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Grazie al Fondo per l’innovazione sociale l’Italia potrà edificare un welfare 4.0 e non lasciare indietro nessuno

In Senza categoria on dicembre 27, 2017 at 2:57 pm

Intervento pubblicato sul blog su Huffington post il 27 dicembre 2017

La recente istituzione del Fondo per l’innovazione sociale, prevista nella legge finanziaria, è un piccolo, ma significativo, passo in avanti che molti auspicavano da tempo.

Il nostro sistema di protezione sociale è al centro di profonde trasformazioni, laddove l’uso del termine “epocale” non sembra affatto così fuori luogo. Pensiamo ai radicali cambiamenti demografici, che ci consegneranno nei prossimi anni una società più longeva, con implicazioni profonde sugli assetti previdenziali e sanitari. Oppure, al rovesciamento del paradigma della piena occupazione verso ciò che alcuni studiosi hanno definito la “società del non-lavoro”, con conseguenze imprevedibili sui livelli di coesione sociale. Alla necessità che il sistema educativo e formativo, a differenza di quanto accade oggi, sia in grado di fornire strumenti critici ai cittadini del futuro, senza lasciare nessuno indietro.

Negli ultimi anni, ho più volte segnalato la necessità di impegnare le nostre PA nell’infrastrutturazione di processi di innovazione attraverso cui provare a ricalibrare le risposte del sistema di welfare pubblico. In tal senso, tra i diversi strumenti da utilizzare, come Human Foundation abbiamo ripetutamente enfatizzato le esperienze dei “payment by result” (PbR) che, nel mettere in relazione l’erogazione di risorse, la compartecipazione dei privati, l’integrazione dei servizi, la misurabilità dei risultati sociali attraverso metodi rigorosi, rappresentano una leva potente per sperimentare l’innovazione.

Attraverso il Fondo per l’innovazione sociale – sulla cui istituzione è stata determinante la lungimiranza della Commissione Bilancio della Camera – vengono meno, finalmente, i principali ostacoli all’implementazione di questi strumenti nel contesto italiano. Sebbene si tratti di uno stanziamento esiguo, 25 milioni di euro nei prossimi tre anni, dobbiamo immaginare che il Fondo produrrà un effetto moltiplicatore di queste risorse, da un parte nel mobilitare risorse degli investitori sociali, dall’altra, generando efficientamento nella spesa pubblica. Vi sono diversi soggetti pronti a spostare flussi di risorse verso i modelli PbR: mi riferisco, in primo luogo, al sistema della Casse Previdenziali, che ha sostenuto l’istituzione del Fondo durante l’iter della Finanziaria, e che da tempo manifesta interesse verso approcci di investimento sociale. Penso, poi, alle fondazioni di origine bancaria che hanno necessità di incrementare la componente di investimenti allineati alla missione sociale.

Le esperienze sostenute dal Fondo consentiranno alla Pubblica Amministrazione di apprendere dagli errori fatti, di scalare e replicare iniziative virtuose, di migliorare ciò che già funziona, di testare nuovi modelli di intervento, di efficientare la spesa e di rafforzare i sistemi di accountability.

Forse così – facendo prevalere l’ottimismo della volontà sul pessimismo della ragione – potremo contribuire a tutelare il nostro welfare, costruendo le condizioni per affrontare le sfide che ci attendono nei prossimi anni.

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Giovanna Melandri «Cari uomini, non diteci più cosa dobbiamo fare noi donne»

In Senza categoria on dicembre 14, 2017 at 2:49 pm

Intervista di Luca Mastrantonio pubblicata su 7-Corriere del 14 dicembre 2017

Sul tavolo c’è un album fotografico pieno di azzurra nostalgia. Berlino, 2006, finale dei mondiali di Germania, vinti dall’Italia. Giovanna Melandri era ministro dello Sport, «ministro» dice, non «ministra». Sostanziale, più che lessicale, il suo femminismo: «C’è un gap da colmare, alle donne serve un lavoro stabile per scegliere la maternità senza ricatti». Ci accoglie nel suo studio al museo Maxxi, che dirige dal 2012; ha una camicia floreale, un medaglione d’argento, il caschetto di ricci chiari sempre vispo, gli occhi subito azzurri. La voce, frizzante, vira sui toni alti; le consonanti, lievemente strascicate, ci ricordano che siamo a Roma, l’accento perfetto delle frasi in inglese tradisce l’orgoglio di essere nata a New York.

Partiamo dalla foto della finale, un tuffo al cuore.
«Indimenticabile. C’è il presidente Napolitano che mi indica qualcosa, non ricordo cosa. Poi c’erano Chirac, Bill Clinton e Merkel: lei non l’ha mai detto apertamente, ma si capiva che tifava Francia! Le è andata male, sorry. Ma che tristezza la nostra eliminazione per i prossimi Mondiali: c’è stato un tempo in cui partecipavamo e vincevamo. Oggi neanche partecipiamo. Il danno è davvero enorme: psicologico, d’immagine, economico».

Cosa consiglia di fare?
«Tabula rasa. Anno zero. Nel 2006 ci scoppiò Calciopoli, e da ministro dello Sport ho fatto due cose: via tutti i vertici della federazione, quindi commissario Guido Rossi e vice Luca Pancalli, capo dello sport para-olimpico; poi abbiamo preservato la nazionale, non poteva essere la vittima designata, come oggi. Serve un commissario di spessore, com’era Rossi».

In un’altra foto, lei è negli spogliatoi. Rino Gattuso dice che le fecero un coro goliardico: “faccela vede’…”.

«Non ricordo quella canzone, ricordo la gioia, ma erano gentiluomini, simpatici, soprattutto Cannavaro. Ero scesa con il presidente Napolitano. D’altronde in uno spogliatoio di calciatori, da donna, ci puoi andare solo ben accompagnata e in occasioni straordinarie. Comunque fu un errore abolire il ministero dello Sport con portafoglio, creato da Prodi, va ripristinato».

Prodi, suo grande sponsor.
«Romano è un amico, ci sentiamo. Una persona sorprendente. Due anni fa ero a Bologna con mio marito Marco, mia figlia Maddalena e amici per festeggiare il mio compleanno; lui lo viene a sapere e spunta fuori con una bottiglia di champagne. L’ultimo messaggio che gli ho mandato è un incoraggiamento. Dice che ha piantato la tenda vicino al Pd e non la sposta finché non si riunisce con la sinistra. Gli ho scritto bravo, sono con te. Ma è dura. C’è chi come D’Alema prende a picconate la tenda».

Un sabotatore?
«D’Alema vive da anni, anzi decenni, un horror vacui preoccupante. Ma qui la responsabilità non è solo politica, è storica: non si può lasciare il Paese a Matteo Salvini, che non considera i nazisti un problema, né ai grillini, cioè al movimento che ha espresso Virginia Raggi».

Si percepisce dell’ostilità verso la sindaca.
«La Raggi non è un buon sindaco, la città è depressa. Se vuoi fare il sindaco di Roma non la prendere alla leggera, perché non è leggera. Da economista secchiona allieva di Federico Caffè dico: “Studia! Studia!” Questa leggerezza è la tragedia del nostro tempo: si licenzia con un tweet e l’antipolitica dice che chiunque possa fare tutto, anche se non ha la stoffa. Che idea ha la Raggi di Roma? Che progetti? Detto questo, su di lei c’è un delta di accanimento, perché donna, giovane, bella e poliglotta».

C’è empatia autobiografica: lei ha iniziato giovane e bella.
«Quando sono entrata in Parlamento, a 32 anni, mi sono imposta una divisa: pantaloni e giacca. La gonna l’avrò messa tre volte. Mi è pesato sul piano personale, perché inibirsi? Sono contenta che oggi le colleghe, giovani, possano mettere la gonna, il tacco 12 ed esprimere la loro femminilità: abbiamo fatto passi avanti, si va oltre il giudizio estetico. Bene, lo dico anche per mia figlia Maddalena: ha 19 anni, ha frequentato il liceo Virgilio, a Roma, scuola con ottimi professori, mi spiace ora sia ingiustamente al centro di polemiche e scandali; studia global philosophy a Londra».

Il regalo per i suoi 18 anni?
«Una bella festa, danzante. In un locale. E abbiamo un segreto. Sul braccio, posso mostrarglielo ma niente foto: un tatuaggio, una frase in sanscrito. Un dolore terribile, non ne farò altri, ma è una cosa che ci lega molto. L’anno scorso poi l’ho aiutata con la maturità. Che bello ristudiare Schopenhauer, Hegel… io volevo fare filosofia, il mio primo amore era un filosofo, un giovane tedesco, Michael, assistente di Habermas. Ci conoscemmo in un rifugio sulle Dolomiti, io amo la montagna, passai con lui un inverno a Berlino, nell’80/81, c’era il muro, studiavo il tedesco con gli immigrati turchi…».

Nell’intervista a Beppe Severgnini per 7-Corriere, suo cugino Giovanni Minoli dice che nel ’98 le consigliò di rifiutare l’incarico di ministro, per fare la mamma.
«Per fortuna ho dato retta alle persone giuste, non a lui. Fu una scelta difficilissima. Mi chiamano per chiedermi di fare il ministro della cultura, un sogno per me, ma avevo Maddalena in braccio, di 20 giorni. Entro in crisi. Chiamo mio marito, Marco, che mi dice “decidi tu, sono con tè”, è stato, ed è, un grande uomo accanto. Poi mia mamma, le sorelle, le amiche del cuore. E Miriam Mafai, che mi chiede cosa ho deciso: io dico che ho preso due ore e lei urla “sei pazza? In due ore ci ripensano, chiamali e accetta, io alla tua età ho imbracciato il fucile, stavo sulle montagne, avevo due bambine piccole, senza colf!”. Le ho dato retta, ho fatto bene; lei con Vittorio Foa è la mia guida politica: che persone straordinarie, ci sono grandi vecchi che non vanno mai rottamati, ma ascoltati, di spirito restano più giovani dei giovani… Quindi: bisogna dare alla donne la possibilità di scegliere la genitorialità senza dover rinunciare al lavoro. Al Maxxi abbiamo stabilizzato molte lavoratrici e abbiamo avuto in 4/5 anni 18 gravidanze; l’ultima? Ha curato la nuova mostra, Gravity. Anche a Human, la fondazione che dirigo, porto avanti questa politica, perché indaghiamo su modelli di innovazione sociale, una “galleria del vento”. In conclusione: ci sono ancora troppi uomini che dicono alle donne cosa devono fare e quando. E se denunciare, quando e come».

Si riferisce al caso Weinstein e Asia Argento?
«Sia chiaro. Io sto dalla parte delle vittime senza se e senza ma. Non possono venire colpevolizzate».

Nei riverberi italiani però ci sono casi controversi. Possiamo mettere sullo stesso piano l’ex boss della Miramax e Giuseppe Tornatore, accusato da Miriana Trevisan di averla molestata, per ora senza prove?
«No, sono situazioni diverse. Conosco Giuseppe e lo stimo. Sono contraria ai processi sui giornali, in tv o sui social, si fanno in aula, sennò è una aberrazione. Bisogna rilanciare il ruolo di mediazione dei giornali e confidare meno nei social come fonte di verità assolute».

Oggi, tra gli insorti contro il sessismo verso le donne, ci sono anche coloro che insultavano le ministre di Berlusconi. Doppia morale?
«Fu una cosa orribile, un grave errore della sinistra».

Da neomamma, dunque, nel ’98 diventa ministro della cultura nel governo D’Alema; ma il suo grande merito politico fu aiutare Prodi nel ’96 contro il Polo.
«Sa qual è stato il segreto? Il mercato della Magliana. Prodi mi chiamò la sera prima del match con Berlusconi da Lucia Annunziata, per dargli una mano. Il mio collegio era Magliana, Marconi e Portuense e allora pensai, con il mio team, di andare al mercato dove facevamo volantinaggio, e chiedere alle persone cosa avrebbero voluto domandare ai candidati premier. Capimmo che erano tutti terrorizzati che venisse smantellato il welfare, in particolare la sanità, e allora sono andata a vedere i programmi del Polo che sul tema erano confusi, contraddittori; tanto che poi in tv i politici del Polo hanno litigato. Insomma, questo focus group funzionò, era on the road».

Il centro-sinistra dovrebbe ripartire dai mercati?
«Non si può pensare solo ai social, bisogna frequentare anche i mercati. Serve lavorare pancia a terra, porta a porta. Tengo sempre a mente la mia lezione americana. Quando entrai in Parlamento, nel ’94, mi chiesi cosa fare con la doppia cittadinanza; l’ambasciatore Usa mi disse di non rinunciare: “Darling, amiamo avere cittadini americani nei Parlamenti delle altre nazioni”. Così ho continuato a votare per gli Usa, anche per le primarie democrat. E nel 2008 scelsi Barack Obama, al posto di Hillary Clinton, che era diversa da quella di adesso, era in ascesa; la cosa non passò inosservata, così quando Obama vinse mi scrisse una mail David Axelrod, il coordinatore della sua campagna, chiedendomi se potevo aiutarli con la comunità italo-americana. Il governo Prodi era caduto, andai volentieri; e a South Philly, Philadelphia, scoprii i pregiudizi razzisti dell’elettorato democratico urbano: molti avevano votato Hillary e non volevano votare un uomo di colore! Che poi ha vinto…».

In chi ripone speranze per le prossime elezioni?

«Confido nel senso di responsabilità del Pd, nel ruolo di Prodi, Veltroni (giusto portare il popolo democratico unito in piazza contro ogni rigurgito xenofobo e nazifascista) e spero in Gentiloni. Sarebbe un disastro se vincessero i grillini con Di Maio. L’antipolitica è un male anche per la cultura: al Maxxi noi abbiamo iniziato a riequilibrare i fondi privati, che sono arrivati al 42%, grazie a Enel, a Bulgari, che premia i giovani, e altri. Ma se si riducono i finanziamenti pubblici, vengono meno anche quelli privati. E la cultura produce non solo indotto economico, ma è fondamentale come soft power. Per questo tengo molto alle mostre del Maxxi su Beirut, l’Iran, Istanbul; e poi, per l’anno prossimo, racconteremo la comunità artistica dell’Africa subsahariana, una rassegna curata da Hou Hanru, il nostro direttore artistico. E non dimentico l’incontro organizzato da Bill Clinton, alla casa Bianca, nel 2000 sulla “diplomazia culturale”. Oggi il mondo ne ha bisogno più che mai».

Melandri: «Ma ora tocca alla Stato, serve un Fondo»

In Senza categoria on dicembre 12, 2017 at 10:58 am

Intervista di SERGIO BOCCONI  pubblicata su Corriere Buone Notizie il 12 dicembre 2017

«Stiamo lavorando alla presentazione di un emendamento alla legge di Stabilità affinché, colmando un significativo ritardo, venga costituito anche in Italia un “outcome fund”: un fondo per l’innovazione sociale». Giovanna Melandri parla nella doppia veste di presidente di Human Foundation, organizzazione non profit per innovazione sociale, valutazione d’impatto e nuovi strumenti finanziari, e di Social impact agenda per l’Italia, il network italiano degli investimenti a impatto sociale che ha le radici nella taskforce internazionale istituita nel 2013 sotto la presidenza britannica del G8.
Quali obiettivi ha l’iniziativa?
«Introdurre anche in Italia la possibilità di attivare innovazione sociale basata sugli schemi Pbr, cioè pay by result: i privati anticipano le risorse e investono intenzionalmente su iniziative che generano impatto sociale in relazione a obiettivi fissati dall’amministrazione pubblica, quest’ultima restituisce il capitale solo nel caso i risultati prefissati siano stati effettivamente raggiunti, con eventuali interessi a fronte di risparmi di spesa».
E perché queste iniziative ora non sono possibili?
«Perché c’è un collo di bottiglia: in Italia se la pubblica amministrazione accantona risorse per l’eventuale restituzione del capitale agli investitori, per le regole della Contabilità nazionale vanno a debito».
Cosa che non accadrebbe con un outcome fund?
«È il passo che la Gran Bretagna per prima (con 800 milioni), ma anche Francia, Germania, Portogallo e altri Paesi hanno già provveduto a compiere da tempo. Noi chiediamo l’attivazione di un fondo dotato inizialmente di almeno di 10-15 milioni. Si tratta di continuare a produrre welfare senza che lo Stato arretri e anzi si faccia promotore di innovazione sociale».
Finora si è parlato del contrario, cioè della sostituzione da parte dei privati di uno Stato che non è più in grado di “erogare”.
«Qui lo schema è diverso: la pubblica amministrazione spende solo se certa dell’ottenimento dei risultati che si era prefissata incaricando imprese sociali di prestare un servizio, quindi la spesa pubblica diventa più efficace ed efficiente e si salvaguarda il welfare; i privati che investono mettono in conto una quota di rischio qui più simile alI’equity che al bond, e possono puntare su eventuali rendimenti; ma soprattutto impiegano risorse con l’intenzione di generare impatto sociale. In linea di massima è il modello del primo schema Pbr italiano in partenza a Torino. Human ha eseguito con Crt, su incarico del ministero di Giustizia, uno studio di fattibilità su interventi per ridurre la recidiva nel carcere di Torino. UniCredit anticipa le risorse private destinate alle cooperative che realizzano in tre anni l’intervento. Al termine viene valutato il risultato e se l’esito è positivo lo Stato restituisce il capitale».
Tutto ciò senza il Fondo di cui chiedete la costituzione?
«Abbiamo immaginato possa avvenire attraverso la Cassa delle ammende, ente pubblico presso il ministero di Giustizia con contabilità separata».
E come si valuta il risultato, cioè l’impatto sociale? Appare difficile…
«Certo semplice non è. Occorrono parametri innovativi per misurare l’impatto sociale di iniziative come quella di Torino o rivolte alla riduzione della dispersione scolastica o, come in Israele, alla prevenzione di alcune malattie. Human, come altre organizzazioni, ha un track record consolidato nella valutazione di impatto…».
…che peraltro è un punto cardine della riforma del Terzo settore.
«Il governo ha giustamente introdotto il principio della valutazione nella riforma del Terzo settore, come elemento fondamentale per definire la “meritori età”  delle imprese sociali. Un comitato, guidato da Stefano Zamagni, è all’opera per individuare le linee guida. Ed è al lavoro anche la Ue. Si tratta di raggiungere un equilibrio fra valutazioni numeriche, quantitative, con elementi che possiamo riassumere nell’approccio della “teoria del cambiamento” (sociali, politici e ambientali)».
Non sarebbe stato opportuno inserire il Fondo nella riforma del Terzo settore?
«La priorità della riforma era riordinare il dedalo di norme del Terzo settore. Ora serve un ultimo sprint per fare il “salto”».
C’è un interesse di investitori istituzionali soprattutto internazionali?
«In Italia le fondazioni bancarie potrebbero essere un driver importante. Le Casse previdenziali, e se si guarda all’estero i fondi impact internazionali, sono già pronti a investire nel nostro Paese».

 

Outcome fund, l’impiego di risorse che genera innovazione e risparmio

In Senza categoria on dicembre 5, 2017 at 10:50 am

Pubblicato sul blog Huffington Post 

L’Europa è da tempo sull’ottovolante. Spagna, Grecia e Italia stanno lentamente riemergendo, non senza contraddizioni, da un prolungato periodo di crisi economica, aggravata dalla durezza delle politiche dell’austerità. La Brexit ha spalancato la prospettiva, sino a poco tempo fa difficilmente immaginabile, dello smottamento dell’Unione Europea. La gestione della vicenda catalana dimostra come i localismi possano essere facilmente attivati nella diatriba partitica, avvelenando la società civile. La solida Germania è alla prese con una profonda crisi istituzionale, dovuta all’erosione del consenso attorno ai due principali partiti e all’avanzata di forze reazionarie, agganciate a un passato oscuro. Queste pulsioni attraversano con intensità diverse i paesi europei, riportando nel dibattito pubblico idee da cui pensavamo che la drammatica storia del ‘900 ci avesse reso immuni. Eppure, sebbene nubi rigonfie di risentimento si addensano minacciose sopra il vecchio continente, l’Europa continua a rappresentare un’eccezione in un mondo che continua a essere profondamente diseguale: l'”eccezionalità” europea risiede nell’universalità dei diritti e nella costruzione del modello sociale di welfare. Tuttavia, la pressione esercitata dal ciclo delle politiche neoliberali ha inferto ferite profonde al sistema di welfare, da un lato, attraverso la costante riduzione dei budget, dall’altro proponendo politiche di aggiustamento, incapaci di leggere l’emergere di nuovi bisogni e di adeguarsi alle profonde trasformazioni, sociali, economiche, demografiche che ci hanno accompagnato nell’ultimo ventennio.

Se l’Europa non vuole smarrirsi definitivamente deve ripartire dalla sua eccezionalità, da quel modello sociale che nel ridistribuire il valore prodotto, crea, a sua volta, le condizioni per generare altro valore. E, quindi, da dove possiamo partire per affrontare questa sfida cruciale? Qualche giorno fa, a Lisbona, si è tenuta una conferenza promossa dalla Commissione Europea. L’iniziativa, fortemente voluta dal Commissario della DG Research Moedas, si è posta l’obiettivo di raccogliere una buona parte delle esperienze e degli attori che, negli ultimi anni, hanno provato a ragionare sulla sostenibilità del modello sociale europeo, attraverso l’innesco di potenti processi d’innovazione sociale. L’elemento di maggior interesse emerso dalla Conferenza di Lisbona è legato alla consapevolezza della necessità di far uscire le esperienze d’innovazione sociale dalla sindrome bonsai, nella quale rischiano di rimanere imprigionate, condannate all’irrilevanza, e, dunque, individuare gli strumenti finanziari che consentano di “scalarle”, sino a divenire oggetto di politiche pubbliche strategiche. Vi è oggi una grande sintonia tra gli “innovatori sociali” e gli “investitori ad impatto sociale”; la presenza alla conferenza di Ronald Cohen, prima animatore della Taskforce G7 sugli investimenti sociali e oggi Presidente del Global Steering Group, dimostra il grado di allineamento raggiunto. Cohen, a Lisbona, ha evidenziato con forza questo assunto: l’alleanza tra investitori pazienti e innovatori sarà decisiva in una delle tante partite che verranno giocate nella transizione verso il nuovo modello sociale europeo.

Per far in modo che questa squadra si consolidi, occorre moltiplicare gli sforzi per dar vita a dei “outcome funds”, ovvero strumenti finanziari che, nel remunerare gli impatti sociali, secondo la logica del pagamento in base al risultato sociale raggiunto e misurato (pay by result), siano in grado di sostenere i processi d’innovazione, promuovere partnership pubblico-privato, rendere efficiente la spesa per le prestazioni di welfare, valorizzare il ruolo dell’impresa sociale e mobilitare risorse del settore filantropico e del mondo dell’impresa. E in Italia? Comuni e Regioni hanno avviato da tempo interessanti sperimentazioni su questi temi, poiché gli amministratori locali, naturalmente più vicini ai territori, hanno compreso che solo attraverso una poderosa dose d’innovazione è possibile disegnare un sistema di prestazioni in grado di rispondere alle nuove domande sociali. Gli schemi pay by result, utilizzati come “palestra” per testare e praticare nuovi modelli di protezione sociale, sono già stati ampiamente acquisiti in altri paesi (Uk, Usa, Francia, Belgio, Germania), occorre ora trovare una “via italiana” all’attuazione di questo innovativo strumento. In quest’ottica, la creazione di un outcome fund che consenta di far incontrare gli investitori pazienti e gli innovatori sociali risulta essere strategico anche in Italia per affrontare le sfide che ci attendono e per disegnare un modello che non dimentichi i valori sui cui si è basato il welfare universalistico e, allo stesso tempo, sappia interpretare il futuro, non con rassegnazione ma con coraggio.

GRAVITY. Immaginare l’Universo dopo Einstein

In Senza categoria on dicembre 2, 2017 at 1:36 pm

Introduzione al catalogo

Al MAXXI ad ogni mostra – al di là della fama degli artisti, del numero di opere, dell’impatto simbolico del suo contenuto – si dedica una cura proverbiale. Nell’elaborazione quanto nei dettagli. Ma attorno a Gravity. Immaginare l’Universo dopo Einstein ho visto accendersi, alimentarsi e raffinarsi una motivazione, una creatività e  un entusiasmo davvero speciali.

È merito, prima di tutto, dell’inedita triangolazione tra il nostro museo, l’Agenzia Spaziale Italiana e l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare per un progetto originale quanto ambizioso: offrire una scoperta condivisa agli appassionati di arte contemporanea, agli esploratori delle nuove frontiere della scienza e a un pubblico ancora più vasto, offrire un percorso interdisciplinare per affacciarsi sul cosmo mescolando linguaggi e codici espressivi. Si può dire che al MAXXI, non soltanto in senso metaforico, si verrà per Gravity ad esplorare l’Universo grazie alle lenti bifocali dell’arte e della scienza. Si verrà ad ascoltarne il mistero e la conoscenza che l’una e l’altra infondono ad ogni coscienza e ad ogni intelligenza.

Curata da Luigia Lonardelli, Vincenzo Napolano e Andrea Zanini ― con la consulenza scientifica di Giovanni Amelino-Camelia ― Gravity ci fa entrare in punta di piedi dentro un immaginario di concetti (spaziotempo, crisi, confini) e di suggestioni dal forte coinvolgimento. Se dovessi indicare quali emozioni trasmetta spenderei tre parole: la meraviglia, la curiosità, l’umiltà. Perché penso condensino l’approccio giusto con cui le persone comuni guardano alla scienza (e alla tecnologia) quando non cadano in due errori speculari: di considerarle un feticcio, quasi una magia, o di sottovalutarne le potenzialità nel caos social che ingoia e svilisce perfino gli orizzonti più arcani della conoscenza.

Non troverete in Gravity una “tradizionale” mostra di arte e scienza, il freddo accostarsi e confrontarsi di mondi separati. I reperti storici dell’esplorazione, gli esperimenti simulati, le installazioni, i suoni dello spazio, i lavori di Tomás Saraceno, Allora & Calzadilla, Peter Fischli e David Weiss, un’opera di Marcel Duchamp coeva delle rivoluzionarie intuizioni di Einstein, tutto ci immerge nella visione dell’Universo. Come lo studiano i fisici, i matematici, gli astronomi; come lo percepiscono, lo indagano, lo raccontano gli artisti. La materia oscura, le onde gravitazionali, la polvere cosmica: il MAXXI risuonerà nei prossimi mesi di categorie del pensiero, di energie della ricerca e di talenti dell’arte che il secolo trascorso dalla teoria della relatività ha arricchito e sviluppato, continuando a stupirci e cambiando continuamente il nostro punto di osservazione.

La recente attribuzione del Premio Nobel agli scopritori delle onde gravitazionali, è noto, ha chiamato sul proscenio l’Italia per il rilevante ruolo svolto da Virgo nel contribuire a svelarne la provenienza. La stessa nostra antenna ha appena osservato lo scontro di due stelle di neutroni, a una distanza di 130 milioni di anni luce, i cui residui dell’esplosione hanno creato una nube di polvere d’oro. Nuovi sentieri di studio e di esplorazione si aprono per i ricercatori di molte discipline. Le impennate che a volte fa la conoscenza regalano motivi in più per accendere l’attenzione su Gravity. Le danno un tocco di attualità, sottolineata dal sostegno del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca per un progetto che ha il pregio di voler essere assieme sperimentale e divulgativo. Perciò, la mostra è accompagnata e scandita da una fitta agenda di appuntamenti (incontri, proiezioni, rappresentazioni) che accostano il filosofo e il matematico, il ricercatore scientifico e il ricercatore spirituale, l’astronauta e la chef.

La libertà dell’artista e la libertà dello scienziato si alimentano, o dovrebbero farlo, dalle medesime radici creative. Abbiamo bisogno di “ascoltarle” entrambe. Abbiamo bisogno, grazie al loro dialogo, di uscire dai recinti degli specialismi. Perché se la materia è energia, dietro di essa si può incontrare la coscienza del sapere, della scienza e dell’arte. Una coscienza cosmica.

Giovanna Melandri
Presidente Fondazione MAXXI