giovannamelandri

L’ITALIA DI ZAHA HADID

In Senza categoria on giugno 21, 2017 at 2:24 pm

Prefazione al catalogo

Che stranezza, che malinconia, inaugurare una mostra su Zaha Hadid qui al MAXXI senza di lei… Questo luogo, questi materiali, questa tessitura di luci e di ombre, parlano di lei guardando al futuro. Ma non posso non riandare con la mente a quando, era il 1999, l’ho incontrata per la prima volta: da ministro dei Beni e delle Attività Culturali promossi la creazione del Centro per le Arti Contemporanee a Roma, il MAXXI.

Il suo progetto mi colpì moltissimo e soprattutto conquistò la commissione indipendente chiamata a giudicare: era impossibile non rimanere affascinati dalla sua idea rivoluzionaria di definire delle “derive direzionali”, quelle stesse che sarebbero divenute la cifra stilistica del MAXXI. Per citare le sue parole, si trattava di “un campo quasi-urbano, un mondo nel quale tuffarsi, piuttosto che un edificio come oggetto firmato”[1].

Al concorso parteciparono i più famosi architetti del mondo, ma il progetto visionario di Zaha si impose per la sua capacità di dialogare senza complessi con i monumenti della Roma antica e soprattutto con i suoi predecessori barocchi, “adagiando” il museo, rispettosamente, in un quartiere già punteggiato da capolavori architettonici, dall’Auditorium di Renzo Piano al Palazzetto dello Sport di Pier Luigi Nervi, al Villaggio Olimpico e altri edifici realizzati da noti architetti di epoca moderna. La sfida di Zaha è stata proprio questa: inserirsi con il proprio linguaggio in un contesto urbanistico, dando vita ad uno spazio museale che è prima di tutto un luogo di incontro, aperto e vitale, amato dai romani perché in grado di rappresentare la sua energia dirompente, la sua forza vulcanica e coinvolgente; ma anche la generosità che la contraddistingueva.

Ogni volta che percorro la piazza del MAXXI non posso fare a meno di pensare a quel “centro poroso, un’estensione spaziale”[2] che lei aveva già visualizzato nel suo primo progetto del 1998. Perché la “nostra piazza” non ha soltanto ridisegnato il volto di un quartiere di Roma, ma ha definito uno spazio gremito di vita per le famiglie, gli studenti, i bambini e gli anziani.

Chiunque abbia avuto il piacere di attraversare le opere fluide e avvolgenti immaginate in giro per il mondo e create dalla Grande Signora dell’architettura contemporanea sa che i suoi lavori non lasciano mai indifferenti, ma costringono a un confronto continuo con gli spazi architettonici e con la materia conosciuta. È un corpo a corpo per tutti. Per gli artisti, i curatori, i visitatori. Per noi che ci lavoriamo ogni giorno. È una sfida che non si esaurisce mai e che Zaha ci ha lanciato per scuoterci, per suggerirci nuove piste di ricerca. Aveva una lucida determinazione Zaha, una particolare caparbietà che alcuni colleghi non hanno esitato a stigmatizzare come “cattiveria difensiva”. Nel mondo di soli uomini che soprattutto negli anni Ottanta e Novanta caratterizzava l’architettura e l’ingegneria, è riuscita a farsi strada e ad ottenere i più importanti riconoscimenti: dalla più recente Riba Gold Medal al prestigioso Stirling Prize conferitole nel 2010 proprio per il progetto del MAXXI, al Pritzker Prize, per la prima volta assegnato ad una donna. Ma Zaha rifiutava qualsiasi etichetta e categorizzazione: non le piaceva essere definita in quanto architetto donna. Diceva sempre: “È ridicolo: sono prima di tutto architetto, non solamente una donna architetto”. All’apparenza spigolosa e ruvida, era in realtà una donna generosa, empatica, ironica e soprattutto molto, molto spiritosa. Una donna di grande forza e coraggio, creativa e innovativa. Un genio eclettico che ci manca moltissimo; a me per le nostre belle chiacchierate londinesi negli anni recenti e per quelle future che avremmo potuto fare. Uno dei tratti del carattere che più mi affascinava di lei era la sua curiosità “onnivora”, un entusiasmo che la spingeva ad abbracciare tutte le espressioni della creatività contemporanea: dall’arte al design, alla moda, con uno stile inconfondibile. Sempre elegantissima, come in occasione del nostro primo Acquisition Gala Dinner nel 2013, quando si presentò con un cappotto argentato, sfavillante come i suoi lavori, che dava ancora maggiore risalto ai suoi occhi grandi, scuri, buoni.

Chi ha avuto la possibilità di seguire fin dall’inizio la storia di questo edificio e di questa istituzione, ha potuto imparare molto da Zaha e su Zaha. Prima di tutto, la sua convinzione che non esistono luoghi, Italia inclusa, dove non sia possibile costruire un’architettura del proprio tempo, schietta e audace, priva di compromessi.

Come il MAXXI, ma anche come gli altri progetti in Italia (lo straordinario Messner Mountain Museum a Plan De Corones, la Stazione marittima di Salerno, la visionaria Torre Generali di CityLife, Milano). Questa grande mostra è dedicata a lei, al segno che ha lasciato in Italia, al suo intenso lavoro con le imprese del design italiano e vuole essere innanzitutto un tributo alla sua opera e al suo stile, ma non solo: è il modo più autentico che il MAXXI, la “sua” creatura, poteva scegliere per ricordare un’amica e donna straordinaria, che ha disseminato il mondo di tracce e orme indelebili della sua creatività. Ci piace pensare che il MAXXI sarà per sempre la casa di Zaha Hadid a Roma, la comunità che alla sua impronta cerca ancora di accompagnarsi, per crescere.

Giovanna Melandri
Presidente Fondazione MAXXI

 

[1] F. Garofalo (a cura di), Arte futura. Opere e progetti del Centro per le Arti Contemporanee a Roma, catalogo della mostra (Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna), Electa, Milano 1999, p. 60

[2] Ibidem.

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