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L’intervento alla Camera in occasione del voto sulle dimissioni da parlamentare

In Senza categoria on novembre 17, 2012 at 9:20 am

Signor Presidente, cari colleghi, prendo la parola, lo confesso, con un’emozione simile a quella che avvertii entrando per la prima volta in quest’Aula, nel 1994.

È un’emozione che anche oggi si tramuta in un profondo senso di rispetto verso le nostre istituzioni repubblicane e anche in un pensiero grato verso quei cittadini che, accordandomi negli anni la loro fiducia, mi hanno dato mandato di rappresentarli, ma anche verso coloro che, negandomi quella fiducia, mi hanno stimolato in tutti questi anni a fare meglio e a rispettare profondamente chiunque in quest’Aula li rappresentasse.

È a loro che desiderio ricollegarmi idealmente in questo momento. In questi anni di vita politica attiva ho incontrato straordinari interlocutori, che mi hanno insegnato a pensare alla politica come un servizio ed una ricerca permanente. Sono troppi per ricordarli tutti, ma vorrei, accomiatandomi da quest’Aula, ricordarne tre, che non sono più con noi oggi ed a cui io personalmente devo moltissimo: Vittorio Foa, Miriam Mafai e Nilde Iotti.

Personalmente non ho mai pensato che il fisiologico rinnovamento delle classi dirigenti di un Paese dovesse passare per la rottamazione di persone e la cancellazione di storie e di memorie. Non è questo ciò che ho imparato in quest’Aula. Lasciare la vita parlamentare, come comprenderete tutti, non è mai una scelta facile. Tanto più non può esserlo in un momento nel quale la politica è raffigurata come un unicum indistinto, in cui vite, scelte e responsabilità non fanno differenza. Non è vero: in politica, come in tutti i settori della vita economica e civile, non si è tutti uguali. Ed io, terminando il mio impegno di parlamentare, sento l’urgenza di una difesa assoluta delle istituzioni, che si possono difendere facendole innanzitutto funzionare meglio con meno (meno denaro e meno eletti) ma anche contrastando l’uso di un linguaggio spaventoso, che tutto assimila in un grigio indistinto, che uccide la politica ed annulla il principio di responsabilità.

Tra chi ha servito le istituzioni – bene o male non sta certo a noi dirlo – e chi se ne è servito resta un abisso e per servire le istituzioni occorre dedicarsi ad esse completamente. È da questa visione della politica, semplice quanto esigente, che deriva la decisione che mi ha portato alle dimissioni di oggi. Esse non derivano né da una norma di legge, che mi imponesse di darle – perché non c’è quella norma di legge – né dal clima di iconoclastia e velata misoginia che stiamo attraversando. Piuttosto, derivano da un imperativo morale, a cui ho sempre cercato di obbedire in questi diciannove anni: servire le istituzioni senza avere altre incombenze prevalenti.

E quando il Ministro Ornaghi, che ringrazio per la fiducia, mi ha chiesto in spirito di servizio di andare a presiedere una fondazione culturale, nelle cui potenzialità credo fermamente malgrado il periodo di commissariamento e le acutissime difficoltà in cui tuttora versa, ho pensato di dover rendermi disponibile, proprio in quello spirito, ad una chiamata istituzionale.

Non pretendo che tutti comprendano le ragioni di questa scelta e, tuttavia – fatemi dire colleghi – inesattezze sono state dette e scritte su scivoli inesistenti ed indennità anch’esse non previste per gli amministratori di fondazioni culturali da una legge del 2010, la legge n. 122.

Farò il presidente del Maxxi con passione, mettendo a disposizione di questa realtà tutta la mia esperienza pregressa, i miei rapporti internazionali e le relazioni che ho costruito in questi anni.

Dunque, io oggi vi chiedo di voler accogliere le mie dimissioni per poter presiedere il MAXXI in assoluta autonomia e con un impegno totale. Spero così che le polemiche che hanno accompagnato l’esordio di questa vicenda – fatemelo dire, con una punta di leggerezza – restino soltanto una buona pubblicità fatta al MAXXI, a quel meraviglioso museo delle arti del ventunesimo secolo – progettato da una grande architetta internazionale -, mai tanto nominato nelle cronache nazionali e politiche dei giornali e che, naturalmente, invito ciascuno di voi a venire presto a visitare.

Concludo. Uscendo da quest’Aula mi restano ricordi di una lunga stagione politica che gli storici chiameranno l’incompiuta seconda Repubblica ed anche la soddisfazione, lo voglio dire, di avere fatto l’ultimo voto sulle quote rosa, o meglio sul principio del riequilibrio della rappresentanza.

Mi resta un grande rimpianto, quello di non poter votare con voi la riforma della legge elettorale: politicamente sono nata con il maggioritario ed ancora oggi serbo nel cuore il ricordo di quella straordinaria campagna elettorale che nel 1994 mi fece entrare in Parlamento strappando i voti uno ad uno in un collegio uninominale. Il porcellum ci ha slegato da chi dovremmo rappresentare, offendendo la dignità dei cittadini defraudati della loro piena sovranità ma anche di noi eletti, sminuiti nella nostra responsabilità politica. Allora, da parte mia rivolgo a ciascuno di voi l’augurio personale e sincero di concorrere a cambiare la legge elettorale per ridare alla politica e alle istituzioni quell’onorabilità che sembrano aver smarrito ed a proseguire con impegno quest’ultimo scorcio di legislatura, tanto breve quanto significativo. Buon lavoro a tutti!

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