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Il musicista di Re Ruggero. Ovvero, la modernità del Medioevo

In Senza categoria on settembre 28, 2017 at 10:21 am

Articolo pubblicato su Huffpost il 27 settembre 2017

Quando nel marzo del ’37 il polacco Karol Szymanowski, ormai devastato dagli abusi di una vita sregolata, morì in un sanatorio di Losanna stroncato da un male incurabile, sarà stato forse arduo riconoscere in lui il coltissimo e raffinato intellettuale, lo scrittore ispirato, il compositore dal caratteristico stile diafano, che pure aveva goduto dei favori della critica, e di esecutori del calibro di Rubinstein. Secondo per fama nella natìa Polonia, solo al connazionale Chopin, finì in realtà ben presto nell’oblio della guerra e della storia.

Al punto che la sua singolare figura, insieme alla sua arte, è stata riscoperta non prima della fine del secolo scorso. Riportando così all’onore dell’esecuzione la sua composizione più importante, quel Król Roger, il Re Ruggero, antico governatore di quella Sicilia che tanta fonte d’ispirazione era stata nei lunghi viaggi mediterranei del musicista. Król Roger, per altro, inaugurerà la stagione 2017 dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia a Roma.

La storia del normanno nato a Mileto, le testimonianze culturali e monumentali da egli lasciate nell’isola, avevano affascinato a tal punto il giovane compositore da indurlo alla creazione di un dramma lirico a lui ispirato. Del suo soggiorno panormita, restano descritte le meraviglie che ancora oggi abbagliano il visitatore: dagli ori del Palazzo dei Normanni al Duomo di Monreale, a S. Spirito, alla Martorana col suo stupefacente campanile. Il lascito mirabile di un monarca, che oggi definiremmo illuminato.

Lo studio dello Szymanowski filosofo e pensatore, fu rivolto proprio all’ecumenismo dell’azione di Ruggero II. Al suo esperimento di gestione eterocratica dei territori, che utilizzava la cooperazione di personalità di ogni provenienza etnica e religiosa, finanche in qualità di dignitari a corte palermitana, nell’organizzazione politica (e oggi diremmo anche sociale) di un Regno di Sicilia che poco dopo l’anno Mille si estendeva fino a Napoli, al Nordafrica, ad Efeso, comprendendo i ducati del Sud Italia, futura base del Sacro Romano Impero federiciano.

La reggenza di Ruggero si era in realtà dipanata in una doppia fase: egli aveva dapprima ricacciato i saraceni che imperversavano nell’isola, per poi attuare una sapiente politica di recupero e inclusione delle comunità musulmane, installandone di fiorenti e tollerate in Sicilia, così come pure agevolando la migrazione e il consolidamento di comunità cristiane in Nordafrica, dalla Tunisia fino alla Sirte.

L’ambiente multiculturale della corte di Ruggero era così sofisticato, da includere tra i suoi più stretti collaboratori, eruditi provenienti dal mondo arabo, greco, numida, bizantino, anglo, e normanno. Suo stesso segretario personale, il poeta arabo Abd ar-Rahman al-Itrabanishi. Suo fidato collaboratore e amico, il celebre geografo Muhammad al-Idrisi. La storiografia dell’epoca, ci riporta che mantenne sempre, pur nella inevitabile ferocia delle campagne di conquista e difesa dei territori, e nonostante lo strategico appoggio militare alla Seconda Crociata, un atteggiamento di assoluta e totale tolleranza verso ogni tipo di etnia, lingua o professione religiosa, in parte mantenuto dai suoi successori.

Fu verosimilmente questo antico e costruttivo confronto tra le varie dottrine e provenienze, che il sensibile Szymanowski riusciva a percepire, come riportano i suoi scritti, ancora nella Sicilia di inizio ‘900, ad affascinare il cattolico compositore, e spingerlo alla stesura del suo masterpiece, diviso in tre atti che lui stesso definì “bizantino, orientale e greco-romano”.

E forse, questo embrionale tentativo di collaborazione e cooperazione sociale, pur atavico e sperimentato all’interno di una forma di governo assolutista, può oggi essere, come lo fu per il dimenticato musicista, altrettanta fonte d’ispirazione anche per comprendere come provare a gestire, nel mondo di oggi, le diversità. Assistiamo sgomenti alle tragedie di un’epoca feroce, stretti tra il riemergere dei nazionalismi del ‘900, che sembravano per sempre assopiti e l’anti-modernismo efferato del Califfato. Il sogno della patria europea rischia di perdersi irrimediabilmente lungo le coste del Mediterraneo, che da spazio di dialogo e di incontro è divenuto una frontiera da non valicare. Eppure, basterebbe guadare al lascito arabo-normanno di Palermo per capire come una sapiente gestione delle diversità può produrre risultati straordinari, tanto che oggi quella raffinata composizione di stili è patrimonio che appartiene all’intera umanità.

E non è un caso se la città di Palermo, ha aderito alla candidatura per il titolo di Capitale della Cultura 2018, scegliendo come simbolo proprio la Lapide Quadrilingue, una stele custodita nel Palazzo della Zisa. Risalente al 1149, riporta in giudaico, in latino, in greco e in arabo i diversi sistemi di datazione del mondo, e dimostra tangibilmente la multietnicità della corte di Ruggero II e il rispetto per tutte le religioni e tutti i popoli che allora abitavano la Sicilia.

Un riconoscimento, quello di Capitale Italiana per la Cultura, da intendersi come volano per la rinascita della città, con il dichiarato auspicio che possa tornare a essere innanzitutto capitale del dialogo e dell’interazione culturale. E nella cui offerta s’inserisce perfettamente “Manifesta”, la biennale di arte contemporanea considerata la più importante a livello europeo, che la città ospiterà proprio l’anno prossimo. Con una spiccata connotazione interdisciplinare e aggregante, la kermesse artistica rappresenta quindi un ulteriore e importante strumento per confermare il rinnovato ruolo di Palermo nello scenario nazionale e internazionale. Per provare a contrastare le ataviche corporazioni criminali che ne attanagliano il tessuto produttivo, sociale, culturale. Per provare a costruire, con pazienza e fatica, ponti in luogo di mura, e farne, ancor più che un simbolo, un esempio vitale lungo il sentiero della convivenza.

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KEMANG WA LEHULERE. BIRD SONG

In Senza categoria on settembre 26, 2017 at 12:47 pm

Introduzione al catalogo

Il MAXXI è un luogo delle libertà. Libertà di espressione degli artisti. Libertà di linguaggi e saperi. Libertà di confronto tra culture di latitudini diverse. Noi teniamo molto a un’apertura, direi spirituale e mentale, che corrisponde appieno alle architetture accoglienti e intrecciate dell’edificio di Zaha Hadid. Perciò, ospitare le opere di Kemang Wa Lehulere è un’emozione: la molteplicità dei suoi generi e segni si sposa alla perfezione con la nostra “filosofia” e l’impronta civile e sociale della sua arte arricchisce una linea espositiva (penso a Sikander, Xhafa, Gitai, Durham per citare gli ultimi in ordine di tempo) che ha trovato al MAXXI uno spazio naturale.

Wa Lehulere è una scelta particolarmente felice quale “Artist of the Year” 2017 di Deutsche Bank perché le sue sculture, le sue incisioni murali e i suoi video, come frammenti di una memoria ricomposta, fanno immergere nella storia di sofferenza, sfruttamento e segregazione che la sua magnifica terra, il Sudafrica, ha conosciuto sotto la dominazione coloniale e poi con l’apartheid. Le forme di denuncia, di resistenza e di riscatto che hanno scandito quel processo di liberazione si rifrangono nelle sue opere, così essenziali e suggestive. “Bird Song” si intitola la mostra, curata ancora una volta da Britta Färber e Anne Palopoli, testimonianza di fusione tra i talenti professionali del MAXXI e la sensibilità di Deutsche Bank verso le arti contemporanee. “Bird Song”: un canto di libertà cancellata e riconquistata. Per noi si tratta del terzo appuntamento di Expanding the Horizon, linea di ricerca voluta dal direttore artistico Hou Hanru, che fa dialogare la collezione del museo con altre, corporate o private, in Italia e nel mondo. Il Sudafrica, con le sue battaglie, ha contribuito in modo indelebile ad arricchire gli orizzonti politici e culturali di tutti. Questa mostra è un gesto di omaggio, un ringraziamento, una sollecitazione a non dimenticare.

Giovanna Melandri
Presidente Fondazione MAXXI

Da Chicago soffia forte il vento dell’impact investing

In Cosa penso on luglio 20, 2017 at 3:20 pm

Con oltre 500 partecipanti provenienti da 40 Paesi diversi Chicago è diventata il crocevia per l’impact investing durante il summit annuale del Global Steering Group, organizzazione nata dall’esperienza della Social Impact Investment Taskforce del G7, per promuovere l’impact investing a livello globale.

Se l’esercizio della Taskforce aveva fornito un’istantanea dei paesi del G7 sullo stadio di maturazione del settore degli investimenti ad impatto, cercando di immaginare i potenziali trend di crescita, il GSG vuole divenire una forza motrice in grado di accompagnare lo sviluppo dell’impact investing nei prossimi anni.

Nel corso del meeting questo obiettivo è stato evocato in più occasioni: innescare una reazione a catena che porti gli investimenti ad impatto sociale a rivoluzionare i mercati finanziari al fine di generare effetti positivi su milioni di persone e sul pianeta. Ci troviamo, come ha efficacemente sostenuto Sir Ronald Cohen, animatore della Taskforce prima e del GSG oggi, di fronte ad un punto di svolta, ad un “tipping point “.

La costante crescita di nuovi bisogni, ci impone di trovare nuove soluzioni e costruire alleanze ampie che abbiano la forza di affrontare le grandi emergenze che scuotono la nostra epoca. Le risposte saranno tanto più efficaci quanto più sapremo aggregare attori diversi, dai soggetti dell’economia sociale, ai settori produttivi tradizionali, la Pubblica Amministrazione, gli investitori sociali, il mondo della filantropia organizzata e la società civile.

La sfida del tipping point, lanciata da Cohen a conclusione della tre giorni, riguarda tutti gli attori che compongono l’ecosistema dell’impact investing: a partire dal mondo della filantropia e degli investitori che debbono “spostare” almeno il 10% dei propri asset in investimenti ad impatto sociale, al settore pubblico, che dovrebbe allocare il 10% della spesa sociale attraverso fondi che remunerino gli impatti positivi e, infine, al mondo dell’imprenditoria, che deve aprire alla forza generativa dei millenials per innovare i modelli di business affinché siano economicamente e socialmente sostenibili.

Queste sono le precondizioni per avviare una profonda trasformazione dei mercati: far in modo che i flussi finanziari lascino le bolle speculative che tanti danni hanno prodotto a livello globale e tornino nell’economia reale, con l’obiettivo di generare impatto sociale.

Saranno i 16 Paesi membri del GSG che, partendo dalla dimensione nazionale, dovranno innescare questa reazione a catena e per l’Italia è Social Impact Agenda a rappresentare l’ecosistema dell’impact investing.

Non si tratta di una sfida banale, il mondo finanziario ha bisogno di track record solidi che ne dimostrino l’affidabilità, eppure nemmeno il settore del venture capital, ha ricordato Cohen, aveva un’infrastruttura dati alle sue spalle, ciononostante non si è scoraggiato ed è diventato nel tempo diventato un importante asset class.
Ma se fino a qualche anno fa eravamo in pochi a credere che fosse possibile questa trasformazione dei mercati, oggi siamo accanto a 43 Paesi diversi, a centinai di fondi ed istituzioni finanziare che lavorano per farsi trovare pronte quando avverrà il tipping point.

Non so se la previsione sul tipping point di Cohen sia frutto dell’ottimismo della volontà, ma i tempi in cui viviamo non lasciano spazio al pessimismo della ragione; al contrario, dobbiamo aver coraggio, essere disposti a sperimentare, non aver paura di fallire perché il vento di un nuovo paradigma economico soffia forte da Chicago.