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«ZahaHad ci fa rinascere»

In Senza categoria on giugno 14, 2017 at 12:38 pm

Giovanna Melandri: una mostra nel suo Maxxi e un premio per celebrarla

Intervista di Paolo Conti pubblicata su Corriere della Sera 14 giugno 2017

Dal 23 giugno e fino al 14 gennaio 2018 il Maxxi di Roma, il Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo, proporrà una mostra-riflessione su Zaha Hadid, l’architetto-urbanista improvvisamente scomparsa nel marzo 2016, autrice di un pezzo di architettura contemporanea romana che ha fatto molto discutere ma che ha comunque modificato parte del volto urbanistico della Capitale.

La mostra è curata da Margherita Guccione, direttore di Maxxi architettura, e da Woody Yao, direttore di Zaha Hadid Design, il centro che protegge i diritti della sua opera grafica. Viene analizzato il corpus dell’impegno italiano di Hadid, dal Maxxi (la sua prima «opera italiana») fino alla stazione ferroviaria di Afragola, nel Napoletano, appena inaugurata dal presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni.

Giovanna Melandri, presidente della Fondazione Maxxi: che significato ha per voi, che «vivete» ogni giorno il contenitore firmato da Zaha Hadid, questa riflessione?
«Il Maxxi è impegnato, in un periodo per noi straordinario, in una autentica re-evolution, ovvero una evoluzione-rivoluzione del destino del Maxxi: dunque la piena realizzazione del progetto di Zaha Hadid. La piazza esterna ha ormai un’estensione interna, con l’esposizione gratuita al pubblico della collezione permanente sull’intero pianterreno, un progetto in cui abbiamo messo anima e cuore. E viceversa: il pianterreno interno diventa piazza. Sono stati cinque anni di “corpo a corpo” tra la macchina organizzativa del Maxxi e questa splendida creatura di Zaha che ci mette continuamente in discussione. E una mostra ci è parsa l’occasione più adatta non solo per ripensare alla sua opera ma per certificarne la piena, straordinaria vitalità. È molto strano, e malinconico, inaugurare una sua mostra senza di lei. Ma tutto il materiale esposto parla di vita e di futuro, ovvero i suoi progetti italiani che vanno dal Maxxi al Terminal Marittimo di Salerno al Messner Mountain Museum a Plan de Corones, in Alto Adige; dalla portentosa Torre Generali per City Life a Milano alla stazione dell’Alta Velocità ad Afragola, così come la riflessione sul rapporto tra Zaha e il design made in Italy. Stiamo progettando, con lo Studio Hadid, un Premio Zaha Hadid dedicato ai nuovi talenti architettonici».

Dov’è, secondo lei, l’identità del «segno urbanistico» lasciato in Italia da Zaha Hadid?
«Se penso a Zaha, mi vengono in mente le sue linee così nette accanto alle sue curve fluide. Quando, da ministro per i Beni culturali, la incontrai dopo la sua vittoria al concorso per la progettazione del Maxxi , l’ultimo lavoro che partì da un suo disegno manuale, le chiesi dove avesse trovato la sua ispirazione. Lei mi rispose: “Oh, certamente nel grande Barocco romano…”. Basta guardare il Maxxi, era davvero così. Come spiega Margherita Guccione nella sua introduzione, rivedendo la mostra si individuano bene le altre fonti di Zaha: il Futurismo, le ricerche sperimentali di Luigi Moretti e di Pier Luigi Nervi. La sezione dedicata agli oggetti e agli arredi dimostra come Zaha sia e resti sempre un architetto: i suoi oggetti occupano lo spazio come vere e proprie architetture».

E in quanto al Maxxi?
«Non è solo un edifico ma un importante capitolo dello spazio urbano contemporaneo di Roma: ormai è un pezzo della Capitale. Il quartiere Flaminio lo ha fatto proprio: la piazza ogni giorno è piena di famiglie, di bambini che giocano, di ragazzi che studiano e partecipano alle offerte culturali gratuite proposte dal Maxxi all’aperto. Nonostante tutto questo essere “parte della città” non abbiamo alcun collegamento con il Campidoglio dal punto di vista organizzativo-culturale ma non è questa l’occasione per polemizzare…».

In molti hanno contestato la difficoltà di «usare» il Maxxi, che appare un’indubbia opera d’arte in sé ma assai complesso come «contenitore» di mostre temporanee e di collezioni. Non le sembra una critica vera, puntuale, visti gli spazi così pieni di curve e di scale?
«Il Maxxi di Zaha Hadid è la negazione del modello espositivo novecentesco della “scatola bianca”. Con il tempo il nostro museo si è rivelato genialmente sfidante nei confronti della comunità dell’arte: artisti, curatori, visitatori. È una specie di scommessa culturale quotidiana che obbliga anche alla mescolanza tra le diverse mostre contemporaneamente allestite, alla compenetrazione dei progetti in qualche modo “costretti” a un dialogo. E così Zaha ci ha aiutato, nella sua “casa”, a realizzare il vero Museo nazionale delle arti del XXI secolo, quindi anche un grande museo nazionale dell’architettura».

Lei diceva prima che il Maxxi è diventato un «pezzo di città». Lo sarà anche in estate, in una Roma culturalmente assai rattristata e spenta, che per ora non brilla in proposte innovative?
«Il 22 giugno inaugureremo la ricostruzione del Teatrino scientifico di Franco Purini, uno dei simboli dell’Estate romana di Renato Nicolini che quest’anno compie quarant’anni: quella manifestazione aiutò i romani a lasciarsi alle spalle le cupezze degli Anni di Piombo e simbolicamente il Teatrino oggi vuole significare una nuova speranza».

C’è chi vi descrive in crisi…
«Veramente abbiamo chiuso il 6 a quota 417 mila visitatori, cioè il 33% in più rispetto al 2015 con un aumento del 17% dei ricavi nonostante la collezione permanente sia gratuita dall’ottobre 2015. Tra gennaio e maggio 2017 il trend continua a crescere con un 19,5% rispetto al 2016. In quanto all’offerta culturale, siamo orgogliosi di poter annunciare, per il 2018, una vasta mostra dedicata a Bruno Zevi e alla sua scuola, in occasione del centesimo anniversario della nascita del famoso architetto, urbanista e storico dell’architettura. Così come siamo felici dell’acquisizione di due importanti archivi: quelli di Lucio Passarelli e di Paolo Portoghesi, entrambi ricchi di progetti e di modelli, altri due capitoli della storia dell’architettura italiana che dovevano assolutamente avere nel Maxxi la loro sede naturale. Perché questa, ce lo ha spiegato Zaha Hadid, è la grande Casa dell’Architettura contemporanea, oltre che dell’Arte affidata alle cure di Bartolomeo Pietromarchi, del nostro Paese».

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