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SHAHZIA SIKANDER. ECSTASY AS SUBLIME HEART AS VECTOR

In Senza categoria on giugno 10, 2016 at 3:31 pm

«In tutto il mio lavoro ho inteso creare opere di imprevedibile diversità…». Arriva finalmente tra noi un’artista che travalica e compenetra le tradizioni culturali, ama il mistero e sa come trasmetterlo, può rivendicare le proprie radici perché sa parlare a tutto il mondo. Pachistana da tempo entrata nel caleidoscopio newyorchese (a Times Square hanno da poco brillato certi suoi cartelloni digitali dal formato gigantesco), Shahzia Sikander non lascia davvero indifferenti.

Disegni, opere murali, video, libri, stampe, installazioni: nel suo universo in divenire si intrecciano musica, parole e immagini, divinità induiste e simboli della storia occidentale. Un linguaggio, una visione che affascina ed emoziona. Sono repertori iconografici che alludono a contesti geopolitici apparentemente lontani, che elaborano eventi collettivi o sublimano esperienze personali.

Partendo dall’originale rilettura della miniatura indo-persiana, la mostra Shahzia Sikander: Ecstasy As Sublime, Heart As Vector è un’immersione profonda nelle sue creazioni. Riunisce una trentina di lavori: dai primi video e disegni del Duemila No parking anytime (2001) e Nemesis (2003) a The Meta Book (2016) e Phenomenology of the Drawings (2016), appositamente realizzato per questa esposizione curata da Hou Hanru e Anne Palopoli.

Prima monografica di Sikander ospitata in un museo italiano, allestita nella nostra Galleria 5, vuole far luce su un’artista il cui poliedrico talento scava come pochi altri la bellezza, o i segni del potere, o le contraddizioni laceranti al tempo della globalità; e il cui lessico visivo sprigiona dalla costante propensione a «riesaminare e reimmaginare le regole», nella convinzione che «la contemporaneità ha a che vedere con il mantenersi rilevanti mettendo in discussione lo status quo, non col restare aggrappati ai successi passati».

Sono espressioni sue, ed è una sfida che sentiamo particolarmente congeniale, perché sempre più il MAXXI si è connotato come laboratorio della creatività, museo che cattura e rielabora gli stimoli della realtà, non solo luogo essenziale per la conservazione e lo studio dell’arte e dell’architettura del ventunesimo secolo, ma piattaforma aperta al dialogo tra le culture. Penso, per esempio, al filo che si è appena snodato nelle mostre di Sislej Xhafa, di Jimmie Durham, di Amos Gitai.

L’irruzione di Shahzia Sikander è un altro segno inciso in questo spazio e in questa linea di ricerca.

Il suo orizzonte trova puntuale riscontro nel catalogo, un progetto editoriale interamente concepito dalla stessa artista, che con i testi dei curatori offre anche una sua intervista inedita e un ricco saggio sulle opere. Pagina dopo pagina si svela ai nostri occhi e alla nostra mente un atlante di straordinaria intensità.

Giovanna Melandri
Presidente Fondazione MAXXI

BUON COMPLEANNO SIGNORA ITALIA

In Senza categoria on giugno 1, 2016 at 2:09 pm

 

Meraviglia e degrado, crisi e ricchezza: la REPUBBLICA compie 70 ANNI e Giovanna Melandri ci racconta le mostre che le dedica il MAXXI

Intervista a Giovanna Melandri di Silvia Nucini pubblicata su Vanity Fair il 1/06/2016

Meravigliosa e problematica, generosa e crudele, in crisi ma piena di risorse. Questo il ritratto che il Museo Nazionale delle Arti del XXI Secolo, in arte –  appunto – Maxxi, regala alla Repubblica Italiana in occasione del suo settantesimo compleanno. «Volevamo celebrare questa cifra tonda in modo non retorico», spiega Giovanna Melandri, presidente della Fondazione Maxxi, sorseggiando una tisana nel suo ufficio di fronte al Museo «dalle forme neo barocche, come spiegò l’architetto Zaha Hadid quando vinse il concorso con il suo progetto».

L’ex ministro della Cultura si definisce vittima della sua stessa macchinazione perché fu proprio lei, nel 1998, a firmare la legge istitutiva della fondazione del museo che poi verrà chiamata a dirigere nel 2012, per risollevarlo da un precoce (ad appena un anno e mezzo dalla nascita) commissariamento. Ora che la situazione è nettamente migliorata (il bilancio 2015, di 11 milioni di euro, e in leggero attivo) il Maxxi è diventato ciò che Melandri e Hou Hanru, il direttore artistico, sognavano: «Un laboratorio di pensiero e di pratiche per il futuro, non rappresentazione, ma visione».

Proprio in questa visione si inseriscono le due esposizioni che inaugurano il 2 giugno per la Festa della Repubblica, che compie 70 anni.

Perché queste due mostre?

«La prima si chiama Extraordinary Visions. L’Italia ci guarda, e raccoglie immagini di grandissimi fotografi italiani e stranieri sul nostro Paese. Non solo il paesaggio e l’arte, ma anche il lavoro e la res publica, ambiti in cui vengono fuori anche il degrado e la devastazione. Le immagini di Letizia Battaglia su la sua terra martoriata, la Sicilia, sono solo un esempio. La seconda mostra si intitola Benvenuto! ed è dedicata all’opera di Sislej Xhafa, un artista kosovaro che si è formato in Italia che lavora sui temi dell’accoglienza e del concetto stesso di migrazione. Il titolo, Benvenuto! -che è il titolo di una sua installazione fatta sulle colline senesi – dice già tutto, ed è un auspicio».

Che sguardo hanno, in generale, questi artisti?

«Uno sguardo schietto, onesto. Che ci dice che questo Paese ce la può fare solo se si identifica con le sue risorse migliori: creatività, bellezza, generosità, capacità di cooperare. E anche accoglienza, che va scelta non perché siamo buoni, ma perché abbiamo bisogno delle persone che ogni giorno arrivano da noi».

L’arte come vede il futuro di questo Paese?

«Ce lo racconta un terzo progetto che ospiteremo e che fa del Maxxi un nuovo membro dell’Inside Out Group Action, gruppo creato nel 2011 dall’artista JR che realizza immensi poster pieni di volti di persone in bianco e nero. I 250 visi che esporremo qui sono quelli dei ragazzi della scuola elementare e media Guido Alessi di Roma. È stato fatto un lavoro sulle emozioni che suscitava loro la visita del museo. Ma quello che ne viene fuori va anche oltre, perché parla di una società futura multirazziale e multietnica. In questo senso Inside Out è il trait d’union tra le altre due mostre ed è in linea con l’idea di fare del Maxxi un avamposto di ricerca con un occhio sul Mediterraneo e il Medio Oriente».

Chi viene al Maxxi?

«Tante persone, tra cui tantissimi stranieri. Paradossalmente il museo è più conosciuto da un pubblico internazionale che dai romani. Vengono molte scuole ed è un punto di riferimento per gli studenti d’arte e d’architettura. Il mio indicatore di successo è il fatto che mia figlia, che ha 17 anni, mi dica che il Maxxi è un posto cool».

C’è qualche mostra futura a cui tiene particolarmente?

Nel 2017 avremo le opere del MoCa d Teheran, una bellissima collezione messa insieme da Farah Diba prima che lasciasse il Paese per la caduta dello Scià suo marito. Opere straordinarie – Warhol, Bacon, Rothko, solo per citare alcuni artisti – che non sono stati oggetto dell’iconoclastia dell’Ayatollah e che sono rimaste mirabilmente conservate nel deposito del museo che lei stessa aveva fatto costruire. La collezione non ha mai lasciato il Paese dal 1979 e che lo faccia ora è un segno di come l’arte possa diventare strumento di dialogo e diplomazia.