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L’irresistibile ascesa delle donne nell’arte. Da muse e modelle a manager e artiste

In Senza categoria on maggio 31, 2017 at 2:56 pm

I musei Vaticani per la prima volta hanno una direttrice. La Biennale di Venezia e la Tate in mani femminili. Il Leone d’oro a una performer. È una rivoluzione. Ne parliamo con la presidente del Maxxi di Roma, progettato e guidato da donne.

Intervista di Laura Laurenzi pubblicata su “F”

Un mondo magico che celebra le donne. Foreste tessili, installazioni di giardini animati, il calco di un olivo millenario, un enorme barcone che ripesca l’ultima automobile appartenuta a un grande maestro dell’arte contemporanea italiana, un triplo igloo,le foto in cui Helmut Newton racconta le sue 72 ore a Roma, i disegni per il maestoso fregio di Kentridge sulle sponde del Tevere. A Roma il MAXXI, il museo più avveniristico d’Italia, guidato da donne,si trasforma e ripensa i suoi spazi. Un museo intrigante, che rafforza la sua identità e la sua missione pubblica a partire da The Place to Be, il nuovo allestimento della collezione permanente, offerta con ingresso gratuito dal martedì al venerdì.

Ed è spazzato da un vento che i suoi vertici chiamano Re–Evolution: una raffica di idee nuove che offrono un contributo sempre più intenso alla consapevolezza femminile, affinché una grande artista come l’americana Carolee Sehneemann, 77 anni, pioniera della performance femminista e Leone d’oro alla carriera, non possa più dire: «Quella delle donne nell’arte è una storia di resistenza, esclusione e discriminazione».

Oggi non più. Oggi ci sono donne che creano, donne che osano, donne che espongono. Donne al comando, che studiano strategie, precorrono le avanguardie, selezionano i talenti. È una giovane donna, Christine Macel, la curatrice della 57 Biennale d’arte di Venezia inaugurata il 13 maggio e aperta fino al 26 novembre. È una donna, Cecilia Alemani, la curatrice del Padiglione Italia.

È proprio celebrando la creatività femminile che il museo nazionale d’arte contemporanea si evolve, cresce e incide nel tessuto sociale e artistico lasciando un segno pro fondo, come sottolinea Giovanna Melandri, presidente della Fondazione MAXXI, che intervistiamo.

Ha un senso parlare del MAXXI come di un museo al femminile?

«Sicuramente sì. Tanto per cominciare l’ha creato una donna, Zaha Hadid, cui dedichiamo dal 23 giugno una grande mostra concentrata sul lavoro che ha realizzato in Italia. Indubbiamente il MAXXI è stato un punto di svolta nella sua carriera. All’epoca io ero dall’altra parte della barricata: ero ministro dei beni culturali quando decidemmo di bandire questa grande gara internazionale di architettura. Quello della Hadid fu di sicuro il progetto più affascinante: senza muri dritti. Per descriverlo mi disse: mi sono ispirata alla Roma barocca e alla sinuosità delle sue linee curve. Lei aveva una visione di questo flusso continuo: aveva ideato la funzionalità di un edificio in cui bisognava poter passare da uno spazio all’altro, senza soluzione di continuità, perdendosi, in un corpo a corpo fra gli artisti che ospitiamo. Ecco cosa ho imparato da Zaha Hadid: fare di questo corpo a corpo un valore aggiunto, e anche un modo di lavorare».

Nel campo dell’arte ci si comincia ad accorgere del femminile, vedi Barbara Jatta, primo direttore donna dei Musei Vaticani.

«Un’ottima scelta che ha premiato una persona di grandissimo valore. Torno ora da Londra dove ho incontrato la nuova direttrice della Tate Modem, Frances Morris. Finalmente una donna alla guida di una delle più grandi istituzioni dell’arte contemporanea. Indubbiamente è in corso un riequilibrio. Quello dell’arte è stato per anni un mondo monocolore: adesso questo monocolore comincia a mostrare delle crepe. Per quanto riguarda il MAXXI, non solo il suo progettista è una donna, ma da quattro anni e mezzo i cinque componenti del consiglio d’amministrazione del museo sono tutte donne».

Che cosa intende con Re-Evolution rosa?

«Più visitatrici, più artiste che espongono. Penso a Micol Assael, a Elisabetta Benassi, a Rossella Biscotti, a Lara Favaretto. Penso a Adelita Husni-Bey e al suo Mondo magico, che potete vedere al Padiglione Italia della Biennale di Venezia. Tre soli artisti ci rappresentano quest’anno, ma di altissimo livello. Penso a Gea Casolaro e a Liliana Moro, fra le presenze femminili più stimolanti nella nostra mostra. Ci saranno tante donne anche nell’esibizione dedicata alla scena artistica di Beirut e del Libano che si inaugura in autunno. La sedimentazione della storia artistica contemporanea deve essere fatta da uomini e da donne, scritta al maschile e al femminile. Questa l’indicazione data ai curatori».

È stata una decisione difficile quella di aprire la Collezione gratuitamente?

«Non ci ha dormito la notte, è stato un vero salto nel buio. Ma siamo andati per gradi. Vogliamo fare di questa gratuità uno strumento di avvicinamento interpretando valori femminili come l’accoglienza e l’attenzione ai bambini. Abbiamo un’offerta vastissima da parte del dipartimento didattico perle famiglie»

Invece nel weekend si paga?

«Sì, perché dobbiamo far tornare i conti. Comunque abbiamo tantissime convenzioni, riduzioni e iniziative speciali. Inoltre, ogni prima domenica del mese l’ingresso alla Collezione è gratuito. Siamo molto attenti a questa idea di porosità del museo, che non deve essere solo per gli addetti ai lavori, ma va restituito a un pubblico generalista. Comunque sta andando bene: nel 2016 gli ingressi sono aumentati del 33 per cento e i ricavi del 20».

L’effetto traino funziona.

«Funziona eccome, anche con le nostre mostre di ricerca, ideate dal direttore artistico Hou Hanru, mostre complesse, a volte dure, difficili, fortissime, come quella in corso intitolata Please Come Back sul tema delle prigioni viste come metafora del mondo. Affrontiamo temi di attualità senza strizzare l’occhio ai mercato, anzi!».

Lo Stato vi finanzia per il 57 per cento. Il resto da dove viene?

«Il resto viene da una fatica bestiale che faccio ogni giorno. Trovare sponsor è il mio lavoro, così come realizzare un modello di partnership pubblica e privata che funziona. Inoltre sta crescendo moltissimo la rete di amici del museo, tanto che stiamo per sbarcare negli Stati Uniti: stiamo creando una Fondazione MAXXI anche lì».

A quale museo si ispira? Forse alla Tate Modern di Londra?

«Confrontarsi con loro è sempre rischioso, visto che dispongono di risorse 10 volte le nostre. Noi in fondo siamo soltanto una start up».

Quali sono le opere esposte al MAXXI cui è più legata?

«Cito alcune meraviglie che mi hanno colpito al cuore. Certe fotografie di Letizia Battaglia, davvero straordinarie. Un’installazione dell’artista pakistana Shahzia Sikander. L’enorme mandala dal titolo E così sia…, composto con semi e legumi provenienti da tutto il mondo che Bruna Esposito sta ricreando in una sala del museo».

Tutte donne?

«Già: tutte donne».

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