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Archive for the ‘Cosa penso’ Category

Da Chicago soffia forte il vento dell’impact investing

In Cosa penso on luglio 20, 2017 at 3:20 pm

Con oltre 500 partecipanti provenienti da 40 Paesi diversi Chicago è diventata il crocevia per l’impact investing durante il summit annuale del Global Steering Group, organizzazione nata dall’esperienza della Social Impact Investment Taskforce del G7, per promuovere l’impact investing a livello globale.

Se l’esercizio della Taskforce aveva fornito un’istantanea dei paesi del G7 sullo stadio di maturazione del settore degli investimenti ad impatto, cercando di immaginare i potenziali trend di crescita, il GSG vuole divenire una forza motrice in grado di accompagnare lo sviluppo dell’impact investing nei prossimi anni.

Nel corso del meeting questo obiettivo è stato evocato in più occasioni: innescare una reazione a catena che porti gli investimenti ad impatto sociale a rivoluzionare i mercati finanziari al fine di generare effetti positivi su milioni di persone e sul pianeta. Ci troviamo, come ha efficacemente sostenuto Sir Ronald Cohen, animatore della Taskforce prima e del GSG oggi, di fronte ad un punto di svolta, ad un “tipping point “.

La costante crescita di nuovi bisogni, ci impone di trovare nuove soluzioni e costruire alleanze ampie che abbiano la forza di affrontare le grandi emergenze che scuotono la nostra epoca. Le risposte saranno tanto più efficaci quanto più sapremo aggregare attori diversi, dai soggetti dell’economia sociale, ai settori produttivi tradizionali, la Pubblica Amministrazione, gli investitori sociali, il mondo della filantropia organizzata e la società civile.

La sfida del tipping point, lanciata da Cohen a conclusione della tre giorni, riguarda tutti gli attori che compongono l’ecosistema dell’impact investing: a partire dal mondo della filantropia e degli investitori che debbono “spostare” almeno il 10% dei propri asset in investimenti ad impatto sociale, al settore pubblico, che dovrebbe allocare il 10% della spesa sociale attraverso fondi che remunerino gli impatti positivi e, infine, al mondo dell’imprenditoria, che deve aprire alla forza generativa dei millenials per innovare i modelli di business affinché siano economicamente e socialmente sostenibili.

Queste sono le precondizioni per avviare una profonda trasformazione dei mercati: far in modo che i flussi finanziari lascino le bolle speculative che tanti danni hanno prodotto a livello globale e tornino nell’economia reale, con l’obiettivo di generare impatto sociale.

Saranno i 16 Paesi membri del GSG che, partendo dalla dimensione nazionale, dovranno innescare questa reazione a catena e per l’Italia è Social Impact Agenda a rappresentare l’ecosistema dell’impact investing.

Non si tratta di una sfida banale, il mondo finanziario ha bisogno di track record solidi che ne dimostrino l’affidabilità, eppure nemmeno il settore del venture capital, ha ricordato Cohen, aveva un’infrastruttura dati alle sue spalle, ciononostante non si è scoraggiato ed è diventato nel tempo diventato un importante asset class.
Ma se fino a qualche anno fa eravamo in pochi a credere che fosse possibile questa trasformazione dei mercati, oggi siamo accanto a 43 Paesi diversi, a centinai di fondi ed istituzioni finanziare che lavorano per farsi trovare pronte quando avverrà il tipping point.

Non so se la previsione sul tipping point di Cohen sia frutto dell’ottimismo della volontà, ma i tempi in cui viviamo non lasciano spazio al pessimismo della ragione; al contrario, dobbiamo aver coraggio, essere disposti a sperimentare, non aver paura di fallire perché il vento di un nuovo paradigma economico soffia forte da Chicago.

Un bignami per il Terzo Settore

In Cosa penso on luglio 6, 2017 at 9:55 am

Articolo pubblicato su VITA di luglio 2017

Al giorno d’oggi un principiante di ogni genere, da quello alle prese con il bricolage o con la cucina creativa, fino a quello che deve scrivere un business plan, può trovare di tutto: tomi infiniti di manuali cartacei, tutorial online, consigli in pillole… Ma non sempre il risultato finale sarà quello sperato. Colpa dell’inesperienza o, magari, dell’inaffidabilità della “guida” cui ci si è affidati, o ancora perché alcune indicazioni necessiterebbero, a loro volta, di ulteriori livelli di spiegazione.
Tutti invece ricordiamo gli utilissimi Bignami dei tempi scolastici; sebbene i maturandi di oggi, più avvezzi a Wikipedia, non sapranno probabilmente a cosa mi riferisca. Eppure quei pochi accenni esplicativi consentivano di arrivare preparati a compiti in classe e interrogazioni. I loro punti di forza erano la semplicità di consultazione, la sintesi, la chiarezza e il focus sui punti fondamentali della materia oggetto dello studio.
Abbiamo pensato che anche per chi fa impresa sociale fosse utile poter usufruire di un supporto di questo tipo nel portare avanti le attività quotidiane. E’ nata così l’idea di redigere una guida per il terzo settore che non si limitasse a qualche indicazione di massima, ma partisse dal considerare la difficoltà di rispondere al crescente fabbisogno sociale con le risorse effettivamente a disposizione per sostenerlo.
L’assottigliarsi del confine tra profit e non-profit, infatti, ha fatto sì che le organizzazioni del terzo settore debbano confrontarsi sempre di più con logiche e strumenti un tempo esclusivi del mondo profit e che invece costituiscono un’importante occasione di arricchimento e di crescita se applicate al perseguimento di una missione sociale.
Accompagnando da anni gli enti del terzo settore nel miglioramento della loro qualità progettuale – attraverso il corso gratuito Percorsi di Innovazione sociale, con Fondazione Johnson & Johnson – abbiamo deciso di mettere valorizzare questa esperienza preziosa, mettendo a sistema i molti spunti emersi nei cicli di formazione sia dall’elaborazione didattica sia dalle necessità pratiche sollevate dai diversi partecipanti, una vera è propria guida, insomma, che raccogliesse in modo sistematico ed organico gli spunti emersi, le criticità analizzate ed i modelli elaborati. I momenti didattici della nostra iniziativa, infatti, sono stati occasioni preziose non solo per formare, ma anche per far emergere e comprendere le esigenze delle associazioni e di tutti i soggetti coinvolti e per elaborare collegialmente proposte concrete di analisi e soluzione dei problemi.
Il risultato che ne è scaturito è un testo pratico ed agevole che viene ogni giorno apprezzato da un pubblico sempre più vasto e che va arricchendosi di nuovi spunti ed esperienze, tanto da essere già giunto alla sua III edizione. In 4 capitoli, caratterizzati da un approccio innovativo e pragmatico alla soluzione dei problemi, vengono offerti elementi teorici e soprattutto consigli pratici di applicazione, il tutto arricchito da sezioni tematiche che presentano casi di studio, esempi e strumenti.
La guida è stata infatti concepita come un vero e proprio strumento di lavoro operativo, semplice e di facile consultazione. Una sorta di “bignami” per il terzo settore, fondamentale per districarsi nell’organizzazione delle proprie attività, per rendere più spedita la crescita della propria realtà e giungere ai risultati prefissati senza complicazioni o spreco di energie.
“Innova. Guida per il Terzo Settore” è disponibile online sul sito www.humanfoundation.it

Resilience Bond. Investire sul Cop21

In Cosa penso on giugno 12, 2017 at 1:23 pm

Articolo pubblicato su VITA di giugno 2017

Nel corso dell’ultimo RomeSymposium sul Cambiamento Climatico 20 esperti provenienti da tutto il mondo si sono rivolti ai leader mondiali chiedendo loro di garantire il raggiungimento, nel più breve tempo possibile, degli obiettivi dell’accordo di Parigi. A loro hanno fatto eco oltre 200 investitori mondiali, che gestiscono un portfolio di migliaia di miliardi di dollari. In una lettera in vista del G7 di Taormina e del G20 in Germania, hanno chiesto ai Grandi della Terra di mantenere gli impegni presi nella capitale francese, e hanno definito il cambiamento climatico un vero e proprio “rischio finanziario”.

Si tratta di segnali che non possono essere ignorati o sottostimati. Partecipai nel 1992 al Rio summit delle Nazioni unite da dove partì il lungo processo negoziale che ha portato allo storico accordo di Parigi 25 anni dopo. La novità oggi è che non è più solo la Società civile e la comunità scientifica a lanciare l’allarme. Oggi, anche le imprese e gli operatori della finanza, chiedono una svolta nelle politiche connesse con la gestione dei rischi ambientali. Del resto, nell’ultimo quarto di secolo le prove di forza della natura sono state spesso catastrofiche, evidenziando come il processo di indebolimento strutturale degli Stati, accompagnato dalla drastica riduzione delle capacità di spesa e di intervento, renda sempre più complessa la gestione delle grandi emergenze, figlie – anche – dei cambiamenti climatici. Una delle priorità che i decisori pubblici dovranno affrontare nel futuro è dunque la definizione e strutturazione di processi sociali, culturali ed economici che rendano i territori e le comunità “resilienti”. Concetto sempre più diffuso, ma spesso poco chiaro. La radice latina resilio, tornare indietro, rimbalzare, suggerisce molto chiaramente l’idea di “non lasciarsi intaccare”.

Ecco, durante la COP21 si è molto parlato della necessità di migliorare la “resilienza” delle città. Di fatto ciò significa spingere le politiche pubbliche nella direzione della prevenzione. E qui le carenze nei bilanci e le difficolta’ a pianificare di molte amministrazioni risultano essere ostacoli insormontabili.

Una delle soluzioni possibili è il ricorso ai cosiddetti Resilience Bond, strumento finanziario studiato dalla Rockefeller Foundation, insieme a Swiss Re e Risk Management Solutions, che collega la copertura assicurativa ai capitali investiti in opere infrastrutturali, incentivando le politiche di prevenzione e riducendo così il rischio assicurativo. Molte sono le iniziative che si stanno muovendo in tal senso, come il Land Degradation Neutrality Fund della UN Convention to Combat Desertification, fondo che mira a riqualificare 12 milioni di ettari di terra compromessa ogni anno, con l’obiettivo di mitigare il cambiamento climatico e favorire la biodiversità, con opportunità di investimento per circa 1 miliardo di dollari.

Per creare comunità davvero resilienti, in grado di affrontare le sfide epocali che ci attendono, è necessario applicare la leva dell’innovazione, sperimentando nuovi strumenti nell’ambito di processi fortemente collaborativi che sappiano mobilitare il capitale sociale di un territorio. E’ per questo che la società civile gioca un ruolo fondamentale in questa partita, poiché dalla qualità e solidità dell’intelaiatura sociale dipende il buon esito di questo percorso.

E’ anche per questo che abbiamo deciso di realizzare la Summer School del Master MEMIS, il cui tema sarà “Innovazione sociale nell’epoca della Resilienza”, nel territorio marchigiano, chiamato a reagire al disastroso sisma che lo ha colpito nel corso del 2016. Crediamo, infatti, sia necessario investire nel rafforzamento del capitale sociale per provare a ri-centrare la comunità locale e le attività produttive, in una prospettiva di resilienza. E siamo onorati che la Summer School verrà ospitata quest’anno dalla Bottega del Terzo Settore di Ascoli Piceno, poiché il contesto associativo e cooperativo è fondamentale in questo lavoro di ritessitura della comunità scossa dal dramma del sisma. Vorremmo contribuire così alla ricerca di nuovi modelli di generazione del valore ambientale, sociale ed economico, provando a costruire territori sostenibili e resilienti; capaci cioé di non “farsi intaccare” più del dovuto da una cronaca talvolta drammatica.

 

Imprese sociali, quella spinta che può arrivare dall’Unione bancaria europea

In Cosa penso on maggio 24, 2017 at 9:06 am

Articolo pubblicato su Corriere Sociale il 24 maggio 2017

 
Sono passati già 9 anni dal fallimento della Lehman Brothers: l’inizio della terribile crisi finanziaria del 2008, un terremoto di cui paghiamo il prezzo ancora oggi. Pochi anni dopo l’Unione Europea ha reagito con l’unione bancaria a livello europeo, una regolamentazione uniforme nata per armonizzare le competenze in materia di vigilanza, risoluzione e finanziamento e per assicurare che le banche assumessero rischi calcolati e pagassero il prezzo di eventuali errori commessi.

L’unione bancaria ha rappresentato un obiettivo ineludibile per completare l’unione economica e monetaria e per aggiungere un tassello importante alla costruzione europea.

Il 2017 è l’anno della manutenzione di queste regole bancarie europee, e con Social Impact Agenda per l’Italia, l’Associazione nata per promuovere gli investimenti ad impatto sociale in Italia, vogliamo sfruttare questo momento per ottenere una regolamentazione capace di favorire una finanza generatrice di valore reale e sociale.

La strada è stata aperta l’anno scorso da una coalizione di organizzazioni italiane (tra cui figuravano BCC Federcasse, ABI, Confindustria e altre associazioni imprenditoriali italiane) che ha proposto e ottenuto l’estensione del sistema che prevede accantonamenti di capitale più bassi per le banche che concedono prestiti a piccole e medie imprese. Sistema conosciuto come lo SME supporting factor che di fatto rende più semplici l’erogazione di prestiti a queste categorie di imprese, ritenute, a ragione, un volano dell’economia reale.

Social Impact Agenda per l’Italia si muove sulla scia di questa esperienza per estenderla. L’idea è di estendere il regolamento CRR art.501, che introduce l’SME supporting factor, anche ai crediti erogati alle imprese sociali (Social Economy Enterprises) attraverso un nuovo SEE supporting factor.

L’SEE supporting factor quindi consentirebbe di modificare quel trattamento prudenziale applicando a quelle imprese un coefficiente di assorbimento pari al 60%. Tale strumento ridurrebbe gli oneri di accantonamento di capitali da parte delle banche per i crediti erogati alle imprese del Terzo Settore e si configurerebbe come un mezzo prezioso per facilitare l’accesso al credito all’economia sociale.

Insomma, un incentivo non da poco per le imprese del Terzo Settore che spesso devono ricorrere al prestito bancario per anticipare quote di denaro che vengono restituite agli enti finanziatori come rimborso di spese effettivamente sostenute. Tra l’altro la minore rischiosità del terzo settore, sperimentata nella pratica da diversi istituti bancari e in primis dalle BCC, incoraggia questo tipo di azione.

Le imprese sociali rappresentano un tratto importante del futuro dell’economia italiana ed europea, contribuiscono a ricostruire un’economia generatrice di valore e capace di rispondere a vecchi e nuovi bisogni sociali.

Con l’aggiornamento dei regolamenti dell’unione bancaria l’Unione Europea ha la possibilità di ripartire da ciò che conta, da ciò che è reale, dall’economia che produce valore.

Deaf Cinema, film dal mondo senza suoni

In Cosa penso on maggio 11, 2017 at 2:45 pm

Articolo pubblicato su Vita 

In una delle sessioni di accompagnamento svolte all’interno di Percorsi d’Innovazione sociale, corso di formazione gratuito per enti del Terzo settore del centro-sud Italia organizzato da Human Foundation con il contributo di Fondazione Johnson & Johnson, abbiamo lavorato con Eyes Made, una giovane cooperativa sociale nata da un’esperienza messa in atto dall’Istituto statale sordi di Roma (Issr), il Festival Cinedeaf. Sono loro che organizzano una manifestazione cinematografica a Roma a cadenza biennale davvero unica nel suo genere, dedicata al cinema sordo. Il Deaf Cinema è prodotto e diretto da persone sorde, con attori sordi e interpretato in lingua dei segni, la lingua utilizzata dalla comunità sorda segnante.
Il Cinedeaf nato nel 2012 e giunto alla sua IV edizione, ha come principale finalità quella di portare a conoscenza del circuito cinematografico tradizionale il fenomeno del Deaf Cinema, nonché valorizzare le abilità dei professionisti sordi. Grazie al concorso cinematografico internazionale indetto dal Cinedeaf è stata raccolta a Roma, presso la sede dell’Issr, una delle collezioni più cospicue, a livello mondiale, di materiale visivo artistico prodotto da persone sorde o rivolto a persone sorde. Oltre 400 opere davvero uniche provenienti da tutto il mondo.
Eyes Made organizza anche momenti di condivisione e di intergazione con il pubblico udente, nonché di sensibilizzazione sul tema del diritto per la persona sorda ad avere accesso alla cultura: l’Italia ad esempio non ha ancora riconosciuto la Lis come una lingua ufficiale nel nostro Paese. Ancora una volta l’arte diviene il migliore veicolo per la comunicazione di importanti messaggi di uguaglianza, un ponte di comprensione che lega due sponde così vicine, ma mai davvero congiunte.
Oggi, nonostante le difficoltà economiche vissute dall’Issr, e grazie all’insostituibile supporto di volontari, amici e numerosi partner del festival, si lavora per rendere possibile l’edizione 2017, e garantire a tutti noi l’occasione di fare una camminata attraverso quel ponte che ci separa dalla conoscenza dell’altro per scoprire e comprendere cosa e come sia possibile vivere in un mondo dei senza suoni.

La sfida dell’impatto sociale entra in carcere

In Cosa penso on aprile 10, 2017 at 8:13 am

Articolo pubblicato su Vita

Dalla crisi del 2008, le politiche di austerità hanno duramente stressato i budget pubblici, con costanti riduzioni dei trasferimenti statali per le politiche di inclusione sociale. Per uscire
da questa fase di affanno, che rischia di compromettere irrimediabilmente i livelli di coesione nei territori e di vanificare gli interventi più innovativi (e preventivi) è necessario reperire risorse aggiuntive per sperimentare e testare strumenti e politiche più avanzate e basate sulla cultura delle evidenze. Solo così, attraverso la produzione di evidenze certesull’impatto sociale delle politiche e degli interventi, sarà possibile superare blocchi
ideologici e difendere le scelte dei decisori pubblici.

Uno degli strumenti più diffusi per generare queste evidenze sull’ impatto sociale generato è il modello Pay by Result (PBR). Come noto, i programmi PbR si configurano come un sistema di accordi, in base ai quali una Pubblica Amministrazione, dopo aver individuato un’area di bisogno sociale, impegna risorse economiche pubbliche e private a fronte del raggiungimento degli obiettivi sociali. Sulla base di queste intese, vengono mobilitate risorse da investitori privati socialmente orientati che vengono impiegate per realizzare, attraverso erogatori di servizi, interventi innovativi, a cui sono associati degli obiettivi di impatto sociale dichiarati e chiari.

Se tali obiettivi vengono raggiunti e verificati da una terza parte, la PA restituisce agli investitori sociali l’investimento iniziale, più un eventuale, possibile, ritorno finanziario.
Lo scorso 15 marzo Human Foundation ha presentato a Roma lo studio per un programma Pay by Result da applicare al carcere torinese Lorusso e Cutugno. Lo studio, coordinato da
Human e sostenuto dalla Fondazione Sviluppo e Crescita CRT, ha inteso contribuire alla riflessione sull’innovazione dei sistemi di welfare, con l’obiettivo di disegnare, testare e validare un programma di reinserimento sociale e lavorativo per le persone che stanno scontando una pena detentiva.

Il presupposto da cui siamo partiti è che sia possibile mettere in relazione l’abbassamento del tasso di recidiva (vero obiettivo di qualunque politica che non smarrisca l’idea della
funzione rieducativa della pena) con straordinarie ricadute sulla sicurezza del territorio e potenziali risparmi a favore dell’amministrazione della giustizia. Nel modello del programma PBR se la persona detenuta, al termine del percorso trattamentale individualizzato e finalizzato alla sua autonomia e detentivo, non farà ritorno nel circuito carcerario, la Pubblica Amministrazione restituirà al l’investitore il capitale investito.

I vantaggi di questo modello sono evidenti; si incoraggia la collaborazione e la cooperazione
tra gli erogatori dei servizi ( in italia il sistema della cooperazione sociale) , si mettono le basi per una spesa pubblica più efficiente ed efficace, si “individualizzano” gli interventi perché
quel che conta non sono i mezzi ma il fine ( il reinserimento pieno del detenuto), si promuove la canalizzazione di risorse private verso obiettivi di inclusione .

A partire da queste riflessioni, è stata dunque articolata un’analisi che cercasse di offrire delle prospettive solide per la sperimentazione del programma. Per far ciò sono state prese
in esame esperienze legate a progetti o programmi virtuosi di reinserimento sociale e lavorativo dei detenuti, evidenziandone punti di forza e debolezza, e definendo contestualmente alcuni elementi comuni fondamentali per raggiungere efficacemente l’obiettivo della risocializzazione.

Lo studio ha proposto una nuova modalità di relazione tra gli stakeholder pubblici e privati, favorendo nuovi approcci più consoni allo status quo delle istituzioni, immobilizzate dalla carenza di fondi.

Ora occorre passare velocemente alla fase applicativa. Noi siamo pronti. E molto incoraggianti sono state anche le impegnative parole del Segretario della Fondazione CRT in
occasione della presentazione del modello . La fase pilota presso l’Istituto Lorusso e Cutugno di Torino può ora cominciare. Ed è importante che Anche il Ministro della Giustizia
Orlando abbia apprezzato e sostenuto il modello proposto nello studio, auspicando che: “tale innovazione possa alimentare il percorso di riforma del sistema penitenziario italiano, offrendo concrete possibilità di reinserimento attraverso interventi individualizzati”.

La galleria del vento dell’innovazione sociale

In Cosa penso on aprile 6, 2017 at 2:34 pm

Pubblicato su Huffington Post
Solo pochi giorni fa abbiamo celebrato i sessant’anni fondativi dell’Europa. Quando il sogno europeo diventò realtà, in pochi si sarebbero attesi una celebrazione così mesta; una festa, parafrasando Shakespeare, paragonabile ad un matrimonio triste o piuttosto ad un funerale allegro. Eppure, il processo di integrazione politica e sociale sino a pochi anni fa riscuoteva un largo consenso tra i cittadini europei.

Le pietre angolari sulle quali è stato eretto l’edificio europeo vacillano da tempo, scosso dalle sferzate della Brexit e dalla retorica aggressiva dei movimenti antieuropeisti.

Siamo evidentemente di fronte ad una profonda crisi del sistema politico e sociale europeo, che mette in discussione i valori che ci hanno permesso, al termine del secondo conflitto mondiale, di risorgere dalle ceneri della distruzione e della barbarie della guerra e dell’olocausto: perdendo quella visione comune dell’economia, delle istituzioni e della società su cui i padri fondatori hanno creato l’Unione Europea.

Bisogno di stabilità e anticorpi verso ogni deriva autoritaria, costruzione di una comune identità culturale europea, sfida legata alla costruzione di un mercato unico dove merci e prodotti potessero avere uno sbocco possibile, ma soprattutto attenzione e cura ai bisogni delle persone con l’edificazione di uno stato sociale come conquista inalienabile.

L’Europa è nata su questa intersezione di forze ed è lì che trova la sua più profonda ragione. Una componente fondante di questo cammino è stato il modello sociale europeo. Un modello teso all’inclusione, alla costruzioni di comunità solidali, affinché vi fosse un esercizio pieno dei diritti di cittadinanza.

Ed è fin troppo evidente che il modello sociale europeo non possa replicare il vecchio paradigma novecentesco, in cui la vita procedeva linearmente secondo i tre tempi della formazione, del lavoro e della pensione.

Difendere lo stato sociale europeo e, nel contempo, innovarlo profondamente è la condizione per provare a salvare la malandata Europa.

Per farlo abbiamo bisogno di “gallerie del vento” in cui testare la reale tenuta di strada di modelli sociali innovativi, facendo incontrare teoria e pratica, mettendo a disposizione dei decisori pubblici evidenze sull’efficacia degli interventi e delle politiche.

Occorreranno processi profondi di innovazione sociale per correggere gli effetti negativi della grande transizione tecnologica: pensiamo solo alla progressiva automazione dei processi produttivi, la cosiddetta economia 4.0, che produrrà un salto nel rapporto tra tempo di lavoro e tempo di cura. Non possiamo pensare di rispondere a questi nuovi bisogni con l’attuale sistema di welfare: c’è bisogno di lavorare per generare buona occupazione e restituire dignità sociale a chi l’ha perduta, intrecciando sharing economy e cooperazione sociale.

Allora è il momento di sperimentare modelli ibridi, in cui il pubblico non receda dalla sua funzione di indirizzo, ma co-progetti insieme al Terzo Settore, al privato ed alle comunità, risposte più efficaci, individualizzate, positive e valutabili. È il caso dell’ultimo studio realizzato da Human Foundation e Fondazione Sviluppo e Crescita CRT e dedicato al SIB (social impact bond) per il reinserimento socio-economico delle persone detenute, di cui a breve partirà la sperimentazione presso il carcere Cutugno e Lorusso di Torino.

Affinché il nuovo welfare funzioni e generi un efficace impatto sociale positivo, non possiamo rinunciare alle metriche: la valutazione degli interventi sociali dovrà diventare la stella polare cui far riferimento, intesa non come sanzione, ma considerata come uno strumento per comprendere se ed in che misura stiamo generando i benefici attesi, se e in che misura le risorse pubbliche sono spese efficacemente, se e in che misura l’impresa sociale sta raggiungendo gli obiettivi prefissati.

C’è bisogno allora di tante “gallerie del vento” nel quale portare avanti questo lavoro complesso e impegnativo, perché è il momento di sperimentare e tentare con coraggio nuove forme di innovazione sociale, in grado di restituire valore al nostro preziosissimo modello sociale.

Cinque anni innovativi

In Cosa penso on marzo 15, 2017 at 11:04 am

Pubblicato su VITA di marzo 2017

Consentitemi per una volta di utilizzare questa rubrica per parlare del viaggio di Human Foundation cominciato proprio cinque anni fa. Human Foundation prendeva il largo per iniziativa di un
gruppo eterogeneo di persone che, pur lavorando in settori molto diversi (sociale, finanza, impresa, cultura), condividevano una riflessione critica sui modelli di generazione di valore
nel nostro Paese. L’ispirazione di Human partì allo Skoll World Forum di Oxford, in cui ogni anno visionari innovatori sociali si incontrano per scambiarsi esperienze e pratiche. Proprio in quel contesto nacque l’idea di importare e adattare all’Italia la sfida dell’impact investing e del social business elaborato da Yunus e altri. Temi che non erano certo main-stream in Italia e attorno ai quali non era semplice discutere.
Cardine della rivoluzione impact sono le scelte d’investimento; non più determinate esclusivamente da valutazioni di rischio e di rendimento ma soprattutto dalla “terza dimensione” dell’impatto sociale. Il movimento globale a favore dell’impact investment si prefigge l’ambizioso obiettivo di far battere “il cuore invisibile dell’economia” e contribuire così al miglioramento della vita di milioni di persone che oggi “la mano invisibile lascia invece drammaticamente indietro”.
Ma torniamo a noi per ripercorrere le tappe fondamentali di questo percorso di crescita. La prima, strategica, è quella legata alla Social Impact Investment Task Force (SIIT) del G7, che ci ha visto schierati, insieme al prezioso contributo di straordinari compagni di viaggio, nel processo di costruzione e diffusione di un modello italiano di investimenti ad impatto sociale in grado di recepire la carica innovativa dello strumento, salvaguardando però le specificità uniche della nostra economia sociale radicata nella storia della cooperazione sociale e del mutualismo.
Questo lavoro ha portato nel 2014 alla pubblicazione del Rapporto “La finanza che include. Gli investimenti ad impatto sociale per una nuova economia”, un vero e proprio documento programmatico proiettato su una piattaforma di azione che ha reso possibile poi la costruzione di Social Impact Agenda per l’Italia (@SIAita). Obbiettivo dichiarato: passare finalmente dalla teoria alla pratica e realizzare l’ecosistema italiano per l’“impact investing”.
Ma ecco la seconda tappa del viaggio di Human: ben presto abbiamo capito che il salto di paradigma, la rivoluzione impact, l’affermazione del “cuore invisibile dell’economia”, non saranno mai possibili in assenza di metriche e strumenti di misurazione della catena del valore sociale prodotto. E così ci siamo messi a lavorare intensamente sulla valutazione dell’impatto sociale. Nel 2014, completavamo la nostra prima valutazione Sroi per il Gruppo Polis. Ne sarebbero rapidamente seguite molte altre che ad oggi ci hanno permesso di applicare un’ampia gamma di strumenti valutativi quali-quantitativi basati sulla Teoria del Cambiamento.
E siamo davvero contenti che finalmente la valutazione di impatto (anche grazie alla creazione di Social Value Italia) sia considerata oggi strumento di rinnovamento del Terzo settore, della Pubblica Amministrazione, degli enti erogatori e filantropici e perfino degli operatori economici e finanziari.
Con la terza candelina di Human nasceva poi, dall’esperienza della Task Force del G7, il Global Steering Committee on Impact Investment, con lo scopo dichiarato di promuovere l’investimento ad
impatto a livello globale, ben oltre i confini del G7, coinvolgendo innanzitutto i paesi Brics e valorizzando esperienze preziose disseminate in vari angoli del globo.
Questo impegno coincideva per noi, in Italia, con la prima edizione dei percorsi di innovazione sociale realizzata con il contributo di Fondazione Johnson&Johnson: un modello di capacity building basato sulla pratica del learning by doing, che ci ha permesso di contribuire al rafforzamento delle competenze di imprenditorialità sociale di centinaia di organizzazioni del Terzo settore provenienti da tutte le regioni del centro-sud Italia.
Mentre condividevamo pratiche e politiche internazionali, non abbiamo mai tralasciato di prestare particolare attenzione ad attività che avessero ricadute positive e concrete sul territorio, accorgendoci molto presto che per incubare e accelerare imprenditorialità sociale fosse necessario fornire competenze agli stakeholder dell’ecosistema impact. E così abbiamo sviluppato
un’offerta nel campo dell’alta formazione con i master rivolti ad imprenditori ed innovatori sociali, come l’Executive Master in Social Entrepreneurship in collaborazione con Cattolica e il Master Economia, Management e Innovazione Sociale, in collaborazione con Tor Vergata. A cui si è da poco aggiunto l’accordo strategico operativo con Cà Foscari. Esperienze che ci hanno permesso uno straordinario scambio di conoscenze con persone e soggetti che hanno creduto in noi e accanto alle quali Human Foundation sta crescendo. Ecco perché abbiamo deciso di festeggiare il 3 aprile, i primi cinque anni di Human. Lo faremo con l’iniziativa “Human Foundation Giving and Innovating: cinque anni di impatto” che si terrà a Roma e sarà aperta a tutti gli stakeholder dell’ecosistema della rivoluzione Impact in Italia.

L’innovazione sociale e il cuore invisibile dell’economia

In Cosa penso on febbraio 15, 2017 at 11:07 am

 

 

La lectio magistralis di Giovanna Melandri “L’innovazione sociale e il cuore invisibile dell’economia. Creazione di valore negli investimenti e nelle politiche pubbliche” tenuta il 13 febbraio 2017 all’Università Ca’ Foscari Venezia, alla presenza del Rettore Michele Bugliesi e del Direttore del Centro Interdipartimentale in Economia, Lingue e Imprenditorialità per gli Scambi internazionali, Giancarlo Corò.

GOEL. L’efficacia dell’etica

In Cosa penso on febbraio 15, 2017 at 10:50 am

Pubblicato su VITA di febbraio 2017

“Goel” è un’antica parola ebraica che indicava colui che nella famiglia aveva il compito di tutelarne i componenti, poi nell’Antico Testamento è divenuto l’appellativo del Re di Israele che doveva difendere il suo popolo, fino a tradursi nell’attributo rivolto a Dio stesso nell’accezione di “redentore”.

Non è un caso che questo termine sia stato scelto dal gruppo nato nel 2003 nella Locride a Joiosa Jonica e che oggi, dopo un lungo e tenace lavoro nella Piana di Gioia Tauro, uno dei territori più “difficili” d’Italia costituisce uno degli esempi più interessanti di social Buisness in Italia. Oggi Goel attraverso dieci cooperative sociali, due associazioni di volontariato, due cooperative non sociali e una fondazione, oltre a 28 piccole imprese offre arance, olio e altri prodotti della terra, vestiti meravigliosi, itinerari turistici imprevedibili, assistenza domiciliare e legale e molto altro ancora.

Come il Re d’Israele che doveva difendere il suo popolo, Goel dimostra che anche nella Locride un altro futuro è possibile, che un’alternativa alla malavita esiste e che si può costruire un nuovo modello di sviluppo e coesione sociale affrancato dall’illegalità.

Tutto ciò il presidente Di Goel Vincenzo Linarello è andato a raccontarlo recentemente in Germania, a Washington, all’assemblea di Ashoka (la grande rete globale di innovatori sociali) che ha conferito a lui e a Dario Riccobono di Addiopizzo in Sicilia, la fellowship. Goel è una “comunità di persone, famiglie, gruppi e imprese (…) pronta a sostenersi reciprocamente e a creare forme di mutualità e reciprocità allargata”; così recita il “manifesto politico” che da qualche mese offre una visione strategica e d’insieme a questa straordinaria costellazine di imprese e associazioni. Il mantra di Goel è il principio dell’”etica efficace”, per tutelare i più deboli rimuovendo le cause della loro condizione.

Non solo finalità giuste dunque, ma sopratutto attività concrete, cultura d’impresa applicata al sociale con ricadute positive su territorio e popolazione e con risultati tangibili sull’occupazione e sull’economia – il fatturato 2015 del Gruppo Goel si è attestato a 6,5 milioni di euro, potendo contare su 200 dipendenti stabili (il 70% dei quali sono donne che ricoprono la maggior parte dei posti dirigenziali).

GOEL “non intende “vincere”, ma piuttosto “con-vincere” in ognuna delle sue attività cerca di produrre consenso e persuasione; Goel è una impresa sociale che vuole “vincere-con”, e che ha
sviluppato il proprio percorso di etica del cambiamento producendo il minor numero possibile di “sconfitti”. Per Goel infatti i cambiamenti veri e duraturi sono quelli che non producono vincitori e vinti. Facile a dirsi, molto meno a farsi.

La missione di Goel è una vera sfida alle attività malavitose che vessano la Calabria: questo ne ha fatto più volte bersaglio della ‘ndrangheta: l’ultimo attacco ha colpito alcuni soci di Goel Bio, cooperativa sociale agricola del gruppo, con il danneggiamento delle loro produzioni bruciando, tra l’altro, ulivi ventennali. Ad ogni azione violenta e intimidatoria Goel risponde con una Festa. E così le Feste della ripartenza paradossalmente creano legami, allegria, comunità e invece di indebolire il modello GOEL lo rinvigoriscono.

Insomma il social buisness dimostra di essere un ottimo antidoto alla malavita, che sebbene abbia un giro d’affari ricchissimo, tuttavia redistribuisce ben poco di questa sporca ricchezza. Mentre Goel testardamente propone un modello differente, capace di produrre utili e di ridistribuirli, divenendo leva di uno sviluppo forte del proprio patrimonio naturale, culturale e storico.

 

Giovanna Melandri
Presidente Human Foundation