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Resilience Bond. Investire sul Cop21

In Cosa penso on giugno 12, 2017 at 1:23 pm

Articolo pubblicato su VITA di giugno 2017

Nel corso dell’ultimo RomeSymposium sul Cambiamento Climatico 20 esperti provenienti da tutto il mondo si sono rivolti ai leader mondiali chiedendo loro di garantire il raggiungimento, nel più breve tempo possibile, degli obiettivi dell’accordo di Parigi. A loro hanno fatto eco oltre 200 investitori mondiali, che gestiscono un portfolio di migliaia di miliardi di dollari. In una lettera in vista del G7 di Taormina e del G20 in Germania, hanno chiesto ai Grandi della Terra di mantenere gli impegni presi nella capitale francese, e hanno definito il cambiamento climatico un vero e proprio “rischio finanziario”.

Si tratta di segnali che non possono essere ignorati o sottostimati. Partecipai nel 1992 al Rio summit delle Nazioni unite da dove partì il lungo processo negoziale che ha portato allo storico accordo di Parigi 25 anni dopo. La novità oggi è che non è più solo la Società civile e la comunità scientifica a lanciare l’allarme. Oggi, anche le imprese e gli operatori della finanza, chiedono una svolta nelle politiche connesse con la gestione dei rischi ambientali. Del resto, nell’ultimo quarto di secolo le prove di forza della natura sono state spesso catastrofiche, evidenziando come il processo di indebolimento strutturale degli Stati, accompagnato dalla drastica riduzione delle capacità di spesa e di intervento, renda sempre più complessa la gestione delle grandi emergenze, figlie – anche – dei cambiamenti climatici. Una delle priorità che i decisori pubblici dovranno affrontare nel futuro è dunque la definizione e strutturazione di processi sociali, culturali ed economici che rendano i territori e le comunità “resilienti”. Concetto sempre più diffuso, ma spesso poco chiaro. La radice latina resilio, tornare indietro, rimbalzare, suggerisce molto chiaramente l’idea di “non lasciarsi intaccare”.

Ecco, durante la COP21 si è molto parlato della necessità di migliorare la “resilienza” delle città. Di fatto ciò significa spingere le politiche pubbliche nella direzione della prevenzione. E qui le carenze nei bilanci e le difficolta’ a pianificare di molte amministrazioni risultano essere ostacoli insormontabili.

Una delle soluzioni possibili è il ricorso ai cosiddetti Resilience Bond, strumento finanziario studiato dalla Rockefeller Foundation, insieme a Swiss Re e Risk Management Solutions, che collega la copertura assicurativa ai capitali investiti in opere infrastrutturali, incentivando le politiche di prevenzione e riducendo così il rischio assicurativo. Molte sono le iniziative che si stanno muovendo in tal senso, come il Land Degradation Neutrality Fund della UN Convention to Combat Desertification, fondo che mira a riqualificare 12 milioni di ettari di terra compromessa ogni anno, con l’obiettivo di mitigare il cambiamento climatico e favorire la biodiversità, con opportunità di investimento per circa 1 miliardo di dollari.

Per creare comunità davvero resilienti, in grado di affrontare le sfide epocali che ci attendono, è necessario applicare la leva dell’innovazione, sperimentando nuovi strumenti nell’ambito di processi fortemente collaborativi che sappiano mobilitare il capitale sociale di un territorio. E’ per questo che la società civile gioca un ruolo fondamentale in questa partita, poiché dalla qualità e solidità dell’intelaiatura sociale dipende il buon esito di questo percorso.

E’ anche per questo che abbiamo deciso di realizzare la Summer School del Master MEMIS, il cui tema sarà “Innovazione sociale nell’epoca della Resilienza”, nel territorio marchigiano, chiamato a reagire al disastroso sisma che lo ha colpito nel corso del 2016. Crediamo, infatti, sia necessario investire nel rafforzamento del capitale sociale per provare a ri-centrare la comunità locale e le attività produttive, in una prospettiva di resilienza. E siamo onorati che la Summer School verrà ospitata quest’anno dalla Bottega del Terzo Settore di Ascoli Piceno, poiché il contesto associativo e cooperativo è fondamentale in questo lavoro di ritessitura della comunità scossa dal dramma del sisma. Vorremmo contribuire così alla ricerca di nuovi modelli di generazione del valore ambientale, sociale ed economico, provando a costruire territori sostenibili e resilienti; capaci cioé di non “farsi intaccare” più del dovuto da una cronaca talvolta drammatica.

 

L’irresistibile ascesa delle donne nell’arte. Da muse e modelle a manager e artiste

In Senza categoria on maggio 31, 2017 at 2:56 pm

I musei Vaticani per la prima volta hanno una direttrice. La Biennale di Venezia e la Tate in mani femminili. Il Leone d’oro a una performer. È una rivoluzione. Ne parliamo con la presidente del Maxxi di Roma, progettato e guidato da donne.

Intervista di Laura Laurenzi pubblicata su “F”

Un mondo magico che celebra le donne. Foreste tessili, installazioni di giardini animati, il calco di un olivo millenario, un enorme barcone che ripesca l’ultima automobile appartenuta a un grande maestro dell’arte contemporanea italiana, un triplo igloo,le foto in cui Helmut Newton racconta le sue 72 ore a Roma, i disegni per il maestoso fregio di Kentridge sulle sponde del Tevere. A Roma il MAXXI, il museo più avveniristico d’Italia, guidato da donne,si trasforma e ripensa i suoi spazi. Un museo intrigante, che rafforza la sua identità e la sua missione pubblica a partire da The Place to Be, il nuovo allestimento della collezione permanente, offerta con ingresso gratuito dal martedì al venerdì.

Ed è spazzato da un vento che i suoi vertici chiamano Re–Evolution: una raffica di idee nuove che offrono un contributo sempre più intenso alla consapevolezza femminile, affinché una grande artista come l’americana Carolee Sehneemann, 77 anni, pioniera della performance femminista e Leone d’oro alla carriera, non possa più dire: «Quella delle donne nell’arte è una storia di resistenza, esclusione e discriminazione».

Oggi non più. Oggi ci sono donne che creano, donne che osano, donne che espongono. Donne al comando, che studiano strategie, precorrono le avanguardie, selezionano i talenti. È una giovane donna, Christine Macel, la curatrice della 57 Biennale d’arte di Venezia inaugurata il 13 maggio e aperta fino al 26 novembre. È una donna, Cecilia Alemani, la curatrice del Padiglione Italia.

È proprio celebrando la creatività femminile che il museo nazionale d’arte contemporanea si evolve, cresce e incide nel tessuto sociale e artistico lasciando un segno pro fondo, come sottolinea Giovanna Melandri, presidente della Fondazione MAXXI, che intervistiamo.

Ha un senso parlare del MAXXI come di un museo al femminile?

«Sicuramente sì. Tanto per cominciare l’ha creato una donna, Zaha Hadid, cui dedichiamo dal 23 giugno una grande mostra concentrata sul lavoro che ha realizzato in Italia. Indubbiamente il MAXXI è stato un punto di svolta nella sua carriera. All’epoca io ero dall’altra parte della barricata: ero ministro dei beni culturali quando decidemmo di bandire questa grande gara internazionale di architettura. Quello della Hadid fu di sicuro il progetto più affascinante: senza muri dritti. Per descriverlo mi disse: mi sono ispirata alla Roma barocca e alla sinuosità delle sue linee curve. Lei aveva una visione di questo flusso continuo: aveva ideato la funzionalità di un edificio in cui bisognava poter passare da uno spazio all’altro, senza soluzione di continuità, perdendosi, in un corpo a corpo fra gli artisti che ospitiamo. Ecco cosa ho imparato da Zaha Hadid: fare di questo corpo a corpo un valore aggiunto, e anche un modo di lavorare».

Nel campo dell’arte ci si comincia ad accorgere del femminile, vedi Barbara Jatta, primo direttore donna dei Musei Vaticani.

«Un’ottima scelta che ha premiato una persona di grandissimo valore. Torno ora da Londra dove ho incontrato la nuova direttrice della Tate Modem, Frances Morris. Finalmente una donna alla guida di una delle più grandi istituzioni dell’arte contemporanea. Indubbiamente è in corso un riequilibrio. Quello dell’arte è stato per anni un mondo monocolore: adesso questo monocolore comincia a mostrare delle crepe. Per quanto riguarda il MAXXI, non solo il suo progettista è una donna, ma da quattro anni e mezzo i cinque componenti del consiglio d’amministrazione del museo sono tutte donne».

Che cosa intende con Re-Evolution rosa?

«Più visitatrici, più artiste che espongono. Penso a Micol Assael, a Elisabetta Benassi, a Rossella Biscotti, a Lara Favaretto. Penso a Adelita Husni-Bey e al suo Mondo magico, che potete vedere al Padiglione Italia della Biennale di Venezia. Tre soli artisti ci rappresentano quest’anno, ma di altissimo livello. Penso a Gea Casolaro e a Liliana Moro, fra le presenze femminili più stimolanti nella nostra mostra. Ci saranno tante donne anche nell’esibizione dedicata alla scena artistica di Beirut e del Libano che si inaugura in autunno. La sedimentazione della storia artistica contemporanea deve essere fatta da uomini e da donne, scritta al maschile e al femminile. Questa l’indicazione data ai curatori».

È stata una decisione difficile quella di aprire la Collezione gratuitamente?

«Non ci ha dormito la notte, è stato un vero salto nel buio. Ma siamo andati per gradi. Vogliamo fare di questa gratuità uno strumento di avvicinamento interpretando valori femminili come l’accoglienza e l’attenzione ai bambini. Abbiamo un’offerta vastissima da parte del dipartimento didattico perle famiglie»

Invece nel weekend si paga?

«Sì, perché dobbiamo far tornare i conti. Comunque abbiamo tantissime convenzioni, riduzioni e iniziative speciali. Inoltre, ogni prima domenica del mese l’ingresso alla Collezione è gratuito. Siamo molto attenti a questa idea di porosità del museo, che non deve essere solo per gli addetti ai lavori, ma va restituito a un pubblico generalista. Comunque sta andando bene: nel 2016 gli ingressi sono aumentati del 33 per cento e i ricavi del 20».

L’effetto traino funziona.

«Funziona eccome, anche con le nostre mostre di ricerca, ideate dal direttore artistico Hou Hanru, mostre complesse, a volte dure, difficili, fortissime, come quella in corso intitolata Please Come Back sul tema delle prigioni viste come metafora del mondo. Affrontiamo temi di attualità senza strizzare l’occhio ai mercato, anzi!».

Lo Stato vi finanzia per il 57 per cento. Il resto da dove viene?

«Il resto viene da una fatica bestiale che faccio ogni giorno. Trovare sponsor è il mio lavoro, così come realizzare un modello di partnership pubblica e privata che funziona. Inoltre sta crescendo moltissimo la rete di amici del museo, tanto che stiamo per sbarcare negli Stati Uniti: stiamo creando una Fondazione MAXXI anche lì».

A quale museo si ispira? Forse alla Tate Modern di Londra?

«Confrontarsi con loro è sempre rischioso, visto che dispongono di risorse 10 volte le nostre. Noi in fondo siamo soltanto una start up».

Quali sono le opere esposte al MAXXI cui è più legata?

«Cito alcune meraviglie che mi hanno colpito al cuore. Certe fotografie di Letizia Battaglia, davvero straordinarie. Un’installazione dell’artista pakistana Shahzia Sikander. L’enorme mandala dal titolo E così sia…, composto con semi e legumi provenienti da tutto il mondo che Bruna Esposito sta ricreando in una sala del museo».

Tutte donne?

«Già: tutte donne».

Imprese sociali, quella spinta che può arrivare dall’Unione bancaria europea

In Cosa penso on maggio 24, 2017 at 9:06 am

Articolo pubblicato su Corriere Sociale il 24 maggio 2017

 
Sono passati già 9 anni dal fallimento della Lehman Brothers: l’inizio della terribile crisi finanziaria del 2008, un terremoto di cui paghiamo il prezzo ancora oggi. Pochi anni dopo l’Unione Europea ha reagito con l’unione bancaria a livello europeo, una regolamentazione uniforme nata per armonizzare le competenze in materia di vigilanza, risoluzione e finanziamento e per assicurare che le banche assumessero rischi calcolati e pagassero il prezzo di eventuali errori commessi.

L’unione bancaria ha rappresentato un obiettivo ineludibile per completare l’unione economica e monetaria e per aggiungere un tassello importante alla costruzione europea.

Il 2017 è l’anno della manutenzione di queste regole bancarie europee, e con Social Impact Agenda per l’Italia, l’Associazione nata per promuovere gli investimenti ad impatto sociale in Italia, vogliamo sfruttare questo momento per ottenere una regolamentazione capace di favorire una finanza generatrice di valore reale e sociale.

La strada è stata aperta l’anno scorso da una coalizione di organizzazioni italiane (tra cui figuravano BCC Federcasse, ABI, Confindustria e altre associazioni imprenditoriali italiane) che ha proposto e ottenuto l’estensione del sistema che prevede accantonamenti di capitale più bassi per le banche che concedono prestiti a piccole e medie imprese. Sistema conosciuto come lo SME supporting factor che di fatto rende più semplici l’erogazione di prestiti a queste categorie di imprese, ritenute, a ragione, un volano dell’economia reale.

Social Impact Agenda per l’Italia si muove sulla scia di questa esperienza per estenderla. L’idea è di estendere il regolamento CRR art.501, che introduce l’SME supporting factor, anche ai crediti erogati alle imprese sociali (Social Economy Enterprises) attraverso un nuovo SEE supporting factor.

L’SEE supporting factor quindi consentirebbe di modificare quel trattamento prudenziale applicando a quelle imprese un coefficiente di assorbimento pari al 60%. Tale strumento ridurrebbe gli oneri di accantonamento di capitali da parte delle banche per i crediti erogati alle imprese del Terzo Settore e si configurerebbe come un mezzo prezioso per facilitare l’accesso al credito all’economia sociale.

Insomma, un incentivo non da poco per le imprese del Terzo Settore che spesso devono ricorrere al prestito bancario per anticipare quote di denaro che vengono restituite agli enti finanziatori come rimborso di spese effettivamente sostenute. Tra l’altro la minore rischiosità del terzo settore, sperimentata nella pratica da diversi istituti bancari e in primis dalle BCC, incoraggia questo tipo di azione.

Le imprese sociali rappresentano un tratto importante del futuro dell’economia italiana ed europea, contribuiscono a ricostruire un’economia generatrice di valore e capace di rispondere a vecchi e nuovi bisogni sociali.

Con l’aggiornamento dei regolamenti dell’unione bancaria l’Unione Europea ha la possibilità di ripartire da ciò che conta, da ciò che è reale, dall’economia che produce valore.