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ABOUT YONA FRIEDMAN. PEOPLE’S ARCHITECTURE

In Senza categoria on giugno 21, 2017 at 2:28 pm

Prefazione al catalogo

Fin dal nome di ascendenza biblica, scelto a vent’anni durante la Resistenza al nazismo, Yona Friedman ha nel suo destino una vocazione alla profezia che ha inciso profondamente nella cultura del Novecento e si proietta ancora come una voce libera, inconfondibile, nel nostro futuro così incerto. La forza delle sue idee e delle sue opere attraversa due secoli, e stagioni storiche molto diverse, probabilmente grazie al fatto che sa anticipare bisogni e indicare frontiere alle forme della convivenza civile e della condizione urbana.

Friedman utopista, architetto, scrittore. Le espressioni del suo genio hanno creato nel tempo un corpo di pensiero, di critica sociale, di design costruttivo che sembrano acquisire una maggiore attualità quanto più se ne misurino oggi la preveggenza, l’originalità, la sostenibilità.

Il MAXXI è particolarmente onorato di aprirsi, come primo museo nazionale di architettura, alla mostra di Shanghai, Mobile Architecture. Yona Friedman, proprio perché quel rovesciamento di prospettiva da lui concepito nei lontani anni Cinquanta – per cui gli edifici si dovrebbero commisurare alle esigenze degli abitanti e non l’opposto – acquista ancora una straordinaria validità di fronte alle contraddizioni del mondo globale, allo svuotamento della democrazia, alle fragilità ambientali, che attualmente sperimentiamo.

Organizzata dalla Power Station of Art di Shanghai e ripensata in una veste nuova e arricchita per il nostro allestimento, la mostra curata da Gong Yan ed Elena Motisi rende omaggio a un gigante della cultura  testimoniando, ancora una volta, la volontà e la capacità del MAXXI di interagire in modo fertile con i musei più prestigiosi della scena internazionale. Yona Friedman, con le sue utopie realizzabili, qui certamente si sentirà a casa.

Giovanna Melandri
Presidente Fondazione MAXXI

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L’ITALIA DI ZAHA HADID

In Senza categoria on giugno 21, 2017 at 2:24 pm

Prefazione al catalogo

Che stranezza, che malinconia, inaugurare una mostra su Zaha Hadid qui al MAXXI senza di lei… Questo luogo, questi materiali, questa tessitura di luci e di ombre, parlano di lei guardando al futuro. Ma non posso non riandare con la mente a quando, era il 1999, l’ho incontrata per la prima volta: da ministro dei Beni e delle Attività Culturali promossi la creazione del Centro per le Arti Contemporanee a Roma, il MAXXI.

Il suo progetto mi colpì moltissimo e soprattutto conquistò la commissione indipendente chiamata a giudicare: era impossibile non rimanere affascinati dalla sua idea rivoluzionaria di definire delle “derive direzionali”, quelle stesse che sarebbero divenute la cifra stilistica del MAXXI. Per citare le sue parole, si trattava di “un campo quasi-urbano, un mondo nel quale tuffarsi, piuttosto che un edificio come oggetto firmato”[1].

Al concorso parteciparono i più famosi architetti del mondo, ma il progetto visionario di Zaha si impose per la sua capacità di dialogare senza complessi con i monumenti della Roma antica e soprattutto con i suoi predecessori barocchi, “adagiando” il museo, rispettosamente, in un quartiere già punteggiato da capolavori architettonici, dall’Auditorium di Renzo Piano al Palazzetto dello Sport di Pier Luigi Nervi, al Villaggio Olimpico e altri edifici realizzati da noti architetti di epoca moderna. La sfida di Zaha è stata proprio questa: inserirsi con il proprio linguaggio in un contesto urbanistico, dando vita ad uno spazio museale che è prima di tutto un luogo di incontro, aperto e vitale, amato dai romani perché in grado di rappresentare la sua energia dirompente, la sua forza vulcanica e coinvolgente; ma anche la generosità che la contraddistingueva.

Ogni volta che percorro la piazza del MAXXI non posso fare a meno di pensare a quel “centro poroso, un’estensione spaziale”[2] che lei aveva già visualizzato nel suo primo progetto del 1998. Perché la “nostra piazza” non ha soltanto ridisegnato il volto di un quartiere di Roma, ma ha definito uno spazio gremito di vita per le famiglie, gli studenti, i bambini e gli anziani.

Chiunque abbia avuto il piacere di attraversare le opere fluide e avvolgenti immaginate in giro per il mondo e create dalla Grande Signora dell’architettura contemporanea sa che i suoi lavori non lasciano mai indifferenti, ma costringono a un confronto continuo con gli spazi architettonici e con la materia conosciuta. È un corpo a corpo per tutti. Per gli artisti, i curatori, i visitatori. Per noi che ci lavoriamo ogni giorno. È una sfida che non si esaurisce mai e che Zaha ci ha lanciato per scuoterci, per suggerirci nuove piste di ricerca. Aveva una lucida determinazione Zaha, una particolare caparbietà che alcuni colleghi non hanno esitato a stigmatizzare come “cattiveria difensiva”. Nel mondo di soli uomini che soprattutto negli anni Ottanta e Novanta caratterizzava l’architettura e l’ingegneria, è riuscita a farsi strada e ad ottenere i più importanti riconoscimenti: dalla più recente Riba Gold Medal al prestigioso Stirling Prize conferitole nel 2010 proprio per il progetto del MAXXI, al Pritzker Prize, per la prima volta assegnato ad una donna. Ma Zaha rifiutava qualsiasi etichetta e categorizzazione: non le piaceva essere definita in quanto architetto donna. Diceva sempre: “È ridicolo: sono prima di tutto architetto, non solamente una donna architetto”. All’apparenza spigolosa e ruvida, era in realtà una donna generosa, empatica, ironica e soprattutto molto, molto spiritosa. Una donna di grande forza e coraggio, creativa e innovativa. Un genio eclettico che ci manca moltissimo; a me per le nostre belle chiacchierate londinesi negli anni recenti e per quelle future che avremmo potuto fare. Uno dei tratti del carattere che più mi affascinava di lei era la sua curiosità “onnivora”, un entusiasmo che la spingeva ad abbracciare tutte le espressioni della creatività contemporanea: dall’arte al design, alla moda, con uno stile inconfondibile. Sempre elegantissima, come in occasione del nostro primo Acquisition Gala Dinner nel 2013, quando si presentò con un cappotto argentato, sfavillante come i suoi lavori, che dava ancora maggiore risalto ai suoi occhi grandi, scuri, buoni.

Chi ha avuto la possibilità di seguire fin dall’inizio la storia di questo edificio e di questa istituzione, ha potuto imparare molto da Zaha e su Zaha. Prima di tutto, la sua convinzione che non esistono luoghi, Italia inclusa, dove non sia possibile costruire un’architettura del proprio tempo, schietta e audace, priva di compromessi.

Come il MAXXI, ma anche come gli altri progetti in Italia (lo straordinario Messner Mountain Museum a Plan De Corones, la Stazione marittima di Salerno, la visionaria Torre Generali di CityLife, Milano). Questa grande mostra è dedicata a lei, al segno che ha lasciato in Italia, al suo intenso lavoro con le imprese del design italiano e vuole essere innanzitutto un tributo alla sua opera e al suo stile, ma non solo: è il modo più autentico che il MAXXI, la “sua” creatura, poteva scegliere per ricordare un’amica e donna straordinaria, che ha disseminato il mondo di tracce e orme indelebili della sua creatività. Ci piace pensare che il MAXXI sarà per sempre la casa di Zaha Hadid a Roma, la comunità che alla sua impronta cerca ancora di accompagnarsi, per crescere.

Giovanna Melandri
Presidente Fondazione MAXXI

 

[1] F. Garofalo (a cura di), Arte futura. Opere e progetti del Centro per le Arti Contemporanee a Roma, catalogo della mostra (Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna), Electa, Milano 1999, p. 60

[2] Ibidem.

«ZahaHad ci fa rinascere»

In Senza categoria on giugno 14, 2017 at 12:38 pm

Giovanna Melandri: una mostra nel suo Maxxi e un premio per celebrarla

Intervista di Paolo Conti pubblicata su Corriere della Sera 14 giugno 2017

Dal 23 giugno e fino al 14 gennaio 2018 il Maxxi di Roma, il Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo, proporrà una mostra-riflessione su Zaha Hadid, l’architetto-urbanista improvvisamente scomparsa nel marzo 2016, autrice di un pezzo di architettura contemporanea romana che ha fatto molto discutere ma che ha comunque modificato parte del volto urbanistico della Capitale.

La mostra è curata da Margherita Guccione, direttore di Maxxi architettura, e da Woody Yao, direttore di Zaha Hadid Design, il centro che protegge i diritti della sua opera grafica. Viene analizzato il corpus dell’impegno italiano di Hadid, dal Maxxi (la sua prima «opera italiana») fino alla stazione ferroviaria di Afragola, nel Napoletano, appena inaugurata dal presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni.

Giovanna Melandri, presidente della Fondazione Maxxi: che significato ha per voi, che «vivete» ogni giorno il contenitore firmato da Zaha Hadid, questa riflessione?
«Il Maxxi è impegnato, in un periodo per noi straordinario, in una autentica re-evolution, ovvero una evoluzione-rivoluzione del destino del Maxxi: dunque la piena realizzazione del progetto di Zaha Hadid. La piazza esterna ha ormai un’estensione interna, con l’esposizione gratuita al pubblico della collezione permanente sull’intero pianterreno, un progetto in cui abbiamo messo anima e cuore. E viceversa: il pianterreno interno diventa piazza. Sono stati cinque anni di “corpo a corpo” tra la macchina organizzativa del Maxxi e questa splendida creatura di Zaha che ci mette continuamente in discussione. E una mostra ci è parsa l’occasione più adatta non solo per ripensare alla sua opera ma per certificarne la piena, straordinaria vitalità. È molto strano, e malinconico, inaugurare una sua mostra senza di lei. Ma tutto il materiale esposto parla di vita e di futuro, ovvero i suoi progetti italiani che vanno dal Maxxi al Terminal Marittimo di Salerno al Messner Mountain Museum a Plan de Corones, in Alto Adige; dalla portentosa Torre Generali per City Life a Milano alla stazione dell’Alta Velocità ad Afragola, così come la riflessione sul rapporto tra Zaha e il design made in Italy. Stiamo progettando, con lo Studio Hadid, un Premio Zaha Hadid dedicato ai nuovi talenti architettonici».

Dov’è, secondo lei, l’identità del «segno urbanistico» lasciato in Italia da Zaha Hadid?
«Se penso a Zaha, mi vengono in mente le sue linee così nette accanto alle sue curve fluide. Quando, da ministro per i Beni culturali, la incontrai dopo la sua vittoria al concorso per la progettazione del Maxxi , l’ultimo lavoro che partì da un suo disegno manuale, le chiesi dove avesse trovato la sua ispirazione. Lei mi rispose: “Oh, certamente nel grande Barocco romano…”. Basta guardare il Maxxi, era davvero così. Come spiega Margherita Guccione nella sua introduzione, rivedendo la mostra si individuano bene le altre fonti di Zaha: il Futurismo, le ricerche sperimentali di Luigi Moretti e di Pier Luigi Nervi. La sezione dedicata agli oggetti e agli arredi dimostra come Zaha sia e resti sempre un architetto: i suoi oggetti occupano lo spazio come vere e proprie architetture».

E in quanto al Maxxi?
«Non è solo un edifico ma un importante capitolo dello spazio urbano contemporaneo di Roma: ormai è un pezzo della Capitale. Il quartiere Flaminio lo ha fatto proprio: la piazza ogni giorno è piena di famiglie, di bambini che giocano, di ragazzi che studiano e partecipano alle offerte culturali gratuite proposte dal Maxxi all’aperto. Nonostante tutto questo essere “parte della città” non abbiamo alcun collegamento con il Campidoglio dal punto di vista organizzativo-culturale ma non è questa l’occasione per polemizzare…».

In molti hanno contestato la difficoltà di «usare» il Maxxi, che appare un’indubbia opera d’arte in sé ma assai complesso come «contenitore» di mostre temporanee e di collezioni. Non le sembra una critica vera, puntuale, visti gli spazi così pieni di curve e di scale?
«Il Maxxi di Zaha Hadid è la negazione del modello espositivo novecentesco della “scatola bianca”. Con il tempo il nostro museo si è rivelato genialmente sfidante nei confronti della comunità dell’arte: artisti, curatori, visitatori. È una specie di scommessa culturale quotidiana che obbliga anche alla mescolanza tra le diverse mostre contemporaneamente allestite, alla compenetrazione dei progetti in qualche modo “costretti” a un dialogo. E così Zaha ci ha aiutato, nella sua “casa”, a realizzare il vero Museo nazionale delle arti del XXI secolo, quindi anche un grande museo nazionale dell’architettura».

Lei diceva prima che il Maxxi è diventato un «pezzo di città». Lo sarà anche in estate, in una Roma culturalmente assai rattristata e spenta, che per ora non brilla in proposte innovative?
«Il 22 giugno inaugureremo la ricostruzione del Teatrino scientifico di Franco Purini, uno dei simboli dell’Estate romana di Renato Nicolini che quest’anno compie quarant’anni: quella manifestazione aiutò i romani a lasciarsi alle spalle le cupezze degli Anni di Piombo e simbolicamente il Teatrino oggi vuole significare una nuova speranza».

C’è chi vi descrive in crisi…
«Veramente abbiamo chiuso il 6 a quota 417 mila visitatori, cioè il 33% in più rispetto al 2015 con un aumento del 17% dei ricavi nonostante la collezione permanente sia gratuita dall’ottobre 2015. Tra gennaio e maggio 2017 il trend continua a crescere con un 19,5% rispetto al 2016. In quanto all’offerta culturale, siamo orgogliosi di poter annunciare, per il 2018, una vasta mostra dedicata a Bruno Zevi e alla sua scuola, in occasione del centesimo anniversario della nascita del famoso architetto, urbanista e storico dell’architettura. Così come siamo felici dell’acquisizione di due importanti archivi: quelli di Lucio Passarelli e di Paolo Portoghesi, entrambi ricchi di progetti e di modelli, altri due capitoli della storia dell’architettura italiana che dovevano assolutamente avere nel Maxxi la loro sede naturale. Perché questa, ce lo ha spiegato Zaha Hadid, è la grande Casa dell’Architettura contemporanea, oltre che dell’Arte affidata alle cure di Bartolomeo Pietromarchi, del nostro Paese».

Resilience Bond. Investire sul Cop21

In Cosa penso on giugno 12, 2017 at 1:23 pm

Articolo pubblicato su VITA di giugno 2017

Nel corso dell’ultimo RomeSymposium sul Cambiamento Climatico 20 esperti provenienti da tutto il mondo si sono rivolti ai leader mondiali chiedendo loro di garantire il raggiungimento, nel più breve tempo possibile, degli obiettivi dell’accordo di Parigi. A loro hanno fatto eco oltre 200 investitori mondiali, che gestiscono un portfolio di migliaia di miliardi di dollari. In una lettera in vista del G7 di Taormina e del G20 in Germania, hanno chiesto ai Grandi della Terra di mantenere gli impegni presi nella capitale francese, e hanno definito il cambiamento climatico un vero e proprio “rischio finanziario”.

Si tratta di segnali che non possono essere ignorati o sottostimati. Partecipai nel 1992 al Rio summit delle Nazioni unite da dove partì il lungo processo negoziale che ha portato allo storico accordo di Parigi 25 anni dopo. La novità oggi è che non è più solo la Società civile e la comunità scientifica a lanciare l’allarme. Oggi, anche le imprese e gli operatori della finanza, chiedono una svolta nelle politiche connesse con la gestione dei rischi ambientali. Del resto, nell’ultimo quarto di secolo le prove di forza della natura sono state spesso catastrofiche, evidenziando come il processo di indebolimento strutturale degli Stati, accompagnato dalla drastica riduzione delle capacità di spesa e di intervento, renda sempre più complessa la gestione delle grandi emergenze, figlie – anche – dei cambiamenti climatici. Una delle priorità che i decisori pubblici dovranno affrontare nel futuro è dunque la definizione e strutturazione di processi sociali, culturali ed economici che rendano i territori e le comunità “resilienti”. Concetto sempre più diffuso, ma spesso poco chiaro. La radice latina resilio, tornare indietro, rimbalzare, suggerisce molto chiaramente l’idea di “non lasciarsi intaccare”.

Ecco, durante la COP21 si è molto parlato della necessità di migliorare la “resilienza” delle città. Di fatto ciò significa spingere le politiche pubbliche nella direzione della prevenzione. E qui le carenze nei bilanci e le difficolta’ a pianificare di molte amministrazioni risultano essere ostacoli insormontabili.

Una delle soluzioni possibili è il ricorso ai cosiddetti Resilience Bond, strumento finanziario studiato dalla Rockefeller Foundation, insieme a Swiss Re e Risk Management Solutions, che collega la copertura assicurativa ai capitali investiti in opere infrastrutturali, incentivando le politiche di prevenzione e riducendo così il rischio assicurativo. Molte sono le iniziative che si stanno muovendo in tal senso, come il Land Degradation Neutrality Fund della UN Convention to Combat Desertification, fondo che mira a riqualificare 12 milioni di ettari di terra compromessa ogni anno, con l’obiettivo di mitigare il cambiamento climatico e favorire la biodiversità, con opportunità di investimento per circa 1 miliardo di dollari.

Per creare comunità davvero resilienti, in grado di affrontare le sfide epocali che ci attendono, è necessario applicare la leva dell’innovazione, sperimentando nuovi strumenti nell’ambito di processi fortemente collaborativi che sappiano mobilitare il capitale sociale di un territorio. E’ per questo che la società civile gioca un ruolo fondamentale in questa partita, poiché dalla qualità e solidità dell’intelaiatura sociale dipende il buon esito di questo percorso.

E’ anche per questo che abbiamo deciso di realizzare la Summer School del Master MEMIS, il cui tema sarà “Innovazione sociale nell’epoca della Resilienza”, nel territorio marchigiano, chiamato a reagire al disastroso sisma che lo ha colpito nel corso del 2016. Crediamo, infatti, sia necessario investire nel rafforzamento del capitale sociale per provare a ri-centrare la comunità locale e le attività produttive, in una prospettiva di resilienza. E siamo onorati che la Summer School verrà ospitata quest’anno dalla Bottega del Terzo Settore di Ascoli Piceno, poiché il contesto associativo e cooperativo è fondamentale in questo lavoro di ritessitura della comunità scossa dal dramma del sisma. Vorremmo contribuire così alla ricerca di nuovi modelli di generazione del valore ambientale, sociale ed economico, provando a costruire territori sostenibili e resilienti; capaci cioé di non “farsi intaccare” più del dovuto da una cronaca talvolta drammatica.