giovannamelandri

Archive for luglio 2015|Monthly archive page

Museo come luogo di incontro

In Senza categoria on luglio 29, 2015 at 2:12 pm

Un museo vivo.

Una piattaforma aperta a tutti i linguaggi della contemporaneità.

Un luogo del pensiero, della riflessione, della critica e autocritica, della libertà.

Uno spazio di  incontro, dialogo e confronto. Per artisti, architetti, fotografi, registi. Ma anche per bambini, ragazzi, gente comune, italiani e stranieri.  Un centro di ricerca  che organizza  corsi di alta formazione, con biblioteca e archivio specializzati consultabili da tutti.

Un luogo di produzione e coproduzione culturale.

Un nuovo foro romano.

Tutto questo e molto di più è oggi il MAXXI, il Museo nazionale delle arti del XXI secolo progettato a Roma da Zaha Hadid, aperto cinque anni fa e rilanciato dopo una difficile partenza da due anni.

La nostra sfida, oggi,  è diventare  un’eccellenza e un punto di riferimento nazionale e internazionale. Per la qualità dei progetti espositivi e di ricerca, per il modello di gestione, per le prestigiose collaborazioni.

Le mostre ne sono la dimostrazione. Non solo arte e  architettura e fotografia (come la personale dedicata a Olivo Barbieri, straordinario fotografo italiano) .

Vogliamo esplorare tutte le forme e le espressioni della creatività: le arti performative, la moda (si è conclusa da poco Bellissima. L’Italia dell’alta moda 1945-1968, e da pochi giorni una parte è esposta al Museo Bozar di Bruxelles e, nel 2016, la “esporteremo” a Miami, dove siamo certi che avrà lo stesso successo che ha avuto in Italia). Il cibo è al centro di Food dal cucchiaio al mondo, il progetto che ne indaga la dimensione sociale e il rapporto con lo spazio.

Vogliamo  approfondire i temi più urgenti del nostro tempo: sostenibilità, emigrazione, inclusione, vecchie e nuove utopie, la vita urbana, il dialogo tra religioni e civiltà, Oriente e Occidente. In questo filone di ricerca si inserisce  Istanbul. Passione, gioia e furore, in programma da dicembre , seconda tappa (dopo la grande mostra dedicata all’Iran)  del progetto triennale sul Mediterraneo e il Medioriente.

Vogliamo sostenere e promuovere i giovani talenti, con iniziative come il Premio MAXXI per gli artisti e YAP (Young Architects Program), rivolto ai giovani progettisti, in network con il Moma, Istanbul Modern, Constructo di Santiago del Cile e MMCA di Seul.

E sempre di più vogliamo incrementare la nostra rete di relazioni, collaborazioni, coproduzioni e scambi internazionali, anche grazie al lavoro di Hou Hanru, il nostro direttore artistico. Perché il MAXXI ha radici romane, ambizione nazionale e sguardo sul mondo.

Ogni mostra è per noi un organismo vivente, e vogliamo che il pubblico la viva in modo attivo e partecipato e per questo la accompagniamo sempre  con un ricco programma di approfondimento fatto di talk, lezioni, incontri, rassegne cinematografiche e musicali, performance. Molti appuntamenti sono gratuiti: in un momento difficile  per le famiglie e per il reddito degli italiani, bisogna sostenere la domanda di cultura. Così,  è gratuito dall’inizio di maggio, dal martedì al venerdì, l’ingresso  al museo per gli studenti di arte e architettura e, dal  prossimo 10 ottobre, sempre dal martedì al venerdì, sarà gratuito per tutti l’ingresso alla collezione del museo. Collezione che è pietra miliare e fondamento di identità del MAXXI e che finalmente sarà’ esposta dall’autunno in modo permanente. E non basta: le risorse raccolte al Fundraising Gala Dinner annuale ci aiutano ad arricchire la collezione pubblica nazionale.

Il pubblico è la nostra stella polare. Ogni giorno ci impegniamo per rendere il MAXXI accogliente per i più piccoli e le famiglie, stimolante per gli amanti dell’arte, imperdibile per un pubblico internazionale e per i giovani. Negli ultimi due anni questi sforzi sono stati premiati, con un aumento costante dei visitatori (352.606 nel 2014).

Infine,  vogliamo, dobbiamo anche essere attraenti per partner e sponsor. Per assicurare una lunga vita all’offerta culturale e multidisciplinare del museo, infatti, è indispensabile associare capitali privati alle risorse pubbliche.  Vogliamo gestire  il MAXXI come una grande e importantissima impresa.  Un’impresa che produce ricchezza civile, culturale, economica. Un’impresa sostenibile che non snaturi  la nostra missione  istituzionale. Vogliamo dimostrare che, anche in Italia, si può fare.

 

Micro-economia a impatto sociale

In Senza categoria on luglio 20, 2015 at 9:29 am

Intervista ad Andrea Di Turi su Avvenire del 13/07/2015

Crescono a livello mondiale le iniziative che promuovono una finanza e un’economia “a impatto”, dove l’obiettivo è la produzione di un impatto sociale positivo sulla collettività, accanto a un ritorno economico ragionevole. Una delle più organiche è la Siit (Social impact investment task force), varata nel 2013 in ambito G8. Nei giorni scorsi, a Londra, «è stata deliberata la trasformazione della task force in un comitato di coordinamento globale», spiega Giovanna Melandri, presidente di Human Foundation, che era presente come coordinatrice dell’Advisory board italiano della Siit. In pratica si è costituito una sorta di G20 dell’impact investment, con l’ingresso di Paesi quali Brasile, Cina, India, Israele, Messico, Portogallo.

Prende così quota la riflessione sulla necessità che il sistema economico-finanziario realizzi quel “cambiamento” che nel suo viaggio in terra latinoamericana è stato invocato dallo stesso Papa Francesco, il quale già un anno fa aveva speso parole di apprezzamento per gli impact investor. Che potrebbero infatti dare un sostegno importante alla definizione di nuovi indicatori e metriche, nuove bussole, oltre il Pil, su cui orientare lo sviluppo.

Da dove partire per avviare questo “cambiamento”?
Intanto dai mercati finanziari: il modo in cui funzionano oggi non ci soddisfa assolutamente, perché non rispondono ai bisogni sociali. Anche i soggetti pubblici, in Europa e nel mondo, con le risorse messe oggi in campo non riescono a rispondere alle esigenze d’innovazione sociale. Ne consegue che le esperienze, che pure si stanno attivando nel mondo, tese a soddisfare quei bisogni non possono raggiungere dimensioni adeguate. Ecco perché, come dice Muhammad Yunus, serve applicare lo spirito imprenditoriale alla soluzione di problemi sociali: può essere una straordinaria rivoluzione. Il nostro obiettivo è attivare una grande ondata d’investimenti a impatto sociale: una finanza “3D”, che oltre a rischio e rendimento utilizza come parametri indicatori d’impatto sociale.

A livello macro le proposte di indicatori alternativi al Pil sono varie: dal Bes (Benessere equo e sostenibile) sviluppato da Istat e Cnel al Better Life Index dell’Ocse, allo Human Development Index di matrice Onu. Ma esiste il “perfetto” indicatore alternativo al Pil?
Non credo. Anche se su un piano macroeconomico c’è senza dubbio la necessità di definire indicatori che superino quell’”idolo bugiardo” che è il Pil, come già lo chiamarono economisti quali Giorgio Ruffolo e Federico Caffè (di cui Melandri è stata allieva, ndr). Perché il Pil non registra il valore sociale, né quello creato, né quello distrutto.

E a livello micro?
Come Human Foundation per la valutazione d’impatto di progetti sociali utilizziamo lo Sroi (Social return on investment, ndr), che è interessante perché permette di apprezzare l’intera catena del valore sociale prodotto, non solo l’output ma l’outcome. Ma ci sono altri indicatori. E poi a volte misurazione e valutazione devono essere fatte caso per caso. Non dobbiamo costruire un altro “idolo”. Ma non dobbiamo neanche negare la necessità della misurazione.

Perché definire indicatori di misurazione del valore sociale è determinante?
Perché sono l’infrastruttura intangibile fondamentale per rendere possibile la rivoluzione di cui parlavo. Non si deve vivere la misurazione come finalizzata al controllo, bensì al miglioramento: gli indicatori sono prima di tutto uno strumento di supporto all’elaborazione di strategie. Certo, rappresentano una sfida: per l’erogatore pubblico, affinché la spesa sia più efficiente ed efficace; per le imprese, obbligate a ragionare sul valore sociale e ambientale che producono o distruggono; per gli investitori istituzionali, chiamati a canalizzare parte delle loro risorse verso investimenti a impatto, con rendimenti moderati ma anche basso rischio e bassa volatilità; e per gli operatori del Terzo settore, che devono integrarli nelle strategie.

Nei prossimi mesi arriveranno i nuovi Obiettivi del Millennio delle Nazioni Unite. Ci sarà Cop21, la conferenza sul climate change a Parigi. E si aprirà l’Anno Giubilare. Questi grandi eventi aiuteranno a promuovere il cambiamento?
Posso dire, avendo partecipato di recente a un incontro con Jeffrey Sachs, che con Ban Ki-moon sta lavorando ai nuovi Millennium development goals, che c’è grande interesse per il movimento degli impact investment, con ipotesi di attivare fondi impact globali per alcuni dei goals. Ci sono esempi come il Portogallo, che con un investimento di oltre 100 milioni di euro tratti dai fondi strutturali comunitari ha varato un’agenda per attivare il mercato dell’impact investment: potremmo farlo anche in Italia, del resto è una delle 40 proposte avanzate da quasi un anno dal nostro Advisory board. Nell’anno del Giubileo sarebbe poi molto bello, è un sogno a cui stiamo lavorando, poter avere a livello di task force un nuovo incontro con Papa Francesco, che a Londra ad esempio è stato citatissimo, per confrontarci con lui su questi temi: come dare spazio a una finanza inclusiva, generativa, che attraverso la creazione di valore sociale, positivo e misurabile, affronta problemi sociali.

Quel «capitale paziente» che muove 500 miliardi all’anno

In Senza categoria on luglio 20, 2015 at 9:27 am

Fondo pubblicato sul Sole 24 Ore del 07/07/15

Ieri, ad Expo, Human Foundation ha organizzato una giornata sulla finanza sociale e gli investimenti ad impatto sociale. Una discussione che ha avuto come convitato di pietra i risultati del referendum greco e le sue drammatiche conseguenze sulla coesione sociale dell’Europa. In primo luogo, abbiamo cercato di comprendere il contributo che gli investimenti ad impatto stanno dando nel rispondere a nuovi e vecchi bisogni sociali. E provato ad immaginare come possano essere declinati nel contesto italiano. In questo percorso, ci siamo fatti guidare da diversi interlocutori, a partire da alcune tra le più interessanti esperienze di fondi ad impatto, come Root Capital, Bamboo Finance, One Acre Fund ed Opes Impact Fund. Abbiamo potuto contare, poi, sulla presenza, sempre fonte di ispirazione, del Premio Nobel Yunus, ideatore del microcredito, che lavora per diffondere su scala mondiale il modello del social business.

Negli ultimi anni nel mondo si sono moltiplicati i fondi ad impatto sociale – oggi muovono oltre 500 mld di dollari l’anno – il cui obiettivo è quello di generare intenzionalmente un impatto sociale positivo e misurabile e, al medesimo tempo, un rendimento economico per lo più “low profit”.

Per capire meglio come operano questi fondi penso sia utile partire da una realtà come Root Capital. Un’organizzazione che gestisce un fondo che investe in contesti rurali, eroga crediti, fornisce formazione in ambito finanziario, rafforzando così le reti a sostegno dello sviluppo dell’imprenditoria locale. Root Capital opera nel cosiddetto “missing middle”: un ambito di intervento troppo grande per il microcredito tradizionale ma, allo stesso tempo, non servito dalla finanza tradizionale. Root Capital si pone nella prospettiva del “capitale paziente” per focalizzarsi sull’impatto sociale positivo dei propri investimenti. In altre parole, le proprie scelte non sono orientate solo da rischio e rendimento ma anche, esplicitamente, dall’impatto sociale generato. Ad Human siamo certi che questi strumenti vadano sperimentati anche in Italia. Per molte ragioni: per far incontrare le esigenze di innovazione sociale e di rilancio dell’economia in settori che il nostro welfare oggi, ahimè, trascura quasi strutturalmente.

Settimane fa, a partire da un editoriale di Vincenzo Manes, consigliere del Premier per il Terzo Settore, si è animato un interessante dibattito sull’impresa sociale e sugli strumenti della finanza ad impatto. Da una parte, alcuni interlocutori – Manes in primis – ritengono che l’impresa sociale non debba misurarsi con il tema della distribuzione degli utili, e che pertanto le forme di capitale più adeguate a sostenerne la crescita debbono avere una dimensione prettamente filantropica o pubblica. Rimane così intatto il dualismo stato-mercato, al primo la spesa pubblica per il sociale, al secondo il business e poi la filantropia. Esiste, seguendo questo ragionamento, un potenziale inespresso di donatori che può essere liberato e canalizzato verso le imprese sociali. Tuttavia, sebbene vi siano delle indiscutibili potenzialità per la crescita della filantropia, è opportuno rilevare che le quote di risorse erogate non saranno mai sufficienti a garantire quei radicali processi di innovazione di cui ha bisogno il nostro modello di welfare. Vi è poi una seconda posizione, così sintetizzabile: tra i diversi strumenti da esplorare per rigenerare il welfare non dobbiamo escludere la finanza generativa, ad impatto sociale appunto, che in Italia, peraltro, potrebbe fiorire anche da esperienze radicate nella cultura mutualistica e cooperativa. Siamo, dunque, in un altro campo da gioco rispetto alle degenerazioni speculative della finanza mainstream. Con gli investimenti ad impatto abbiamo a che fare con capitale paziente che cerca di sostenere la crescita di un tessuto di imprese sociali che, a loro volta, operano per migliorare le condizioni di vita delle popolazioni a basso reddito.

Tornando all’Italia, quante imprese o cooperative sociali vorrebbero oggi investire per innovare e, paradossalmente, si trovano impantanate nel “missing middle”, senza trovare interlocutori sufficientemente “pazienti”. Si è stimato che la potenzialità di questi investimenti ad impatto potrebbe essere nei prossimi 10 anni in Italia di circa 30 mld di euro. Allargando il focus poi vi sono una serie di processi di innovazione che già stanno avvenendo nei territori da qualche tempo. Mi riferisco, in primo luogo, alla “fioritura” di ibridi organizzativi, gemmati dalle esperienze di imprese e cooperative sociali. Oppure, alle start-up innovative e sociali che attraverso la dimensione tecnologica cercano di rispondere ai bisogni della comunità. O ancora alle cooperative sociali che, attraverso un differente approccio ai servizi, sono alla ricerca di un modello più avanzato di sostenibilità economica, che possa finalmente superare la relazione di mono-committenza con la PA, spesso segnata da opacità e da una scarsa attenzione al raggiungimento dei risultati.

C’è, poi, tutto il filone dell’economia collaborativa, che riconfigura il campo delle relazioni produttive. Un “quarto settore”, per citare la felice formula usata da Zandonai e Venturi su queste pagine, che si fa in potenza portatore di un differente modello di creazione del valore. Ecco, il capitale paziente degli investimenti ad impatto sociale risponde a queste esigenze diffuse e nuove che altrimenti non troverebbero interlocuzioni nei settori tradizionali, siano essi pubblici o privati.

Con il rapporto “La finanza che include”, realizzato nell’ambito dei lavori della Taskforce G8 sugli investimenti sociali, abbiamo individuato 40 raccomandazioni per promuovere questi processi attraverso una “Agenda Impact” per l’Italia. Mi auguro sinceramente che le istituzioni e il Governo di Matteo Renzi sappiano raccogliere, al più presto, alcune di queste raccomandazioni. Stiamo già accumulando parecchi ritardi rispetto ad altri paesi e all’Agenda della Social Innovation dell’Ue. Abbiamo urgente bisogno di aprirci all’innovazione e alla sperimentazione di nuove soluzioni non chiudendoci in spazi ormai troppo angusti. Con l’evento di Expo abbiamo cercato di articolare alcune risposte a delle domande che ci interpellano con forza e alle quali non possiamo più sottrarci.

Giovanna Melandri è presidente Human Foundation e Social Impact investment task force G8

Con Expo verso nuovi modelli di sviluppo per l’Italia

In Senza categoria on luglio 20, 2015 at 9:23 am

Blog su Huffington Post del 02/07/2015

È cominciata da poco la Women’s Week: un fitto calendario di dibattiti e eventi sull’alimentazione e sull’empowerment femminile promosso da Women For Expo Alliance. Women’s week non vuole limitarsi all’enunciazione di principi; la “Women For expo Alliance“, l’Alleanza globale per il rafforzamento del ruolo femminile nell’agricoltura, presieduta da Emma Bonino, è un manifesto di azioni, estremamente concrete e puntuali.

Questo movimento è solo all’inizio ed è auspicabile che prosegua oltre Milano 2015. Sono state fin qui raccolte buone pratiche, e modelli di intervento efficaci che non debbono essere dispersi ma scalati e replicati in vista di Dubai 2020. Anche Human Foundation, che Italia promuove innovazione e impresa sociale, ha offerto il suo contribuito a queste giornate. Il 6 luglio, attraverso la conferenza internazionale “Social Impact Investments for Food Security” discuteremo di investimenti a impatto sociale con alcuni importanti esponenti dell’economia sociale.

Penso a Muhammad Yunus, inventore del microcredito e Premio Nobel per la Pace 2006, a Sir Ronald Cohen, padre di Big Society nonché chairman della Social Impact Investment Taskforce, istituita in ambito G8 per promuovere gli investimenti ad impatto sociale. Saranno presenti esponenti di Fondi ad impatto sociale che, ogni giorno, assumono decisioni di investimento non più orientate dal binomio rischio-rendimento, bensì dalla dimensione dell’impatto sociale generato da tali scelte. Dibatteranno di questi temi con rappresentanti delle istituzioni e policy maker italiani come il Ministro alle Politiche Agricole Maurizio Martina, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Claudio De Vincenti, l’Amministratore Delegato di Invitalia, Domenico Arcuri. L’obiettivo è creare un momento di confronto per capire quanta strada dovrà percorrere il nostro Paese per giungere ad un ecosistema maturo per gli investimenti ad impatto sociale.

Da tempo, si sta consolidando, a livello globale, un movimento, fatto di Fondazione filantropiche, istituzioni finanziarie, imprese, centri di ricerca, imprenditori sociali, che sostiene gli investimenti ad impatto sociale per la capacità di avviare contemporaneamente processi di sviluppo, di innovazione e di inclusione sociale. Quello che, attraverso la conferenza ideata da Human Foundation, porteremo in Expo è il contributo specifico che stanno offrendo le donne in questo campo.

Racconteremo donne che, attraverso l’agricoltura, hanno giocato un ruolo fondamentale nel miglioramento delle condizioni di vita delle proprie comunità, creando imprese sociali e opportunità occupazionali nei Paesi in via di Sviluppo. Modelli che oggi possono essere replicati ovunque.
Del resto, l’impresa sociale ha un’anima femminile. Basta vedere la centralità delle donne nel modello del microcredito nel Bangladesh, implementato da Yunus. La conferenza “Social Impact Investments for Food Security” ospiterà alcuni casi concreti di fondi social impact che hanno creduto nelle donne come motore di integrazione sociale, per favorire processi di sostenibilità alimentare delle comunità rurali.

Ad esempio, con Catherine Gill, Senior Vice President di Root Capital, parleremo di contadini che oggi hanno un’alternativa alla coltivazione della coca, producendo caffè, in una terra fino a pochi anni fa ostaggio della violenza e del narcotraffico. Root Capital ha finanziato la Cooperativa Agraria Cafetalera Pangoa che utilizza programmi innovativi, basandosi sopratutto sul lavoro delle donne, offrendo loro visite mediche di routine ed erogando microcrediti per i soci della cooperativa. La direttrice della Cooperativa, Esperanza Dionisio Castillo, ha ricevuto numerosi premi internazionali per la gestione sostenibile, la produzione biologica e per il finanziamento a progetti di riforestazione, salute ed educazione.

Bamboo Finance racconterà, invece, di Joma: una catena di panetterie e caffetterie nel Sud Est Asiatico che occupa persone svantaggiate, in maggioranza donne a rischio o vittime di tratta, abuso domestico, violenza sessuale. Dal 2009, Bamboo Finance ha investito in Joma 400 mila dollari che hanno contribuito a migliorare le condizioni di migliaia di famiglie a basso reddito.

Stephanie Hanson di One AcreFund presenterà modelli di microfinanza per aumentare la resa agricola: gli agricoltori non ricevono solo risorse economiche ma anche formazione sulla semina, lo stoccaggio, il raccolto. Questo approccio ha comportato per i contadini aumenti di rendimento delle produzioni tra il 50% e il 100%. Nel contempo, oltre al profitto aumenta la disponibilità di derrate alimentari necessarie al sostentamento delle famiglie.

Ci sarà, poi, Opes Impact Fund, una fondazione italiana che raccoglie capitale filantropico per investimenti ad impatto in India e Africa orientale sub-sahariana. Insieme ad Opes sarà presente l’impresa sociale Afripads: una realtà ugandese che produce assorbenti lavabili e riutilizzabili migliorando l’igiene e la qualità della vita di centinaia di migliaia di giovani donne africane.

Il focus della giornata sarà quindi il nesso virtuoso tra empowerment femminile, comunità rurali e investimenti ad impatto e si inserisce nel solco tracciato dal rapporto “La finanza che include. Gli investimenti ad impatto sociale per una nuova economia“, presentato a settembre scorso alla Camera dei Deputati. Redatto dall’Advisory Board italiano della Social Impact Investment Task Force del G8 (coordinato da Human Foundation fin dalla sua istituzione). Il rapporto si conclude con l’Agenda Impact per l’Italia: un elenco di raccomandazioni di policy, indirizzate al Governo e all’Unione europea, per dare slancio in Italia al mercato degli investimenti ad impatto sociale.

Human Foundation è nata per contribuire alla nascita di questo nuovo modello economico che mette al centro il valore sociale prodotto piuttosto che i dividendi da spartire. Si tratta di un passaggio di paradigma al quale non dobbiamo sottrarci, chiudendoci in sicurezze ideologiche, oggi sempre meno solide. Vi sono interessanti processi di trasformazione dei modelli economici che stanno avvenendo sotto i nostri occhi, pensiamo, ad esempio, al settore dell’economia collaborativa, oppure alle gemmatura di ibridi organizzativi, nati dall’imprenditorialità sociale. Queste innovazioni, portatrici di una nuova relazione con il valore, debbono essere sostenute ed accompagnate, anche attraverso strumenti finanziari.

Per l’Italia, alla luce della crisi strutturale del nostro modello produttivo, è centrale aprirsi a questi nuovi approcci. Basta guardarci attorno, ai beni non delocalizzabili come il patrimonio culturale, il paesaggio, le produzioni agricoli, per comprendere che possiamo davvero intraprendere un nuovo cammino, uno sviluppo differente e sostenibile. A questa riflessione, speriamo di offrire un prezioso contributo di riflessione il 6 luglio.

Giovanna Melandri,
Presidente di Human Foundation e della Fondazione MAXXI