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IL MAXXI. LA NOSTRA VISIONE

In Senza categoria on gennaio 9, 2018 at 10:48 am

di Giovanna Melandri

Al MAXXI siamo ostinatamente convinti della centralità dell’esperienza artistica nella vita di ognuno, e ogni giorno cerchiamo di realizzare un MAXXI interessante per tutti. Accogliente per i più piccoli e per le famiglie, stimolante per gli amanti dell’arte, dell’architettura e del design, attraente per partner e sponsor, imperdibile per un pubblico internazionale e sopratutto per i giovani.
È a loro che ci rivolgiamo in modo particolare: i giovani visitatori che qui cercano l’esperienza dell’arte e della cultura, e anche i giovani creativi che, grazie a questa istituzione, hanno l’opportunità di sperimentare ed esprimersi.
Perché il MAXXI è molto più di uno straordinario spazio museale. È un centro di ricerca e una piattaforma multidisciplinare in cui tutti i linguaggi della creatività contemporanea si incontrano, è per età un “nativo digitale”, che intercetta e comunica con il pubblico dei social network, esplorando le modalità della fruizione artistica in rete.
Oggi, grazie anche al nuovo Direttore Artistico Hou Hanru, il MAXXI incrementa costantemente la sua rete di relazioni, co-produzioni e scambi internazionali, approfondendo la ricerca di valori, istanze e temi più urgenti del locale e del globale, posizionandosi a livello internazionale come avamposto della ricerca artistica dell’area euro-mediterranea, come istituzione che co-produce ed esporta le sue mostre.
Credo fermamente che arte e cultura generino ricchezza civile e  siano  un elemento strategico di competitività del Sistema Italia; e sono certa che oggi siano ineludibilmente “incorporate” nella  possibilità di riscatto economico, produttivo, culturale e spirituale di ognuno di noi e del nostro Paese.
Al MAXXI cerchiamo di dimostrare che si può fare.

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Grazie al Fondo per l’innovazione sociale l’Italia potrà edificare un welfare 4.0 e non lasciare indietro nessuno

In Senza categoria on dicembre 27, 2017 at 2:57 pm

Intervento pubblicato sul blog su Huffington post il 27 dicembre 2017

La recente istituzione del Fondo per l’innovazione sociale, prevista nella legge finanziaria, è un piccolo, ma significativo, passo in avanti che molti auspicavano da tempo.

Il nostro sistema di protezione sociale è al centro di profonde trasformazioni, laddove l’uso del termine “epocale” non sembra affatto così fuori luogo. Pensiamo ai radicali cambiamenti demografici, che ci consegneranno nei prossimi anni una società più longeva, con implicazioni profonde sugli assetti previdenziali e sanitari. Oppure, al rovesciamento del paradigma della piena occupazione verso ciò che alcuni studiosi hanno definito la “società del non-lavoro”, con conseguenze imprevedibili sui livelli di coesione sociale. Alla necessità che il sistema educativo e formativo, a differenza di quanto accade oggi, sia in grado di fornire strumenti critici ai cittadini del futuro, senza lasciare nessuno indietro.

Negli ultimi anni, ho più volte segnalato la necessità di impegnare le nostre PA nell’infrastrutturazione di processi di innovazione attraverso cui provare a ricalibrare le risposte del sistema di welfare pubblico. In tal senso, tra i diversi strumenti da utilizzare, come Human Foundation abbiamo ripetutamente enfatizzato le esperienze dei “payment by result” (PbR) che, nel mettere in relazione l’erogazione di risorse, la compartecipazione dei privati, l’integrazione dei servizi, la misurabilità dei risultati sociali attraverso metodi rigorosi, rappresentano una leva potente per sperimentare l’innovazione.

Attraverso il Fondo per l’innovazione sociale – sulla cui istituzione è stata determinante la lungimiranza della Commissione Bilancio della Camera – vengono meno, finalmente, i principali ostacoli all’implementazione di questi strumenti nel contesto italiano. Sebbene si tratti di uno stanziamento esiguo, 25 milioni di euro nei prossimi tre anni, dobbiamo immaginare che il Fondo produrrà un effetto moltiplicatore di queste risorse, da un parte nel mobilitare risorse degli investitori sociali, dall’altra, generando efficientamento nella spesa pubblica. Vi sono diversi soggetti pronti a spostare flussi di risorse verso i modelli PbR: mi riferisco, in primo luogo, al sistema della Casse Previdenziali, che ha sostenuto l’istituzione del Fondo durante l’iter della Finanziaria, e che da tempo manifesta interesse verso approcci di investimento sociale. Penso, poi, alle fondazioni di origine bancaria che hanno necessità di incrementare la componente di investimenti allineati alla missione sociale.

Le esperienze sostenute dal Fondo consentiranno alla Pubblica Amministrazione di apprendere dagli errori fatti, di scalare e replicare iniziative virtuose, di migliorare ciò che già funziona, di testare nuovi modelli di intervento, di efficientare la spesa e di rafforzare i sistemi di accountability.

Forse così – facendo prevalere l’ottimismo della volontà sul pessimismo della ragione – potremo contribuire a tutelare il nostro welfare, costruendo le condizioni per affrontare le sfide che ci attendono nei prossimi anni.

Giovanna Melandri «Cari uomini, non diteci più cosa dobbiamo fare noi donne»

In Senza categoria on dicembre 14, 2017 at 2:49 pm

Intervista di Luca Mastrantonio pubblicata su 7-Corriere del 14 dicembre 2017

Sul tavolo c’è un album fotografico pieno di azzurra nostalgia. Berlino, 2006, finale dei mondiali di Germania, vinti dall’Italia. Giovanna Melandri era ministro dello Sport, «ministro» dice, non «ministra». Sostanziale, più che lessicale, il suo femminismo: «C’è un gap da colmare, alle donne serve un lavoro stabile per scegliere la maternità senza ricatti». Ci accoglie nel suo studio al museo Maxxi, che dirige dal 2012; ha una camicia floreale, un medaglione d’argento, il caschetto di ricci chiari sempre vispo, gli occhi subito azzurri. La voce, frizzante, vira sui toni alti; le consonanti, lievemente strascicate, ci ricordano che siamo a Roma, l’accento perfetto delle frasi in inglese tradisce l’orgoglio di essere nata a New York.

Partiamo dalla foto della finale, un tuffo al cuore.
«Indimenticabile. C’è il presidente Napolitano che mi indica qualcosa, non ricordo cosa. Poi c’erano Chirac, Bill Clinton e Merkel: lei non l’ha mai detto apertamente, ma si capiva che tifava Francia! Le è andata male, sorry. Ma che tristezza la nostra eliminazione per i prossimi Mondiali: c’è stato un tempo in cui partecipavamo e vincevamo. Oggi neanche partecipiamo. Il danno è davvero enorme: psicologico, d’immagine, economico».

Cosa consiglia di fare?
«Tabula rasa. Anno zero. Nel 2006 ci scoppiò Calciopoli, e da ministro dello Sport ho fatto due cose: via tutti i vertici della federazione, quindi commissario Guido Rossi e vice Luca Pancalli, capo dello sport para-olimpico; poi abbiamo preservato la nazionale, non poteva essere la vittima designata, come oggi. Serve un commissario di spessore, com’era Rossi».

In un’altra foto, lei è negli spogliatoi. Rino Gattuso dice che le fecero un coro goliardico: “faccela vede’…”.

«Non ricordo quella canzone, ricordo la gioia, ma erano gentiluomini, simpatici, soprattutto Cannavaro. Ero scesa con il presidente Napolitano. D’altronde in uno spogliatoio di calciatori, da donna, ci puoi andare solo ben accompagnata e in occasioni straordinarie. Comunque fu un errore abolire il ministero dello Sport con portafoglio, creato da Prodi, va ripristinato».

Prodi, suo grande sponsor.
«Romano è un amico, ci sentiamo. Una persona sorprendente. Due anni fa ero a Bologna con mio marito Marco, mia figlia Maddalena e amici per festeggiare il mio compleanno; lui lo viene a sapere e spunta fuori con una bottiglia di champagne. L’ultimo messaggio che gli ho mandato è un incoraggiamento. Dice che ha piantato la tenda vicino al Pd e non la sposta finché non si riunisce con la sinistra. Gli ho scritto bravo, sono con te. Ma è dura. C’è chi come D’Alema prende a picconate la tenda».

Un sabotatore?
«D’Alema vive da anni, anzi decenni, un horror vacui preoccupante. Ma qui la responsabilità non è solo politica, è storica: non si può lasciare il Paese a Matteo Salvini, che non considera i nazisti un problema, né ai grillini, cioè al movimento che ha espresso Virginia Raggi».

Si percepisce dell’ostilità verso la sindaca.
«La Raggi non è un buon sindaco, la città è depressa. Se vuoi fare il sindaco di Roma non la prendere alla leggera, perché non è leggera. Da economista secchiona allieva di Federico Caffè dico: “Studia! Studia!” Questa leggerezza è la tragedia del nostro tempo: si licenzia con un tweet e l’antipolitica dice che chiunque possa fare tutto, anche se non ha la stoffa. Che idea ha la Raggi di Roma? Che progetti? Detto questo, su di lei c’è un delta di accanimento, perché donna, giovane, bella e poliglotta».

C’è empatia autobiografica: lei ha iniziato giovane e bella.
«Quando sono entrata in Parlamento, a 32 anni, mi sono imposta una divisa: pantaloni e giacca. La gonna l’avrò messa tre volte. Mi è pesato sul piano personale, perché inibirsi? Sono contenta che oggi le colleghe, giovani, possano mettere la gonna, il tacco 12 ed esprimere la loro femminilità: abbiamo fatto passi avanti, si va oltre il giudizio estetico. Bene, lo dico anche per mia figlia Maddalena: ha 19 anni, ha frequentato il liceo Virgilio, a Roma, scuola con ottimi professori, mi spiace ora sia ingiustamente al centro di polemiche e scandali; studia global philosophy a Londra».

Il regalo per i suoi 18 anni?
«Una bella festa, danzante. In un locale. E abbiamo un segreto. Sul braccio, posso mostrarglielo ma niente foto: un tatuaggio, una frase in sanscrito. Un dolore terribile, non ne farò altri, ma è una cosa che ci lega molto. L’anno scorso poi l’ho aiutata con la maturità. Che bello ristudiare Schopenhauer, Hegel… io volevo fare filosofia, il mio primo amore era un filosofo, un giovane tedesco, Michael, assistente di Habermas. Ci conoscemmo in un rifugio sulle Dolomiti, io amo la montagna, passai con lui un inverno a Berlino, nell’80/81, c’era il muro, studiavo il tedesco con gli immigrati turchi…».

Nell’intervista a Beppe Severgnini per 7-Corriere, suo cugino Giovanni Minoli dice che nel ’98 le consigliò di rifiutare l’incarico di ministro, per fare la mamma.
«Per fortuna ho dato retta alle persone giuste, non a lui. Fu una scelta difficilissima. Mi chiamano per chiedermi di fare il ministro della cultura, un sogno per me, ma avevo Maddalena in braccio, di 20 giorni. Entro in crisi. Chiamo mio marito, Marco, che mi dice “decidi tu, sono con tè”, è stato, ed è, un grande uomo accanto. Poi mia mamma, le sorelle, le amiche del cuore. E Miriam Mafai, che mi chiede cosa ho deciso: io dico che ho preso due ore e lei urla “sei pazza? In due ore ci ripensano, chiamali e accetta, io alla tua età ho imbracciato il fucile, stavo sulle montagne, avevo due bambine piccole, senza colf!”. Le ho dato retta, ho fatto bene; lei con Vittorio Foa è la mia guida politica: che persone straordinarie, ci sono grandi vecchi che non vanno mai rottamati, ma ascoltati, di spirito restano più giovani dei giovani… Quindi: bisogna dare alla donne la possibilità di scegliere la genitorialità senza dover rinunciare al lavoro. Al Maxxi abbiamo stabilizzato molte lavoratrici e abbiamo avuto in 4/5 anni 18 gravidanze; l’ultima? Ha curato la nuova mostra, Gravity. Anche a Human, la fondazione che dirigo, porto avanti questa politica, perché indaghiamo su modelli di innovazione sociale, una “galleria del vento”. In conclusione: ci sono ancora troppi uomini che dicono alle donne cosa devono fare e quando. E se denunciare, quando e come».

Si riferisce al caso Weinstein e Asia Argento?
«Sia chiaro. Io sto dalla parte delle vittime senza se e senza ma. Non possono venire colpevolizzate».

Nei riverberi italiani però ci sono casi controversi. Possiamo mettere sullo stesso piano l’ex boss della Miramax e Giuseppe Tornatore, accusato da Miriana Trevisan di averla molestata, per ora senza prove?
«No, sono situazioni diverse. Conosco Giuseppe e lo stimo. Sono contraria ai processi sui giornali, in tv o sui social, si fanno in aula, sennò è una aberrazione. Bisogna rilanciare il ruolo di mediazione dei giornali e confidare meno nei social come fonte di verità assolute».

Oggi, tra gli insorti contro il sessismo verso le donne, ci sono anche coloro che insultavano le ministre di Berlusconi. Doppia morale?
«Fu una cosa orribile, un grave errore della sinistra».

Da neomamma, dunque, nel ’98 diventa ministro della cultura nel governo D’Alema; ma il suo grande merito politico fu aiutare Prodi nel ’96 contro il Polo.
«Sa qual è stato il segreto? Il mercato della Magliana. Prodi mi chiamò la sera prima del match con Berlusconi da Lucia Annunziata, per dargli una mano. Il mio collegio era Magliana, Marconi e Portuense e allora pensai, con il mio team, di andare al mercato dove facevamo volantinaggio, e chiedere alle persone cosa avrebbero voluto domandare ai candidati premier. Capimmo che erano tutti terrorizzati che venisse smantellato il welfare, in particolare la sanità, e allora sono andata a vedere i programmi del Polo che sul tema erano confusi, contraddittori; tanto che poi in tv i politici del Polo hanno litigato. Insomma, questo focus group funzionò, era on the road».

Il centro-sinistra dovrebbe ripartire dai mercati?
«Non si può pensare solo ai social, bisogna frequentare anche i mercati. Serve lavorare pancia a terra, porta a porta. Tengo sempre a mente la mia lezione americana. Quando entrai in Parlamento, nel ’94, mi chiesi cosa fare con la doppia cittadinanza; l’ambasciatore Usa mi disse di non rinunciare: “Darling, amiamo avere cittadini americani nei Parlamenti delle altre nazioni”. Così ho continuato a votare per gli Usa, anche per le primarie democrat. E nel 2008 scelsi Barack Obama, al posto di Hillary Clinton, che era diversa da quella di adesso, era in ascesa; la cosa non passò inosservata, così quando Obama vinse mi scrisse una mail David Axelrod, il coordinatore della sua campagna, chiedendomi se potevo aiutarli con la comunità italo-americana. Il governo Prodi era caduto, andai volentieri; e a South Philly, Philadelphia, scoprii i pregiudizi razzisti dell’elettorato democratico urbano: molti avevano votato Hillary e non volevano votare un uomo di colore! Che poi ha vinto…».

In chi ripone speranze per le prossime elezioni?

«Confido nel senso di responsabilità del Pd, nel ruolo di Prodi, Veltroni (giusto portare il popolo democratico unito in piazza contro ogni rigurgito xenofobo e nazifascista) e spero in Gentiloni. Sarebbe un disastro se vincessero i grillini con Di Maio. L’antipolitica è un male anche per la cultura: al Maxxi noi abbiamo iniziato a riequilibrare i fondi privati, che sono arrivati al 42%, grazie a Enel, a Bulgari, che premia i giovani, e altri. Ma se si riducono i finanziamenti pubblici, vengono meno anche quelli privati. E la cultura produce non solo indotto economico, ma è fondamentale come soft power. Per questo tengo molto alle mostre del Maxxi su Beirut, l’Iran, Istanbul; e poi, per l’anno prossimo, racconteremo la comunità artistica dell’Africa subsahariana, una rassegna curata da Hou Hanru, il nostro direttore artistico. E non dimentico l’incontro organizzato da Bill Clinton, alla casa Bianca, nel 2000 sulla “diplomazia culturale”. Oggi il mondo ne ha bisogno più che mai».