesivo che fa riferimento al tema della censura e Fifteen Centimeter High Tide (2016) un’enorme gabbia, una cella di ferro da cui fuoriescono soltanto delle mani.

Con ironia e leggerezza Xhafa parla di un mondo globalizzato in cui non ci sono regole né punti di riferimento; persino gli eroi perdono la propria sacralità per diventare insicuri e fragili.

Così Garibaldi, tradizionalmente ritratto trionfante a cavallo, assume le sembianze di Giuseppe (2007), una scultura a grandezza naturale, un uomo comune ritratto in piedi, con in mano una busta di plastica e delle zollette di zucchero, intento a cercare il proprio cavallo.

L’universo di Sislej Xhafa trova un suo riscontro nel catalogo, concepito in stretta collaborazione con l’artista. Oltre ai saggi dei curatori e di Marco Scotini, il volume raccoglie un’intervista di Hans-Ulrich Obrist, una ricca appendice bio-bibliografica e la documentazione di tutte le opere presentate in mostra, con particolare attenzione per il nuovo lavoro Fifteen Centimeter High Tide.

Con questo progetto il MAXXI conferma il proprio impegno per la promozione di artisti mid career come Lara Favaretto, Fiona Tan, Grazia Toderi e Clemens von Wedemeyer, protagonisti della creatività internazionale, le cui opere sono divenute un punto di riferimento per le generazioni più giovani. Benvenuto! poi rappresenta un’occasione preziosa per riflettere su alcune delle tematiche più urgenti come la multiculturalità, la migrazione, la guerra e la coesistenza pacifica tra popoli e religioni diverse.

Nell’anno del Giubileo della Misericordia abbiamo scelto di focalizzare la nostra programmazione su questi temi che riteniamo di particolare attualità: da Jimmie Durham, che in Proposal for a New International Genuflexion in Promotion of World Peace propone un gesto reverenziale, un invito alla riconciliazione e alla pace, a Chronicle of an Assassination di Amos Gitai, una riflessione sui traumi e i conflitti della società israeliana, alle opere di Shahzia Sikander che affrontano il tema del colonialismo e i rapporti di potere tra Oriente e Occidente.

La mostra di Sislej Xhafa rappresenta un esempio di ciò che vogliamo essere al MAXXI: una fabbrica di idee e un luogo dove l’Arte si offre di gettare ponti fra culture diverse e alimentare utopie multiculturali, ben sintetizzate nelle parole dell’artista: “Sogno un presidente bulgaro o senegalese, un primo ministro albanese per l’Italia. È questo il vero meticcio che attualmente rimane un’utopia”[1].

Giovanna Melandri

Presidente Fondazione MAXXI

 

[1] T. Macrì, Una vita clandestina, “Il Manifesto”, 20 gennaio 2001

 

Terzo settore: Melandri, punto positivo, serve innovazione

In Senza categoria on maggio 26, 2016 at 2:30 pm

Terzo settore: Melandri, punto positivo, serve innovazione (ANSA) – ROMA, 26 MAG – Si riparte innovando il terzo settore a partire dalla forza della storia sociale italiana. E’ un punto decisamente positivo,un paese senza massicce dosi di innovazione sociale non c’e’ la fa. Da 4 anni lavoriamo con Human Foundation per accrescere competenze e spingere in Italia la cultura della valutazione dell’impatto sociale e delle erogazione di risorse collegate ai risultati. L’Italia ha bisogno di dare valore al terzo settore, sperimentando questi strumenti e canalizzando le risorse verso investimenti ad impatto sociale e imprese sociali”, ha dichiarato Giovanna Melandri, presidente Human Foundation e presidente Social Impact Agenda per l’Italia, il network italiano per gli investimenti ad impatto sociale, presentato ufficialmente pochi giorni fa. “L’Associazione Social Impact Agenda e’ nata proprio per favorire e sostenere questo processo di cambiamento necessario all’Italia, le potenzialita’ dell’impact investment in Italia sono importanti. E non solo nei cinque settori tradizionalmente intesi come welfare, istruzione e formazione, sanita’ e salute, ambiente e sostenibilita’, politiche sociali, servizi alla persona e alla comunita’. Sono investimenti problem-solving che, secondo le nostre stime con un adeguato contesto economico e istituzionale, potrebbero raggiungere i 30 miliardi di euro da qui al 2020”. “Siamo grati a Luigi Bobba a per il suo lavoro di cucitura tra attori diversi e di sintesi fra posizioni anche distanti. E’ stato senza dubbio una percorso a ostacoli ma che Bobba e’ riuscito a portare a termine”, ha concluso. (ANSA).

Buone notizie: i Social Impact Bond funzionano

In Senza categoria on maggio 19, 2016 at 2:36 pm

Articolo pubblicato su Huffington Post del 15 dicembre 2015

Mentre in Italia si discute la riforma del Terzo Settore e la crisi economica e la cronaca restituiscono l’immagine di un welfare devastato, nel resto del mondo si sperimentano diversi strumenti di finanza sociale con i primi, importanti risultati.

In tutta Europa il mercato Impact si sta sviluppando a ritmo crescente. Non c’è solo la riuscita esperienza britannica, il cui welfare è stato ridisegnato anche attraverso strumenti di innovazione sociale e finanziaria come i Social Impact Bond (SIB). Diversi paesi stanno favorendo ecosistemi atti a questo tipo di meccanismi di “pay by result” che consentono l’uso di finanziamenti privati per la fornitura di servizi sociali pubblici attraverso la partnership tra diversi attori e trasferendo il rischio dalle amministrazioni (locali o nazionali) ad altri stakeholder, sia pubblici che privati. La remunerazione del capitale investito è legata al raggiungimento di un determinato risultato sociale collegando così l’efficacia dell’intervento sociale al rendimento economico. Un esempio per tutti: il Local Impact Fund di Liverpool (un fondo di rotazione costituito attraverso risorse provenienti dalla Social Investment Business Foundation e dal Fesr, Fondo europeo di sviluppo regionale) che ha investito due milioni di sterline con l’obiettivo di ottenere, alla fine del processo della durata di 10 anni, una cospicua somma destinata alle imprese sociali del territorio.

La Svizzera ha appena lanciato il suo primo social impact bond e su un settore strategico e sensibile: l’accoglienza dei migranti. Ne ha parlato diffusamente il professore Mario Calderini sul il Sole 24 ore, qualche giorno fa: un gruppo di imprenditori di Berna ha sostenuto il corrispettivo della Caritas nei progetti di inserimento lavorativo e sociale di rifugiati e richiedenti asilo in Svizzera. È evidente come a muovere la cordata di imprenditori (ben 70) sia stato non tanto il rendimento dell’operazione ma quella di generare un cambiamento positivo nella propria comunità, cioè un impatto sociale. Quello svizzero è Sib semplice (il rischio è diviso tra pubblica amministrazione, investitori e imprese sociali, i risultati auspicati sono sia sociali che economici, la misurazione dell’impatto è indipendente) con obiettivi misurabili: passare dal 20-30 % di profughi e migranti occupati al 50-60% nei prossimi cinque anni.

Anche l’Australia, benché geograficamente lontana, ha appena consegnato i risultati del suo SIB sull’affido familiare – un modello interessante anche per altri Paesi. Realizzato da una delle più importanti non profit del Paese, The benevolent Society, il programma Resilient Families coinvolgerà 400 famiglie nell’arco di 5 anni e prevede servizi intensivi per contesti fragili al fine di ridurre il numero di minori che vengono allontanati dalle famiglie e dunque presi in carico dal circuito dell’accoglienza. È stato finanziato attraverso un meccanismo “pay by result” e ha generato risultati stranamente positivi sia per i beneficiari che per gli investitori con il 27% in meno di bambini e ragazzi separati dalle famiglie di origine con un considerevole risparmio per il welfare australiano. L’esperienza australiana, come quella svizzera, ci dice due cose: che gli strumenti della finanza sociale costituiscono le basi attraverso cui impostare un modello nuovo di welfare, soprattutto nelle politiche di prevenzione, solitamente “cenerentole” dello stato sociale.

Nel resto del mondo, insomma, hanno capito che i meccanismi di pay-for-successpossono essere un modo intelligente per ottenere un welfare efficace e efficiente, attraendo nel contempo capitali privati nella dimensione sociale. A livello europeo, poi, esiste la possibilità sempre più concreta che il piano Juncker si arricchisca di strumenti di investimento “outcome oriented” che vanno nella direzione di incentivare politiche sociali finalizzate ai risultati, come nelle esperienze che abbiamo raccontato sopra. È un tema in discussione in queste settimane: il piano Juncker potrebbe integrare e riconsiderare il ruolo degli investimenti sociali nel contribuire alla crescita e alla coesione senza appesantire il debito pubblico.

La rivoluzione Impact costituisce una grande opportunità anche per il nostro Paese, ma tutti (proprio tutti: governo, imprese sociali, fondazioni bancarie e d’impresa, enti locali, università, etc.) devono fare la loro parte in questo ecosistema dell’innovazione sociale. Con Human Foundation proviamo a tracciare la rotta di questo cambiamento profondo anche per l’Italia .

Nasce la “Social impact agenda per l’Italia”, così la finanza sposa il sociale

In Senza categoria on maggio 19, 2016 at 2:33 pm

Articolo pubblicato da Huffigton Post il 22 gennaio 2016

Il 21 gennaio è stata una giornata importante. La finanza e il sociale si sono uniti per favorire lo sviluppo degli investimenti a impatto sociale nel nostro Paese. Abbiamo costituito a Roma la Social Impact Agenda per l’Italia: un’associazione creata per raccogliere l’esperienza dell’Advisory Board italiano della Social Impact Investment Taskforce (SIIT).

Ma facciamo un passo indietro: di cosa parliamo quando parliamo di investimenti ad impatto sociale? Sono investimenti costruiti sull’assunto che i capitali privati possano intenzionalmente contribuire a creare impatti sociali positivi e misurabili e, al tempo stesso, rendimenti economici.

La SIIT, promossa durante la Presidenza britannica del G8 nel 2013, ha avuto il compito di portare in primo piano nelle agende dei Paesi membri gli investimenti ad impatto sociale attraverso gli advisory board nazionali.

In Italia, la contaminazione di pratiche, esperienze e competenze fra gli oltre 100 esperti del settore che hanno dialogato per le due anni all’interno dell’Advisory Boarditaliano, ha contribuito a sviluppare un confronto aperto e fecondo tra operatori del Terzo Settore, imprese, intermediari ed istituzioni finanziarie.

Da questo lavoro comune sono scaturite 40 raccomandazioni (contenute nelRapporto dell’AdB italiano “La finanza che include”) che vogliono contribuire al rafforzamento di un nuovo ecosistema che favorisca la crescita dell’imprenditorialità sociale generando valore per le comunità.

Nel luglio 2015, la Taskforce ha lasciato il testimone al Global social impacti nvestment steering group (GSG) per allargare il raggio di azione su scala globale. I primi paesi rappresentati nel GSC sono: Australia, Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Inghilterra, Stati Uniti, Unione Europea, Brasile, India, Messico, Israele, Portogallo. Saranno rappresentati dai maggiori operatori mondiali dell’impact investing come: Bertelsmann Foundation, Nippon Foundation, Rockefeller Foundation, Ford Foundation, Omidyar Network, Crédit Coopératif. Ma partecipano anche, oltre a rappresentanti governativi, enti come EVPA, GIIN, OECD, WEF, World Bank.

Per l’Italia sarò io, in veste di presidente di Human Foundation, a sedere nel Comitato Esecutivo del GSG.

Ed è in questo contesto che nasce l’esigenza dell’Associazione. La missione della Social Impact Agenda per l’Italia è, appunto, quella di monitorare e contribuire alla realizzazione delle 40 raccomandazioni per rafforzare il tessuto dell’imprenditorialità sociale del Paese. L’obiettivo, condiviso da tutto l’AdB italiano, è valorizzare l’esperienza virtuosa degli ultimi due anni. L’Associazione potrà contare su un Comitato scientifico, presieduto dal professore Mario Calderini (Politecnico di Milano). Nel guidarla, sarò affiancata da due Vice-presidenti: Massimo Lapucci, Segretario generale Gruppo Fondazione CRT, e Stefano Granata, Presidente del Gruppo Cooperativo CGM.

Nel nostro Paese, da tempo c’è un movimento composto da soggetti del Terzo Settore, della finanza e dell’impresa, che crede in un differente modello di sviluppo per offrire risposte a vecchi e nuovi bisogni, molti dei quali rimangono purtroppo insoddisfatti. Pensiamo alla salute, alle disabilità, alla conciliazione vita-lavoro, alle necessità abitative, all’esclusione sociale. Senza dimenticare l’esistenza di settori che si prestano a questa ibridazione tra modelli d’impresa, comunità locali e impatto sociale. Tre esempi su tutti: la valorizzazione del patrimonio culturale, la gestione collaborativa dei beni comuni e le piattaforme di sharing economy, comparti strategici per il rilancio sociale, culturale e economico del nostro Paese.

Con i primi soci fondatori (ABI-Associazione Bancaria Italiana, Confcooperative Federsolidarietà, CGM, Etimos Foundation, Federcasse, Fondazione Opes, Fondazione CRT, UBI BANCA, Vita) e la disponibilità ricevuta dal Sole 24 Ore per la media partnership, vogliamo creare una luogo aperto, inclusivo, dove si possano incontrare tutti coloro che si stanno cimentando con la sfida dell’impatto sociale. Vogliamo promuovere nuovi modelli di generazione del valore che integrino in modo costitutivo la dimensione dell’impatto sociale, valorizzando lo straordinario patrimonio di esperienze e pratiche di imprenditorialità sociale del nostro Paese. Secondo le stime presentate nel Rapporto italiano, vi sono ingenti risorse private che potrebbero confluire dai mercati tradizionali verso gli investimenti ad impatto sociale.

Nel ciclo di rilancio degli investimenti europei è fondamentale che ci sia una quota di investimenti esplicitamente pensati per generare impatto sociale. La società europea affronta oggi delle sfide epocali: la risposta dei Paesi membri non può essere l’arretramento del perimetro dello Stato sociale. Al contrario, dobbiamo rendere più efficace il nostro welfare, sperimentando modelli innovativi che rispondano alla domanda pressante di politiche più inclusive.

A un anno di distanza dalla presentazione del rapporto italiano a Montecitorio possiamo scorgere alcuni risultati, ora, però, dobbiamo lavorare insieme per far cresce e rafforzare l’imprenditorialità sociale nel nostro Paese.

La carta vincente della Clinton: i Social Impact Bond

In Senza categoria on maggio 19, 2016 at 2:17 pm

Articolo pubblicato su Huffington Post del 4 marzo 2016

È probabile, ormai, che sarà Hillary Clinton a sfidare il magnate populista di estrema destra Trump per la successione di Obama. La seconda fase delle primarie non desterà sorprese se, come pare, la senatrice manterrà il distacco con il socialista Sanders fotografato dal Super Tuesday. Pochi punti percentuali, una distanza minima rispetto alle previsioni di un anno fa in cui la Clinton sembrava non avesse rivali ma sudata e faticosa se si pensa all’incredibile corsa dell’outsider del Partito Democratico.

L’ex segretario di Stato è una donna che ha affrontato decine di campagne elettorali. Hillary non ha bisogno di analisti per capire quello che la frena: i giovani non la amano, le persone a basso reddito la trovano eccessivamente legata alla mondo della finanza malata che ha causato la crisi economica e aumentato le disparità sociali. Persino l’elettorato femminile le preferisce il 74enne senatore del Vermont. Per questo, sebbene le si riconosca una maggiore capacità di leadership e amministrativa rispetto al rivale, Clinton ha cambiato in corsa il suo programma, spingendolo a sinistra.

L’appeal dirompente di Bernie Sanders (così moderno da descriversi con un termine antico, in gran parte negli Usa ancora tabù, come “socialista”) non basterà a portarlo alla Casa Bianca ma sta scavando il solco entro il quale la vincitrice designata deve muoversi: correzione delle disuguaglianze, redistribuzione della ricchezza, diritti sociali.

Nel programma della Clinton ci sono innovazioni interessanti, concepite proprio per recuperare parte dell’elettorato più liberal e progressista che chiede più welfare e meno interferenze dei grandi gruppi finanziari nelle politiche economiche e sociali. Le ha studiate con una squadra di 200 economisti (guidata dal professore di Princeton Alan Blinder) e sono articolate in tre punti principali: aumento del salario minimo, riduzione delle lacune tributarie verso le grandi società e, soprattutto, introduzione e sostegno ai Social Impact Bond (SIB) e cioè strumenti che consentono l’uso di risorse private per la fornitura di servizi sociali pubblici attraverso la partnership tra diversi attori e trasferendo il rischio dalle amministrazioni (locali o nazionali) ad altri stakeholder. Anche Hillary prende dunque parte alla “rivoluzione impact” (di cui avevo già parlato alcune settimane fa su L’Huffington Post): diversi paesi nel resto del mondo hanno sperimentato con successo SIB nella cura della prima infanzia, nell’istruzione, per combattere la recidiva e per i servizi sanitari. Con Human Foundation studiamo da diversi anni questi strumenti per creare un ecosistema favorevole anche in Italia.

Negli Stati Uniti in soli due anni 14 stati hanno cominciato a legiferare nel segno della finanza sociale. A oggi sono 17 i governi statali e locali che stanno utilizzando social impact bond. A esempio, lo scorso autunno Goldman Sachs e altri investitori hanno raccolto 17 milioni di dollari da capitali privati per creare a Chicago un programma che finanzi l’istruzione pubblica per i bambini in età prescolare.

Hillary Clinton ha scelto questa strada per promuovere lo sviluppo economico e sostenere le famiglie, mettendo l’accento, su diritto alla salute e all’istruzione. Del resto, come ha chiaramente scritto nella sua biografia Hard Choiches in un passaggio chiave, molto citato “You shouldn’t have to be the granddaughter of a President or a Secretary of State to receive excellent health care, education, enrichment, and all the support and advantages that will one day lead to a good job and a successful life”.

La visione di Yunus, combattere la povertà con le imprese sociali

In Senza categoria on maggio 19, 2016 at 2:14 pm

Articolo pubblicato su Huffington Post del 10 maggio 2016

A Oxford, qualche giorno addietro, il premio Nobel per la pace Muhammed Yunus si è rivolto agli studenti di una delle più prestigiose Università del mondo, spronandoli a immaginare un nuovo mondo giusto e sostenibile, dedicando la propria vita a mettere in pratica questa “immaginazione”: “Siete giovani privilegiati e frequentate una delle migliori Università del mondo. Ma non sarà utile se non immaginate un mondo diverso. Un mondo senza povertà e senza fame. ”

Oggi, alla Fao, Yunus riunisce policy maker, imprenditori, accademici e società civile in una call for action patrocinata dalle Nazioni Unite. La Call “Social business for 0 hunger” vuole spronare tutti i partecipanti, così come ha fatto con gli studenti di Oxford, ad immaginare un mondo senza povertà, fame e malnutrizione e poi ad agire di conseguenza.

Yunus è un visionario molto pragmatico. Al centro della giornata di lavoro c’è il modello del social business a cui si dedica da qualche anno, dopo aver ideato e promosso la pratica del microcredito. Con Human Foundation, partner della giornata di oggi con, tra gli altri, CIA (Confederazione Italiana Agricoltori) e Fondazione Grameen Italia, riflettiamo da tempo sulle implicazioni del social business.

Nella visione di Yunus, le imprese sociali possono avere un ruolo fondamentale per integrare e supportare gli sforzi di tutti gli attori interessati a combattere la povertà. E noi siamo convinti, come lui, che il social business debba diventare sempre più mainstream e determinare, attraverso un approccio di mercato, soluzioni creative a problemi e emergenze sociali. I profitti che un’impresa tradizionale restituisce agli investitori, nel caso del social business vengono reinvestiti per migliorare il servizio offerto, generando più impatto per la comunità. Si è molto discusso – e anche a sproposito – se il social business debba necessariamente essere no profit o low profit. Poco importa, se l’impatto sociale è positivo. Ciò che a noi interessa è l’intenzionalità nella missione dell’impresa a risolvere e affrontare le emergenze sociali del nostro tempo.

Per raggiungere gli obiettivi ambiziosi e ineludibili, stabiliti dei nuovi 17 Global Sustainable Goals dalle Nazioni Unite, tra cui “Zero Hunger”, occorre davvero mettere in campo strumenti nuovi e creativi. Bisogna trasferire tecnologie, utilizzare appieno le potenzialità dei “big data” per programmare e scalare interventi efficaci, introdurre schemi assicurativi “sociali” per ridurre la fragilità a cui sono esposte le popolazioni rurali, sostenere e rafforzare il ruolo delle donne.

Non è possibile riassumere qui l’Agenda for zero hunger. Ma quello che va detto è che molte azioni necessarie non sono compatibili con i profitti di mercato. Lo sono invece con la sostenibilità economica del social business. È quella nuova economia, che gli studenti di Oxford e i giovani di tutto il mondo debbono inventare secondo Yunus, per favorire uno sviluppo “integrato” in grado di superare la dicotomia pubblico-privato, attraverso iniziative “ibride” che usano il mercato per generale valore sociale. Come è noto, Human Foundation, che si onora di avere Yunus nel suo board, non solo condivide questi presupposti ma li considera parte integrante della propria missione. Fin dalla sua istituzione Human Foundation ha sostenuto la necessità di sviluppare nuovi modelli ibridi tra pubblico e privato per generare valore sociale condiviso. Per realizzare questi nuovi ecosistemi è fondamentale creare e supportare partnership innovative, in cui investitori istituzionali, aziende e fondazioni private possono fornire un rilevante contributo di capitale e conoscenze per la realizzazione d’investimenti ad impatto sociale. Per questo sono molto felice di discuterne oggi con i rappresentanti di Banca Intesa, Unipol, Credit Agricole, Mastercard, Banca Etica all’interno del panel che ho l’onore di moderare, “How can the traditional banking sector support social business for 0 hunger objectives” e cioè: qual è il ruolo della finanza nella promozione e crescita del social business? Di quanto capitale paziente ha bisogno l’impresa sociale per scalare nella dimensione e nell’impatto? Cosa possono fare le banche per contribuire a facilitare e sviluppare il Social Buisness?

Yunus conosce bene le banche, ne ha creata una ad hoc per il microcredito, quella “banca dei poveri” che gli è valsa il premio Nobel per la pace. Oggi però con noi si rivolge ai banchieri mainstream per chiedere loro di contribuire al rafforzamento del “Social Buisness for 0 hunger”. Diversi sono gli strumenti con cui le istituzioni finanziarie possono favorire processi di crescita del social business. Strumenti che incrementano il capitale paziente e che spaziano dal debito all’equity e che dovrebbero sempre essere collegati non solo al rendimento ma anche alla misurabilità dell’impatto, fondamentale per assicurare trasparenza e accountability.

I nuovi GDGs non saranno mai raggiunti senza liberare tutte le idee, risorse e forze necessarie. Anche il settore privato dovrà fare la sua parte, prevedendo come è giusto la maturazione di profitti di mercato. Ma accanto alla dimensione di mercato, il social business può portare cultura d’impresa nella risoluzione di problemi non più rinviabili e lo può fare attraverso investimenti ad impatto che oltre al rischio e al possibile rendimento, seguano la stella polare del valore sociale. Un valore in sintonia con l’importantissimo discorso che Papa Francesco ha pronunciato per il conferimento del Premio Carlo Magno, venerdì scorso. Anche Bergoglio ci parla allo stesso tempo di concretezza e immaginazione. Il papa ha insistito sulla necessità di immaginare una società più equa abbandonando un modello economico puntato sulla speculazione per “nuovi modelli economici più inclusivi ed equi, non orientati al servizio di pochi, ma al beneficio della gente e della società”. Ecco, allora, immaginiamo anche nel sistema finanziario e imprenditoriale i cambiamenti necessari e cominciamo a praticarli concretamente.

Panama papers, la deriva di una finanza senza valore sociale

In Senza categoria on maggio 19, 2016 at 1:55 pm
La prima rubrica “Social Business” contenuta nella sezione Forward del nuovo Vita bookazine, aprile 2016
Forward

Si parla sempre più di sostenibilità, di economia sociale, ed è un gran bene. I paradigmi del ‘900 sono falliti, tuttavia finché non si riorienterà il sistema finanziario verso la produzione di valore sociale, sarà difficile avvicinare quei Sustainable Development Goals approvati a settembre dai leader mondiali. Il rischio, se non si interviene direttamente nella dimensione delle scelte dei mercati finanziari, è che green e social rimangano ambiti parziali, incapaci di trasformare le vite delle comunità.

La crisi del 2008 ci ha lasciato una lezione ineludibile: una finanza disancorata dalla produzione di valore reale acuisce le disuguaglianze. Salva forse alcune banche ma impoverisce le persone. Guardiamo la realtà: agli estremi del mercato finanziario ci sono due fenomeni: uno pessimo, l’altro positivo. Quello pessimo è noto: ai derivati definiti da Buffet “armi finanziarie di distruzione di massa”, si aggiungono ogni anno 240 miliardi di dollari che vengono sottratti all’erario a causa di paradisi fiscali attraverso cui le multinazionali evadono il fisco. Come documenta Oxfam, nell’imperdibile documentario The Price We Pay, esiste
una ricchezza delle nazioni “nascosta” alla quale i governi non possono accedere.

Dovrebbe essere un tema urgente anche per l’Europa, perché paradisi fiscali e multinazionali “senza residenza” stanno minando dall’interno il patto fiscale, contribuendo a disintegrare il pilastro del principio di progressività. Ma, siamo anche

Giovanna Melandri
Schermata 2016 04 08 Alle 11

testimoni di un fenomeno nuovo e positivo. Una finanza generativa 3D che oltre a rischio e rendimento considera l’impatto sociale fattore decisivo di scelta. Una Taskforce del G8 si è incaricata di verificare le potenzialità di questo mercato di “investimenti ad impatto sociale”, con la pubblicazione del rapporto “The invisible heart of markets”.

Oggi un Comitato internazionale ha ampliato il perimetro di questo esercizio. Sarebbe bello che questa finanza fosse davvero “trendy”. Purtroppo non è ancora così, anche se sono numeri che crescono velocemente. Quando nacque Human Foundation, quattro anni fa, il sistema della finanza ad impatto aveva
un giro globale di appena 30 miliardi di dollari: una goccia rispetto alla finanza mainstream.

Dopo tre anni, parliamo di 60 miliardi di dollari con un potenziale, nei prossimi anni, di 1 trilione di dollari. Siamo ad un punto di rottura in cui bisogna muoversi
nelle due direzioni. Da una parte combattere finanza speculativa, paradisi fiscali ed evasori — atto dovuto nei confronti di coloro che pagano le tasse — e dall’altra parte movimentare capitali pazienti per far crescere attività imprenditoriali che generino impatto sociale positivo e misurabile.

È la rivoluzione Impact che supera i dualismi stato/mercato, profitto/filantropia. Generare questo ecosistema è l’obiettivo della neonata Associazione social impact agenda che sarà presentata a Roma il 24 maggio, è tempo che il nostro Governo batta un colpo e faccia propria questa rivoluzione.