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Resilience Bond. Investire sul Cop21

In Cosa penso on giugno 12, 2017 at 1:23 pm

Articolo pubblicato su VITA di giugno 2017

Nel corso dell’ultimo RomeSymposium sul Cambiamento Climatico 20 esperti provenienti da tutto il mondo si sono rivolti ai leader mondiali chiedendo loro di garantire il raggiungimento, nel più breve tempo possibile, degli obiettivi dell’accordo di Parigi. A loro hanno fatto eco oltre 200 investitori mondiali, che gestiscono un portfolio di migliaia di miliardi di dollari. In una lettera in vista del G7 di Taormina e del G20 in Germania, hanno chiesto ai Grandi della Terra di mantenere gli impegni presi nella capitale francese, e hanno definito il cambiamento climatico un vero e proprio “rischio finanziario”.

Si tratta di segnali che non possono essere ignorati o sottostimati. Partecipai nel 1992 al Rio summit delle Nazioni unite da dove partì il lungo processo negoziale che ha portato allo storico accordo di Parigi 25 anni dopo. La novità oggi è che non è più solo la Società civile e la comunità scientifica a lanciare l’allarme. Oggi, anche le imprese e gli operatori della finanza, chiedono una svolta nelle politiche connesse con la gestione dei rischi ambientali. Del resto, nell’ultimo quarto di secolo le prove di forza della natura sono state spesso catastrofiche, evidenziando come il processo di indebolimento strutturale degli Stati, accompagnato dalla drastica riduzione delle capacità di spesa e di intervento, renda sempre più complessa la gestione delle grandi emergenze, figlie – anche – dei cambiamenti climatici. Una delle priorità che i decisori pubblici dovranno affrontare nel futuro è dunque la definizione e strutturazione di processi sociali, culturali ed economici che rendano i territori e le comunità “resilienti”. Concetto sempre più diffuso, ma spesso poco chiaro. La radice latina resilio, tornare indietro, rimbalzare, suggerisce molto chiaramente l’idea di “non lasciarsi intaccare”.

Ecco, durante la COP21 si è molto parlato della necessità di migliorare la “resilienza” delle città. Di fatto ciò significa spingere le politiche pubbliche nella direzione della prevenzione. E qui le carenze nei bilanci e le difficolta’ a pianificare di molte amministrazioni risultano essere ostacoli insormontabili.

Una delle soluzioni possibili è il ricorso ai cosiddetti Resilience Bond, strumento finanziario studiato dalla Rockefeller Foundation, insieme a Swiss Re e Risk Management Solutions, che collega la copertura assicurativa ai capitali investiti in opere infrastrutturali, incentivando le politiche di prevenzione e riducendo così il rischio assicurativo. Molte sono le iniziative che si stanno muovendo in tal senso, come il Land Degradation Neutrality Fund della UN Convention to Combat Desertification, fondo che mira a riqualificare 12 milioni di ettari di terra compromessa ogni anno, con l’obiettivo di mitigare il cambiamento climatico e favorire la biodiversità, con opportunità di investimento per circa 1 miliardo di dollari.

Per creare comunità davvero resilienti, in grado di affrontare le sfide epocali che ci attendono, è necessario applicare la leva dell’innovazione, sperimentando nuovi strumenti nell’ambito di processi fortemente collaborativi che sappiano mobilitare il capitale sociale di un territorio. E’ per questo che la società civile gioca un ruolo fondamentale in questa partita, poiché dalla qualità e solidità dell’intelaiatura sociale dipende il buon esito di questo percorso.

E’ anche per questo che abbiamo deciso di realizzare la Summer School del Master MEMIS, il cui tema sarà “Innovazione sociale nell’epoca della Resilienza”, nel territorio marchigiano, chiamato a reagire al disastroso sisma che lo ha colpito nel corso del 2016. Crediamo, infatti, sia necessario investire nel rafforzamento del capitale sociale per provare a ri-centrare la comunità locale e le attività produttive, in una prospettiva di resilienza. E siamo onorati che la Summer School verrà ospitata quest’anno dalla Bottega del Terzo Settore di Ascoli Piceno, poiché il contesto associativo e cooperativo è fondamentale in questo lavoro di ritessitura della comunità scossa dal dramma del sisma. Vorremmo contribuire così alla ricerca di nuovi modelli di generazione del valore ambientale, sociale ed economico, provando a costruire territori sostenibili e resilienti; capaci cioé di non “farsi intaccare” più del dovuto da una cronaca talvolta drammatica.

 

L’irresistibile ascesa delle donne nell’arte. Da muse e modelle a manager e artiste

In Senza categoria on maggio 31, 2017 at 2:56 pm

I musei Vaticani per la prima volta hanno una direttrice. La Biennale di Venezia e la Tate in mani femminili. Il Leone d’oro a una performer. È una rivoluzione. Ne parliamo con la presidente del Maxxi di Roma, progettato e guidato da donne.

Intervista di Laura Laurenzi pubblicata su “F”

Un mondo magico che celebra le donne. Foreste tessili, installazioni di giardini animati, il calco di un olivo millenario, un enorme barcone che ripesca l’ultima automobile appartenuta a un grande maestro dell’arte contemporanea italiana, un triplo igloo,le foto in cui Helmut Newton racconta le sue 72 ore a Roma, i disegni per il maestoso fregio di Kentridge sulle sponde del Tevere. A Roma il MAXXI, il museo più avveniristico d’Italia, guidato da donne,si trasforma e ripensa i suoi spazi. Un museo intrigante, che rafforza la sua identità e la sua missione pubblica a partire da The Place to Be, il nuovo allestimento della collezione permanente, offerta con ingresso gratuito dal martedì al venerdì.

Ed è spazzato da un vento che i suoi vertici chiamano Re–Evolution: una raffica di idee nuove che offrono un contributo sempre più intenso alla consapevolezza femminile, affinché una grande artista come l’americana Carolee Sehneemann, 77 anni, pioniera della performance femminista e Leone d’oro alla carriera, non possa più dire: «Quella delle donne nell’arte è una storia di resistenza, esclusione e discriminazione».

Oggi non più. Oggi ci sono donne che creano, donne che osano, donne che espongono. Donne al comando, che studiano strategie, precorrono le avanguardie, selezionano i talenti. È una giovane donna, Christine Macel, la curatrice della 57 Biennale d’arte di Venezia inaugurata il 13 maggio e aperta fino al 26 novembre. È una donna, Cecilia Alemani, la curatrice del Padiglione Italia.

È proprio celebrando la creatività femminile che il museo nazionale d’arte contemporanea si evolve, cresce e incide nel tessuto sociale e artistico lasciando un segno pro fondo, come sottolinea Giovanna Melandri, presidente della Fondazione MAXXI, che intervistiamo.

Ha un senso parlare del MAXXI come di un museo al femminile?

«Sicuramente sì. Tanto per cominciare l’ha creato una donna, Zaha Hadid, cui dedichiamo dal 23 giugno una grande mostra concentrata sul lavoro che ha realizzato in Italia. Indubbiamente il MAXXI è stato un punto di svolta nella sua carriera. All’epoca io ero dall’altra parte della barricata: ero ministro dei beni culturali quando decidemmo di bandire questa grande gara internazionale di architettura. Quello della Hadid fu di sicuro il progetto più affascinante: senza muri dritti. Per descriverlo mi disse: mi sono ispirata alla Roma barocca e alla sinuosità delle sue linee curve. Lei aveva una visione di questo flusso continuo: aveva ideato la funzionalità di un edificio in cui bisognava poter passare da uno spazio all’altro, senza soluzione di continuità, perdendosi, in un corpo a corpo fra gli artisti che ospitiamo. Ecco cosa ho imparato da Zaha Hadid: fare di questo corpo a corpo un valore aggiunto, e anche un modo di lavorare».

Nel campo dell’arte ci si comincia ad accorgere del femminile, vedi Barbara Jatta, primo direttore donna dei Musei Vaticani.

«Un’ottima scelta che ha premiato una persona di grandissimo valore. Torno ora da Londra dove ho incontrato la nuova direttrice della Tate Modem, Frances Morris. Finalmente una donna alla guida di una delle più grandi istituzioni dell’arte contemporanea. Indubbiamente è in corso un riequilibrio. Quello dell’arte è stato per anni un mondo monocolore: adesso questo monocolore comincia a mostrare delle crepe. Per quanto riguarda il MAXXI, non solo il suo progettista è una donna, ma da quattro anni e mezzo i cinque componenti del consiglio d’amministrazione del museo sono tutte donne».

Che cosa intende con Re-Evolution rosa?

«Più visitatrici, più artiste che espongono. Penso a Micol Assael, a Elisabetta Benassi, a Rossella Biscotti, a Lara Favaretto. Penso a Adelita Husni-Bey e al suo Mondo magico, che potete vedere al Padiglione Italia della Biennale di Venezia. Tre soli artisti ci rappresentano quest’anno, ma di altissimo livello. Penso a Gea Casolaro e a Liliana Moro, fra le presenze femminili più stimolanti nella nostra mostra. Ci saranno tante donne anche nell’esibizione dedicata alla scena artistica di Beirut e del Libano che si inaugura in autunno. La sedimentazione della storia artistica contemporanea deve essere fatta da uomini e da donne, scritta al maschile e al femminile. Questa l’indicazione data ai curatori».

È stata una decisione difficile quella di aprire la Collezione gratuitamente?

«Non ci ha dormito la notte, è stato un vero salto nel buio. Ma siamo andati per gradi. Vogliamo fare di questa gratuità uno strumento di avvicinamento interpretando valori femminili come l’accoglienza e l’attenzione ai bambini. Abbiamo un’offerta vastissima da parte del dipartimento didattico perle famiglie»

Invece nel weekend si paga?

«Sì, perché dobbiamo far tornare i conti. Comunque abbiamo tantissime convenzioni, riduzioni e iniziative speciali. Inoltre, ogni prima domenica del mese l’ingresso alla Collezione è gratuito. Siamo molto attenti a questa idea di porosità del museo, che non deve essere solo per gli addetti ai lavori, ma va restituito a un pubblico generalista. Comunque sta andando bene: nel 2016 gli ingressi sono aumentati del 33 per cento e i ricavi del 20».

L’effetto traino funziona.

«Funziona eccome, anche con le nostre mostre di ricerca, ideate dal direttore artistico Hou Hanru, mostre complesse, a volte dure, difficili, fortissime, come quella in corso intitolata Please Come Back sul tema delle prigioni viste come metafora del mondo. Affrontiamo temi di attualità senza strizzare l’occhio ai mercato, anzi!».

Lo Stato vi finanzia per il 57 per cento. Il resto da dove viene?

«Il resto viene da una fatica bestiale che faccio ogni giorno. Trovare sponsor è il mio lavoro, così come realizzare un modello di partnership pubblica e privata che funziona. Inoltre sta crescendo moltissimo la rete di amici del museo, tanto che stiamo per sbarcare negli Stati Uniti: stiamo creando una Fondazione MAXXI anche lì».

A quale museo si ispira? Forse alla Tate Modern di Londra?

«Confrontarsi con loro è sempre rischioso, visto che dispongono di risorse 10 volte le nostre. Noi in fondo siamo soltanto una start up».

Quali sono le opere esposte al MAXXI cui è più legata?

«Cito alcune meraviglie che mi hanno colpito al cuore. Certe fotografie di Letizia Battaglia, davvero straordinarie. Un’installazione dell’artista pakistana Shahzia Sikander. L’enorme mandala dal titolo E così sia…, composto con semi e legumi provenienti da tutto il mondo che Bruna Esposito sta ricreando in una sala del museo».

Tutte donne?

«Già: tutte donne».

Imprese sociali, quella spinta che può arrivare dall’Unione bancaria europea

In Cosa penso on maggio 24, 2017 at 9:06 am

Articolo pubblicato su Corriere Sociale il 24 maggio 2017

 
Sono passati già 9 anni dal fallimento della Lehman Brothers: l’inizio della terribile crisi finanziaria del 2008, un terremoto di cui paghiamo il prezzo ancora oggi. Pochi anni dopo l’Unione Europea ha reagito con l’unione bancaria a livello europeo, una regolamentazione uniforme nata per armonizzare le competenze in materia di vigilanza, risoluzione e finanziamento e per assicurare che le banche assumessero rischi calcolati e pagassero il prezzo di eventuali errori commessi.

L’unione bancaria ha rappresentato un obiettivo ineludibile per completare l’unione economica e monetaria e per aggiungere un tassello importante alla costruzione europea.

Il 2017 è l’anno della manutenzione di queste regole bancarie europee, e con Social Impact Agenda per l’Italia, l’Associazione nata per promuovere gli investimenti ad impatto sociale in Italia, vogliamo sfruttare questo momento per ottenere una regolamentazione capace di favorire una finanza generatrice di valore reale e sociale.

La strada è stata aperta l’anno scorso da una coalizione di organizzazioni italiane (tra cui figuravano BCC Federcasse, ABI, Confindustria e altre associazioni imprenditoriali italiane) che ha proposto e ottenuto l’estensione del sistema che prevede accantonamenti di capitale più bassi per le banche che concedono prestiti a piccole e medie imprese. Sistema conosciuto come lo SME supporting factor che di fatto rende più semplici l’erogazione di prestiti a queste categorie di imprese, ritenute, a ragione, un volano dell’economia reale.

Social Impact Agenda per l’Italia si muove sulla scia di questa esperienza per estenderla. L’idea è di estendere il regolamento CRR art.501, che introduce l’SME supporting factor, anche ai crediti erogati alle imprese sociali (Social Economy Enterprises) attraverso un nuovo SEE supporting factor.

L’SEE supporting factor quindi consentirebbe di modificare quel trattamento prudenziale applicando a quelle imprese un coefficiente di assorbimento pari al 60%. Tale strumento ridurrebbe gli oneri di accantonamento di capitali da parte delle banche per i crediti erogati alle imprese del Terzo Settore e si configurerebbe come un mezzo prezioso per facilitare l’accesso al credito all’economia sociale.

Insomma, un incentivo non da poco per le imprese del Terzo Settore che spesso devono ricorrere al prestito bancario per anticipare quote di denaro che vengono restituite agli enti finanziatori come rimborso di spese effettivamente sostenute. Tra l’altro la minore rischiosità del terzo settore, sperimentata nella pratica da diversi istituti bancari e in primis dalle BCC, incoraggia questo tipo di azione.

Le imprese sociali rappresentano un tratto importante del futuro dell’economia italiana ed europea, contribuiscono a ricostruire un’economia generatrice di valore e capace di rispondere a vecchi e nuovi bisogni sociali.

Con l’aggiornamento dei regolamenti dell’unione bancaria l’Unione Europea ha la possibilità di ripartire da ciò che conta, da ciò che è reale, dall’economia che produce valore.

Deaf Cinema, film dal mondo senza suoni

In Cosa penso on maggio 11, 2017 at 2:45 pm

Articolo pubblicato su Vita 

In una delle sessioni di accompagnamento svolte all’interno di Percorsi d’Innovazione sociale, corso di formazione gratuito per enti del Terzo settore del centro-sud Italia organizzato da Human Foundation con il contributo di Fondazione Johnson & Johnson, abbiamo lavorato con Eyes Made, una giovane cooperativa sociale nata da un’esperienza messa in atto dall’Istituto statale sordi di Roma (Issr), il Festival Cinedeaf. Sono loro che organizzano una manifestazione cinematografica a Roma a cadenza biennale davvero unica nel suo genere, dedicata al cinema sordo. Il Deaf Cinema è prodotto e diretto da persone sorde, con attori sordi e interpretato in lingua dei segni, la lingua utilizzata dalla comunità sorda segnante.
Il Cinedeaf nato nel 2012 e giunto alla sua IV edizione, ha come principale finalità quella di portare a conoscenza del circuito cinematografico tradizionale il fenomeno del Deaf Cinema, nonché valorizzare le abilità dei professionisti sordi. Grazie al concorso cinematografico internazionale indetto dal Cinedeaf è stata raccolta a Roma, presso la sede dell’Issr, una delle collezioni più cospicue, a livello mondiale, di materiale visivo artistico prodotto da persone sorde o rivolto a persone sorde. Oltre 400 opere davvero uniche provenienti da tutto il mondo.
Eyes Made organizza anche momenti di condivisione e di intergazione con il pubblico udente, nonché di sensibilizzazione sul tema del diritto per la persona sorda ad avere accesso alla cultura: l’Italia ad esempio non ha ancora riconosciuto la Lis come una lingua ufficiale nel nostro Paese. Ancora una volta l’arte diviene il migliore veicolo per la comunicazione di importanti messaggi di uguaglianza, un ponte di comprensione che lega due sponde così vicine, ma mai davvero congiunte.
Oggi, nonostante le difficoltà economiche vissute dall’Issr, e grazie all’insostituibile supporto di volontari, amici e numerosi partner del festival, si lavora per rendere possibile l’edizione 2017, e garantire a tutti noi l’occasione di fare una camminata attraverso quel ponte che ci separa dalla conoscenza dell’altro per scoprire e comprendere cosa e come sia possibile vivere in un mondo dei senza suoni.

“Cresceremo puntando sul modello Tate”

In Senza categoria on maggio 6, 2017 at 2:01 pm

Giovanna Melandri spiega perché ampliare i luoghi di libero accesso è una politica che premia

Intervista di Carlo Alberto Bucci, La Repubblica 6 maggio 2017

Re-evolution è una vera “revolution” per il MAXXI, ma anche per i musei in Italia. Per la prima volta, anche se solo nei giorni feriali, il grosso della collezione d’arte statale del XXI secolo è a ingresso gratuito, come in Gran Bretagna.

Giovanna Melandri, presidente della Fondazione MAXXI, qual è il senso di questa operazione a sette anni dalla nascita del museo?

«The Place to Be, l’allestimento della collezione permanente, il cuore fatto di arte, foto e architettura intorno a cui ruotano tutti gli altri avvenimenti, è un punto di arrivo, ma anche di ripartenza. La scelta della gratuità risale a un anno fa, sul modello della Tate di Londra e del Centre Pompidou di Parigi, ma adesso abbiamo allargato lo spazio dell’offerta rendendo free tutto il piano terra e mostrando molte opere in piazza. Del resto, in questi anni abbiamo arricchito di cento opere la collezione, tra cui alcune straordinarie foto di Letizia Battaglia».

Il ministro Franceschini pensa di mettere un biglietto per il Pantheon. E voi aprite gratis, dal martedì al venerdì, il tesoro del XXI secolo. Come fate a sostenere economicamente questa iniziativa?

«Ma anche il ministro Franceschini, con le domeniche gratuite, segue l’idea del “modello misto”. E poi la sa una cosa? Da quando abbiamo resa gratuita la Galleria 4 con parte delle opere della raccolta, in un anno gli ingressi sono aumentati dcl 33% e i ricavi del20% circa».

Effetto traino per le mostre a pagamento?

«Esattamente, le mostre sono il nostro vanto. Grazie a Hou Hanru, il nostro direttore artistico, realizziamo esposizioni di ricerca, un laboratorio non solo artistico sui grandi temi del presente. Ad esempio Please come back, il carcere come metafora del mondo. E ora portiamo avanti il nostro focus sul Medio Oriente: dopo la rassegne sull’arte in Iran e a Istanbul, spazio alla cultura del Libano».

 La raccolta è fatta di 400 opere, crescerà?

«Certo, ma per una seria strategia delle acquisizioni abbiamo bisogno che i contributi di pubblico e privato (attualmente lo Stato ci finanzia per il 57 per cento) crescano di qualche milione. Del resto, la legge istitutiva del MAXXI prevede che il museo rafforzi la collezione pubblica di arte contemporanea del nostro Paese».

Il nuovo corso della Galleria nazionale di Roma che ha rinnovato l’esposizione delle opere su progetto della neodirettrice Cristiana Collu, è stato uno sprone per il vostro cambiamento?

«Veramente Re-evolution porta a compimento una traiettoria di lavoro iniziata dal MAXXI ben cinque anni fa. Che la galleria di Valle Giulia abbia ripensato la sua funzione è un fatto positivo. Noi però abbiamo un compito istituzionale: la memoria dell’arte di oggi».

Una “Re-evolution” molto femminile la vostra.

«Sì, stiamo cercando di interpretare valori femminili, come l’accoglienza, l’attenzione ai bambini, maggiore apertura e accessibilità. E non solo: ci sono molte artiste in mostra, a partire dal primo focus dedicato a Bruna Esposito. E poi Micol Assaël, Elisabetta Benassi, Adelita Husni-Bey, Gea Casolaro, Liliana Moro. Nel MAXXI di Zaha Hadid, guidato da un cda interamente rosa, vorremmo essere sicure che l’arte contemporanea sia anche una storia di donne».

MAXXI Re-Evolution: MAXXI ARTE | CATALOGO DELLE COLLEZIONI

In Senza categoria on maggio 5, 2017 at 11:28 am

Un catalogo non è inevitabilmente un freddo campionario, un elenco monotono di oggetti, magari splendidi, ma messi in fila per essere sfogliati a caso, senza suscitare altro che un interesse superficiale ed effimero. Non è inevitabilmente solo un almanacco di informazioni esposte in bell’ordine, in modo da fornire a chi lo consulti un indice dettagliato di dati per orientarsi dentro una materia sconosciuta. Un catalogo può essere invece un corpo vivo, un impasto di immagini e commenti in grado di accompagnarci nella scoperta delle emozioni che l’arte fa irrompere nel nostro orizzonte, oggi molto confuso, come nessun’altra espressione creativa.

Credo sia questa l’impressione che il catalogo delle collezioni d’arte consegna all’occhio esperto degli studiosi come alla curiosità del visitatore comune: nelle sue pagine così dense, eleganti e accurate, si racchiude e si presenta, con le sue molteplici sfumature, una parte fondamentale del patrimonio di opere che costituisce “l’anima” del MAXXI.

Sono particolarmente fiera di consegnare alla scena dei beni culturali italiani il volume che fissa, dopo un lungo lavoro critico ed editoriale, la ricchezza e la varietà della nostra collezione permanente di arte. Dal nucleo iniziale, embrione del Museo nazionale delle arti del XXI secolo, essa è cresciuta, ha attirato autori di diverse latitudini e di diversa ispirazione contribuendo sensibilmente, assieme alle mostre temporanee, a coinvolgere e a formare un pubblico nuovo, più largo e più esigente.

Confesso di ripensare con commozione a quando, prima ancora che il MAXXI fosse diventato il nuovo magnete della bellezza e della creatività a Roma, nel 2000 si cominciò a formare il suo scrigno di opere, a costruire un percorso al quale io partecipai con entusiasmo come titolare del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Quanta strada abbiamo compiuto da allora, quanta fiducia la Fondazione ha raccolto con il suo lavoro negli ambienti artistici italiani e internazionali, fino a comporre l’affresco che questo catalogo celebra.

Un risultato così brillante è il frutto innanzitutto della dedizione e della professionalità con cui la Direzione e lo staff del museo hanno perseguito l’obiettivo: dare alle stampe la testimonianza piena di un tesoro che il MAXXI ha saputo con tenacia creare, alimentare, aprire, in questi anni di sfide difficili, nella convinzione di rappresentare una piattaforma di creatività, un laboratorio culturale originale e insostituibile nel panorama internazionale.

La coincidenza della pubblicazione del nuovo catalogo delle collezioni d’arte con la profonda rivisitazione degli spazi e dell’offerta del MAXXI, aperto al pubblico in questo nuovo allestimento, ovviamente, non è casuale, ma un traguardo ambiziosamente affrontato e raggiunto da tutta la Fondazione. Immergetevi perciò nelle sue immagini e nel suo apparato critico per trattenere una suggestione o approfondire un concetto dopo aver percorso le nostre gallerie e tornate a farlo presto, spinti da una rinnovata curiosità.

Giovanna Melandri
Presidente Fondazione MAXXI

CHE RIVOLUZIONE fare cultura in Italia

In Senza categoria on maggio 4, 2017 at 10:58 am

Alla vigilia dell’ultima trasformazione del suo museo, Giovanna Melandri, presidentessa del MAXXI di Roma, qui spiega come l’arte possa trasformare il mondo più della politica

Intervista di Stefania Rossotti pubblicata su Grazia il 4/5/2017

Se rivoluzione deve essere,che punti alla mente e al cuore. Che sia potente, irreversibile e, possibilmente, per tutti. Che sia arte, insomma. C’è questa spinta, questa sfida e questo desiderio, nell’operazione MAXXI re-evolution del Museo Nazionale delle Arti del XXI Secolo di Roma (il MAXXI, appunto), che verrà inaugurata il 5 maggio con un evento alla presenza del capo dello Stato, Sergio Mattarella, per poi aprire al pubblico il 6. Una rivoluzione che vuol dire investire molto sull’accessibilità e l’accoglienza. E, soprattutto, triplicare gli spazi dedicati alla collezione permanente, proponendo un allestimento concepito come un corpo dinamico, con opere esposte a rotazione che diventino un punto di riferimento sempre più ricco per artisti e visitatori. «Il tutto mantenendo l’impegno, a cui teniamo moltissimo, cominciato nell’ottobre scorso: dare a tutti la possibilità di visitare, dal martedì al venerdì, gratuitamente, la permanente», dice Giovanna Melandri, 55 anni, dal 2012 presidentessa del MAXXI.

Qual è il cuore di quella che chiamate rivoluzione?

«La valorizzazione e il potenziamento del nostro patrimonio. È un traguardo raggiunto dopo cinque anni di lavoro, in cui abbiamo lottato per accrescere la collezione di arte contemporanea dello Stato italiano. Il MAXXI è una fondazione di diritto privato, ma è vigilata dal Ministero della Cultura (il 53 per cento del finanziamento è pubblico, ndr). Una delle nostre funzioni, uno dei nostri obblighi, è incrementare il patrimonio, costruire una memoria del contemporaneo in Italia. Il 5 maggio inauguriamo il nuovo allestimento dando visibilità al rafforzamento di una collezione che è l’anima e il cuore del nostro museo».

Può raccontarmi la fatica, e anche la gioia, di occuparsi d’arte, oggi, in Italia?

«La gioia è nella ricchezza di quello che siamo riusciti a fare, a partire dall’aumento dei visitatori, raddoppiati in cinque anni e arrivati nel 2016 a quota 417 mila. La fatica è quella che si può immaginare, in un periodo in cui l’arte non è considerata una risorsa. Cinque anni fa abbiamo preso in mano un’istituzione che era ferma: abbiamo dovuto ripensarla, ricrearla, mettere in sicurezza il bilancio, trovare i fondi per continuare a investire nell’arricchimento del patrimonio culturale. Un piccolo miracolo avverato anche grazie all’opera di un direttore artistico d’eccezione, Hou Hanru, alla direttrice del MAXXI Architettura, Margherita Guccione, e al direttore del MAXX Arte, Bartolomeno Pietromarchi».

Lei viene dalla politica, è stata a lungo parlamentare del Partito Democratico e a più riprese ministro della Cultura. Che cosa consiglierebbe ai suoi ex colleghi? Che cosa ha imparato fuori dal Palazzo?

«Ho capito quanto sia potente e indispensabile lo sguardo critico degli artisti sui temi di oggi. Un loro segno sa restituire in un attimo il senso di quello che accade nel mondo. In modo diretto, molto più incisivo delle parole della politica. Ai miei ex colleghi consiglierei di ascoltare di più la comunità artistica. Li inviterei a frequentare i luoghi della produzione contemporanea, oltre che calarsi nella bellezza classica in cui in Italia siamo immersi. Un invito che vale per tutti: l’arte sa dire cose importanti sull’attualità e sul mondo. E soprattutto stilla possibilità di convivenza e dialogo. Sa svelarci l’esistenza di una spiritualità non divisiva».

Un esempio concreto?

«Sto andando all’aeroporto: ho un volo per Beirut, in Libano. Stiamo lavorando alla terza e ultima parte di un progetto, voluto dal nostro direttore artistico, che ha concepito il MAXXI come un avamposto di ricerca e sguardo verso il Medio Oriente e il Mediterraneo. Abbiamo già prodotto due mostre, una suil’lran, l’altra su Istanbul, a cui farà seguito quella su Beirut che inaugureremo a novembre. Credo che sostenere la crescita di una cultura trans-mediterranea sia importantissimo in questo periodo di conflitti, divisione, terrore. La funzione, la rivoluzione dell’arte è anche questa».

NATURE FOREVER. Piero Gilardi

In Senza categoria on aprile 12, 2017 at 11:24 am

Piero Gilardi è un artista che si è speso tanto, costantemente, in molte battaglie civili. Non ha espresso la sua creatività nel chiuso di un atelier, ma si è schierato senza risparmio e senza esibizionismo, esponendosi con idee provocatorie e trovando in esse qualcosa di più di una semplice ispirazione. Si possono condividere alcune di quelle lotte e altre no. Ma la sua coerenza, io credo, si chiama profezia. Intendo dire che non è la politica vista come sfida collettiva, non è la partecipazione diretta dell’artista ai contraccolpi dei cambiamenti sociali, a rendere davvero originale, inconfondibile, la sua produzione artistica più volte rigeneratasi nell’arco di mezzo secolo. Non è certo lui l’unico a interpretare il proprio talento nel vivo di acuti contrasti, proteste, lacerazioni. È unico, invece, per la forza preveggente con la quale in diverse stagioni culturali ha saputo anticipare un diritto, intuire un dramma e sbilanciarsi lungo strade innovative, sia nei suoi lavori sia nell’interazione con ambienti e linguaggi esplorati in pieno spirito di libertà.

Dagli esordi nei turbinosi anni Sessanta con i Tappeti-Natura che compenetrano l’opera e il suo pubblico, passando per la New Media Art, fino al Parco d’Arte Vivente, Gilardi rimane un artista “militante” che non fagocita la scena e mette la sua forza espressiva al servizio (non penso che il termine gli dia fastidio) di una causa più grande della creazione solitaria. Altrimenti non si spiegherebbe  come possa aver indicato e alternato differenti percorsi di ricerca restando sempre strettamente in connessione con le disuguaglianze, le ingiustizie, i disastri della nostra civiltà.

Gilardi ha avvertito l’esplosione dell’antagonismo nel mondo industriale, le malattie del contesto urbano, lo sfruttamento delle periferie planetarie, la potenza delle tecnologie informatiche e lo straniamento infuso nelle relazioni umane. Sono orizzonti verso cui il MAXXI solleva lo sguardo da anni e indaga, grazie al punto di vista degli artisti. In particolare, abbiamo aperto il programma 2017 con una collettiva internazionale, “Please Come Back. Il mondo come prigione?”, con la quale l’estro e l’impegno civile di Gilardi dialogano sottotraccia. Così, con la mostra antologica curata da Hou Hanru, Bartolomeo Pietromarchi e Marco Scotini, il nostro museo riconosce in Gilardi un artista che ha consegnato al XXI secolo un’arte e una visione ancora e sempre controcorrente.

Giovanna Melandri
Presidente Fondazione MAXXI

La sfida dell’impatto sociale entra in carcere

In Cosa penso on aprile 10, 2017 at 8:13 am

Articolo pubblicato su Vita

Dalla crisi del 2008, le politiche di austerità hanno duramente stressato i budget pubblici, con costanti riduzioni dei trasferimenti statali per le politiche di inclusione sociale. Per uscire
da questa fase di affanno, che rischia di compromettere irrimediabilmente i livelli di coesione nei territori e di vanificare gli interventi più innovativi (e preventivi) è necessario reperire risorse aggiuntive per sperimentare e testare strumenti e politiche più avanzate e basate sulla cultura delle evidenze. Solo così, attraverso la produzione di evidenze certesull’impatto sociale delle politiche e degli interventi, sarà possibile superare blocchi
ideologici e difendere le scelte dei decisori pubblici.

Uno degli strumenti più diffusi per generare queste evidenze sull’ impatto sociale generato è il modello Pay by Result (PBR). Come noto, i programmi PbR si configurano come un sistema di accordi, in base ai quali una Pubblica Amministrazione, dopo aver individuato un’area di bisogno sociale, impegna risorse economiche pubbliche e private a fronte del raggiungimento degli obiettivi sociali. Sulla base di queste intese, vengono mobilitate risorse da investitori privati socialmente orientati che vengono impiegate per realizzare, attraverso erogatori di servizi, interventi innovativi, a cui sono associati degli obiettivi di impatto sociale dichiarati e chiari.

Se tali obiettivi vengono raggiunti e verificati da una terza parte, la PA restituisce agli investitori sociali l’investimento iniziale, più un eventuale, possibile, ritorno finanziario.
Lo scorso 15 marzo Human Foundation ha presentato a Roma lo studio per un programma Pay by Result da applicare al carcere torinese Lorusso e Cutugno. Lo studio, coordinato da
Human e sostenuto dalla Fondazione Sviluppo e Crescita CRT, ha inteso contribuire alla riflessione sull’innovazione dei sistemi di welfare, con l’obiettivo di disegnare, testare e validare un programma di reinserimento sociale e lavorativo per le persone che stanno scontando una pena detentiva.

Il presupposto da cui siamo partiti è che sia possibile mettere in relazione l’abbassamento del tasso di recidiva (vero obiettivo di qualunque politica che non smarrisca l’idea della
funzione rieducativa della pena) con straordinarie ricadute sulla sicurezza del territorio e potenziali risparmi a favore dell’amministrazione della giustizia. Nel modello del programma PBR se la persona detenuta, al termine del percorso trattamentale individualizzato e finalizzato alla sua autonomia e detentivo, non farà ritorno nel circuito carcerario, la Pubblica Amministrazione restituirà al l’investitore il capitale investito.

I vantaggi di questo modello sono evidenti; si incoraggia la collaborazione e la cooperazione
tra gli erogatori dei servizi ( in italia il sistema della cooperazione sociale) , si mettono le basi per una spesa pubblica più efficiente ed efficace, si “individualizzano” gli interventi perché
quel che conta non sono i mezzi ma il fine ( il reinserimento pieno del detenuto), si promuove la canalizzazione di risorse private verso obiettivi di inclusione .

A partire da queste riflessioni, è stata dunque articolata un’analisi che cercasse di offrire delle prospettive solide per la sperimentazione del programma. Per far ciò sono state prese
in esame esperienze legate a progetti o programmi virtuosi di reinserimento sociale e lavorativo dei detenuti, evidenziandone punti di forza e debolezza, e definendo contestualmente alcuni elementi comuni fondamentali per raggiungere efficacemente l’obiettivo della risocializzazione.

Lo studio ha proposto una nuova modalità di relazione tra gli stakeholder pubblici e privati, favorendo nuovi approcci più consoni allo status quo delle istituzioni, immobilizzate dalla carenza di fondi.

Ora occorre passare velocemente alla fase applicativa. Noi siamo pronti. E molto incoraggianti sono state anche le impegnative parole del Segretario della Fondazione CRT in
occasione della presentazione del modello . La fase pilota presso l’Istituto Lorusso e Cutugno di Torino può ora cominciare. Ed è importante che Anche il Ministro della Giustizia
Orlando abbia apprezzato e sostenuto il modello proposto nello studio, auspicando che: “tale innovazione possa alimentare il percorso di riforma del sistema penitenziario italiano, offrendo concrete possibilità di reinserimento attraverso interventi individualizzati”.

La galleria del vento dell’innovazione sociale

In Cosa penso on aprile 6, 2017 at 2:34 pm

Pubblicato su Huffington Post
Solo pochi giorni fa abbiamo celebrato i sessant’anni fondativi dell’Europa. Quando il sogno europeo diventò realtà, in pochi si sarebbero attesi una celebrazione così mesta; una festa, parafrasando Shakespeare, paragonabile ad un matrimonio triste o piuttosto ad un funerale allegro. Eppure, il processo di integrazione politica e sociale sino a pochi anni fa riscuoteva un largo consenso tra i cittadini europei.

Le pietre angolari sulle quali è stato eretto l’edificio europeo vacillano da tempo, scosso dalle sferzate della Brexit e dalla retorica aggressiva dei movimenti antieuropeisti.

Siamo evidentemente di fronte ad una profonda crisi del sistema politico e sociale europeo, che mette in discussione i valori che ci hanno permesso, al termine del secondo conflitto mondiale, di risorgere dalle ceneri della distruzione e della barbarie della guerra e dell’olocausto: perdendo quella visione comune dell’economia, delle istituzioni e della società su cui i padri fondatori hanno creato l’Unione Europea.

Bisogno di stabilità e anticorpi verso ogni deriva autoritaria, costruzione di una comune identità culturale europea, sfida legata alla costruzione di un mercato unico dove merci e prodotti potessero avere uno sbocco possibile, ma soprattutto attenzione e cura ai bisogni delle persone con l’edificazione di uno stato sociale come conquista inalienabile.

L’Europa è nata su questa intersezione di forze ed è lì che trova la sua più profonda ragione. Una componente fondante di questo cammino è stato il modello sociale europeo. Un modello teso all’inclusione, alla costruzioni di comunità solidali, affinché vi fosse un esercizio pieno dei diritti di cittadinanza.

Ed è fin troppo evidente che il modello sociale europeo non possa replicare il vecchio paradigma novecentesco, in cui la vita procedeva linearmente secondo i tre tempi della formazione, del lavoro e della pensione.

Difendere lo stato sociale europeo e, nel contempo, innovarlo profondamente è la condizione per provare a salvare la malandata Europa.

Per farlo abbiamo bisogno di “gallerie del vento” in cui testare la reale tenuta di strada di modelli sociali innovativi, facendo incontrare teoria e pratica, mettendo a disposizione dei decisori pubblici evidenze sull’efficacia degli interventi e delle politiche.

Occorreranno processi profondi di innovazione sociale per correggere gli effetti negativi della grande transizione tecnologica: pensiamo solo alla progressiva automazione dei processi produttivi, la cosiddetta economia 4.0, che produrrà un salto nel rapporto tra tempo di lavoro e tempo di cura. Non possiamo pensare di rispondere a questi nuovi bisogni con l’attuale sistema di welfare: c’è bisogno di lavorare per generare buona occupazione e restituire dignità sociale a chi l’ha perduta, intrecciando sharing economy e cooperazione sociale.

Allora è il momento di sperimentare modelli ibridi, in cui il pubblico non receda dalla sua funzione di indirizzo, ma co-progetti insieme al Terzo Settore, al privato ed alle comunità, risposte più efficaci, individualizzate, positive e valutabili. È il caso dell’ultimo studio realizzato da Human Foundation e Fondazione Sviluppo e Crescita CRT e dedicato al SIB (social impact bond) per il reinserimento socio-economico delle persone detenute, di cui a breve partirà la sperimentazione presso il carcere Cutugno e Lorusso di Torino.

Affinché il nuovo welfare funzioni e generi un efficace impatto sociale positivo, non possiamo rinunciare alle metriche: la valutazione degli interventi sociali dovrà diventare la stella polare cui far riferimento, intesa non come sanzione, ma considerata come uno strumento per comprendere se ed in che misura stiamo generando i benefici attesi, se e in che misura le risorse pubbliche sono spese efficacemente, se e in che misura l’impresa sociale sta raggiungendo gli obiettivi prefissati.

C’è bisogno allora di tante “gallerie del vento” nel quale portare avanti questo lavoro complesso e impegnativo, perché è il momento di sperimentare e tentare con coraggio nuove forme di innovazione sociale, in grado di restituire valore al nostro preziosissimo modello sociale.