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Outcome fund, l’impiego di risorse che genera innovazione e risparmio

In Senza categoria on dicembre 5, 2017 at 10:50 am

Pubblicato sul blog Huffington Post 

L’Europa è da tempo sull’ottovolante. Spagna, Grecia e Italia stanno lentamente riemergendo, non senza contraddizioni, da un prolungato periodo di crisi economica, aggravata dalla durezza delle politiche dell’austerità. La Brexit ha spalancato la prospettiva, sino a poco tempo fa difficilmente immaginabile, dello smottamento dell’Unione Europea. La gestione della vicenda catalana dimostra come i localismi possano essere facilmente attivati nella diatriba partitica, avvelenando la società civile. La solida Germania è alla prese con una profonda crisi istituzionale, dovuta all’erosione del consenso attorno ai due principali partiti e all’avanzata di forze reazionarie, agganciate a un passato oscuro. Queste pulsioni attraversano con intensità diverse i paesi europei, riportando nel dibattito pubblico idee da cui pensavamo che la drammatica storia del ‘900 ci avesse reso immuni. Eppure, sebbene nubi rigonfie di risentimento si addensano minacciose sopra il vecchio continente, l’Europa continua a rappresentare un’eccezione in un mondo che continua a essere profondamente diseguale: l'”eccezionalità” europea risiede nell’universalità dei diritti e nella costruzione del modello sociale di welfare. Tuttavia, la pressione esercitata dal ciclo delle politiche neoliberali ha inferto ferite profonde al sistema di welfare, da un lato, attraverso la costante riduzione dei budget, dall’altro proponendo politiche di aggiustamento, incapaci di leggere l’emergere di nuovi bisogni e di adeguarsi alle profonde trasformazioni, sociali, economiche, demografiche che ci hanno accompagnato nell’ultimo ventennio.

Se l’Europa non vuole smarrirsi definitivamente deve ripartire dalla sua eccezionalità, da quel modello sociale che nel ridistribuire il valore prodotto, crea, a sua volta, le condizioni per generare altro valore. E, quindi, da dove possiamo partire per affrontare questa sfida cruciale? Qualche giorno fa, a Lisbona, si è tenuta una conferenza promossa dalla Commissione Europea. L’iniziativa, fortemente voluta dal Commissario della DG Research Moedas, si è posta l’obiettivo di raccogliere una buona parte delle esperienze e degli attori che, negli ultimi anni, hanno provato a ragionare sulla sostenibilità del modello sociale europeo, attraverso l’innesco di potenti processi d’innovazione sociale. L’elemento di maggior interesse emerso dalla Conferenza di Lisbona è legato alla consapevolezza della necessità di far uscire le esperienze d’innovazione sociale dalla sindrome bonsai, nella quale rischiano di rimanere imprigionate, condannate all’irrilevanza, e, dunque, individuare gli strumenti finanziari che consentano di “scalarle”, sino a divenire oggetto di politiche pubbliche strategiche. Vi è oggi una grande sintonia tra gli “innovatori sociali” e gli “investitori ad impatto sociale”; la presenza alla conferenza di Ronald Cohen, prima animatore della Taskforce G7 sugli investimenti sociali e oggi Presidente del Global Steering Group, dimostra il grado di allineamento raggiunto. Cohen, a Lisbona, ha evidenziato con forza questo assunto: l’alleanza tra investitori pazienti e innovatori sarà decisiva in una delle tante partite che verranno giocate nella transizione verso il nuovo modello sociale europeo.

Per far in modo che questa squadra si consolidi, occorre moltiplicare gli sforzi per dar vita a dei “outcome funds”, ovvero strumenti finanziari che, nel remunerare gli impatti sociali, secondo la logica del pagamento in base al risultato sociale raggiunto e misurato (pay by result), siano in grado di sostenere i processi d’innovazione, promuovere partnership pubblico-privato, rendere efficiente la spesa per le prestazioni di welfare, valorizzare il ruolo dell’impresa sociale e mobilitare risorse del settore filantropico e del mondo dell’impresa. E in Italia? Comuni e Regioni hanno avviato da tempo interessanti sperimentazioni su questi temi, poiché gli amministratori locali, naturalmente più vicini ai territori, hanno compreso che solo attraverso una poderosa dose d’innovazione è possibile disegnare un sistema di prestazioni in grado di rispondere alle nuove domande sociali. Gli schemi pay by result, utilizzati come “palestra” per testare e praticare nuovi modelli di protezione sociale, sono già stati ampiamente acquisiti in altri paesi (Uk, Usa, Francia, Belgio, Germania), occorre ora trovare una “via italiana” all’attuazione di questo innovativo strumento. In quest’ottica, la creazione di un outcome fund che consenta di far incontrare gli investitori pazienti e gli innovatori sociali risulta essere strategico anche in Italia per affrontare le sfide che ci attendono e per disegnare un modello che non dimentichi i valori sui cui si è basato il welfare universalistico e, allo stesso tempo, sappia interpretare il futuro, non con rassegnazione ma con coraggio.

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GRAVITY. Immaginare l’Universo dopo Einstein

In Senza categoria on dicembre 2, 2017 at 1:36 pm

Introduzione al catalogo

Al MAXXI ad ogni mostra – al di là della fama degli artisti, del numero di opere, dell’impatto simbolico del suo contenuto – si dedica una cura proverbiale. Nell’elaborazione quanto nei dettagli. Ma attorno a Gravity. Immaginare l’Universo dopo Einstein ho visto accendersi, alimentarsi e raffinarsi una motivazione, una creatività e  un entusiasmo davvero speciali.

È merito, prima di tutto, dell’inedita triangolazione tra il nostro museo, l’Agenzia Spaziale Italiana e l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare per un progetto originale quanto ambizioso: offrire una scoperta condivisa agli appassionati di arte contemporanea, agli esploratori delle nuove frontiere della scienza e a un pubblico ancora più vasto, offrire un percorso interdisciplinare per affacciarsi sul cosmo mescolando linguaggi e codici espressivi. Si può dire che al MAXXI, non soltanto in senso metaforico, si verrà per Gravity ad esplorare l’Universo grazie alle lenti bifocali dell’arte e della scienza. Si verrà ad ascoltarne il mistero e la conoscenza che l’una e l’altra infondono ad ogni coscienza e ad ogni intelligenza.

Curata da Luigia Lonardelli, Vincenzo Napolano e Andrea Zanini ― con la consulenza scientifica di Giovanni Amelino-Camelia ― Gravity ci fa entrare in punta di piedi dentro un immaginario di concetti (spaziotempo, crisi, confini) e di suggestioni dal forte coinvolgimento. Se dovessi indicare quali emozioni trasmetta spenderei tre parole: la meraviglia, la curiosità, l’umiltà. Perché penso condensino l’approccio giusto con cui le persone comuni guardano alla scienza (e alla tecnologia) quando non cadano in due errori speculari: di considerarle un feticcio, quasi una magia, o di sottovalutarne le potenzialità nel caos social che ingoia e svilisce perfino gli orizzonti più arcani della conoscenza.

Non troverete in Gravity una “tradizionale” mostra di arte e scienza, il freddo accostarsi e confrontarsi di mondi separati. I reperti storici dell’esplorazione, gli esperimenti simulati, le installazioni, i suoni dello spazio, i lavori di Tomás Saraceno, Allora & Calzadilla, Peter Fischli e David Weiss, un’opera di Marcel Duchamp coeva delle rivoluzionarie intuizioni di Einstein, tutto ci immerge nella visione dell’Universo. Come lo studiano i fisici, i matematici, gli astronomi; come lo percepiscono, lo indagano, lo raccontano gli artisti. La materia oscura, le onde gravitazionali, la polvere cosmica: il MAXXI risuonerà nei prossimi mesi di categorie del pensiero, di energie della ricerca e di talenti dell’arte che il secolo trascorso dalla teoria della relatività ha arricchito e sviluppato, continuando a stupirci e cambiando continuamente il nostro punto di osservazione.

La recente attribuzione del Premio Nobel agli scopritori delle onde gravitazionali, è noto, ha chiamato sul proscenio l’Italia per il rilevante ruolo svolto da Virgo nel contribuire a svelarne la provenienza. La stessa nostra antenna ha appena osservato lo scontro di due stelle di neutroni, a una distanza di 130 milioni di anni luce, i cui residui dell’esplosione hanno creato una nube di polvere d’oro. Nuovi sentieri di studio e di esplorazione si aprono per i ricercatori di molte discipline. Le impennate che a volte fa la conoscenza regalano motivi in più per accendere l’attenzione su Gravity. Le danno un tocco di attualità, sottolineata dal sostegno del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca per un progetto che ha il pregio di voler essere assieme sperimentale e divulgativo. Perciò, la mostra è accompagnata e scandita da una fitta agenda di appuntamenti (incontri, proiezioni, rappresentazioni) che accostano il filosofo e il matematico, il ricercatore scientifico e il ricercatore spirituale, l’astronauta e la chef.

La libertà dell’artista e la libertà dello scienziato si alimentano, o dovrebbero farlo, dalle medesime radici creative. Abbiamo bisogno di “ascoltarle” entrambe. Abbiamo bisogno, grazie al loro dialogo, di uscire dai recinti degli specialismi. Perché se la materia è energia, dietro di essa si può incontrare la coscienza del sapere, della scienza e dell’arte. Una coscienza cosmica.

Giovanna Melandri
Presidente Fondazione MAXXI

BRUNA ESPOSITO e così sia…/ Amen

In Senza categoria on novembre 23, 2017 at 1:40 pm

Prefazione al catalogo

«Il senso di quest’opera è nel farla e disfarla. Nel momento in cui, mi auguro, continuerà a essere fatta e disfatta, l’opera sarà viva». La pazienza di Bruna Esposito, la lungimiranza di Bruna Esposito, la fantasia di Bruna Esposito. Tra le voci più internazionali dell’arte contemporanea italiana, tra le più eclettiche nell’usare linguaggi, tecniche, codici espressivi, per noi del MAXXI è una presenza particolarmente cara. Nel 2000 il museo era un cantiere e lei – scelta per la prima edizione della selezione riservata ai giovani talenti che dal 2018 si chiamerà Premio MAXXI Bulgari – portò e realizzò il progetto e così sia… Allora seguii quel suo lavoro, creativo e certosino, come titolare del ministero. Ricordo l’emozione, la passione che si rimbalzavano costantemente dal Collegio Romano all’edificio di Zaha Hadid. Ricordo la gioia di Bruna nel contribuire alla nascita della nostra collezione permanente di opere.

Per farla e disfarla una quinta volta è tornata in queste sale l’estate scorsa: due mesi di “beatitudine” e di “tormento”, per riprendere sue parole, in interazione con il pubblico, immersa con i collaboratori nella posa di un simbolo carico di memoria e di speranza: la svastica sinistroversa formata sul pavimento da legumi e cereali, un intreccio di forme e colori, attorno a un fornello e a una ciotola di vetro con acqua e alloro.

Il racconto dell’intero processo artistico, la creazione e il disfacimento, sono stati raccolti e documentati nell’intervista all’interno della pubblicazione, un testo corale che riunisce le testimonianze dei suoi assistenti e di tutti coloro che hanno seguito la realizzazione di questo lavoro. Attraverso le parole di Bruna emerge  il senso propiziatorio e purificatore di e così sia… e il delicato rituale che si cela dietro la posa in opera.

In fondo l’artista ci suggerisce di non improvvisare, di fermarci sempre a riflettere sulle linee di tendenza del mondo globale perché, come afferma la stessa Esposito, l’arte è magia e  coesione. Sì, dovremmo dare più spesso retta agli artisti.

Giovanna Melandri
Presidente Fondazione MAXXI

Il welfare oltre il welfare

In Senza categoria on novembre 22, 2017 at 10:58 am

Articolo pubblicato su Vita 

Oggi più che mai, in un momento di risorse pubbliche in calo e tagli alla spesa, nessun modello di politica pubblica può essere più immaginato senza la collaborazione sistematica e organizzata con il mondo dell’impresa sociale innovativa e della “finanza che include”. L’analisi di Giovanna Melandri presidente di Human Foundation

Il dato da cui partire, è drammaticamente reale: in un regime di risorse pubbliche in calo e tagli alla spesa, nessun modello di welfare e di politica pubblica può essere più immaginato senza la collaborazione sistematica e organizzata con il mondo dell’impresa sociale innovativa e della “finanza che include”Puntare su investimenti a impatto sociale, sembra ormai essere non soltanto la via più razionalmente percorribile, ma inizia addirittura ad essere considerato sempre più il trend di riferimento per comunità come l’Europa, che hanno la necessità di rendere più efficiente l’apparato elefantiaco del welfare, a partire dalle singole Amministrazioni dei Paesi membri, che devono poter migliorare il benessere dei propri cittadini, in armonia con le esigenze di un erario sovente asfittico.

Il seminario dal titolo “Nuove politiche di Welfare e investimenti ad impatto sociale”, organizzato a Roma l’8 novembre scorso da Social Impact Agenda per l’Italia (l’associazione nazionale delle realtà italiane che si occupano di finanza inclusiva e impact investing) ha visto partecipe e protagonista, una folta delegazione di amministratori da tutta Italia, che si trovano in questi anni ad affrontare in prima linea una stagione di tagli alle risorse e finanziamenti pubblici in calo. Sindaci, assessori comunali e regionali sono arrivati, forti delle loro esperienze sul territorio, con le loro provenienze politiche, con le loro esigenze, perplessità e proposte.

Obiettivo di partenza dell’iniziativa è stato quello di insediare un tavolo nazionale di lavoro pubblico-privato che possa affrontare la sfida di un nuovo modello di welfare su scala comunale e regionale. Molti gli spunti di riflessione, dalla ridefinizione di macroaree d’intervento, all’analisi delle esperienze internazionali in ambito di bond sociali, al coinvolgimento delle fondazioni bancarie nei processi finanziari, all’esposizione dei singoli interventi localmente attuati (dall’housing sociale, all’assistenza sanitaria, al reimpiego della popolazione carceraria).

Soprattutto, da molte parti si è sentita la necessità di sottolineare quello che forse è il maggior contributo possibile, alla causa dell’Impact Investing: l’esigenza di fornire evidence alle policy, introducendo criteri di valutazione, tanto innovativi quanto sperimentali. Di rendere in qualche modo percepibile l’evidenza del vantaggio delle scelte compiute, soprattutto nei confronti dei principali stakeholder coinvolti, che restano pur sempre e per definizione, il “decisore istituzionale” e la cittadinanza, in grado quest’ultima di influenzare le politiche del primo, soprattutto in determinati contesti di raccolta del consenso.

Come affrontare, quindi, il tema cogente della metodologia di valutazione, esaltando l’importanza fondamentale dell’evidence based?

La ricerca di valutazione è inevitabilmente stressata dai vincoli temporali. Il ciclo politico degli ultimi anni, ruota più rapidamente del ciclo di ricerca, con il risultato che le valutazioni “in tempo reale” spesso hanno poca influenza sulla creazione di policy adeguate. Di conseguenza, la ricerca di una policy basata sulle evidenze rischia, quando va bene, di risolversi semplicemente in una revisione sistematica dei risultati delle indagini precedenti, nei rispettivi settori d’intervento.

E neppure l’adeguamento del quadro temporale ai fini di una efficace valutazione, è di per sé garanzia di successo. L’evidenza, nuova o vecchia, per quanto “ricalibrata”, rischia di essere semplicemente autoriferita, e distante dalle esigenze, invece progressive e mutevoli delle platee beneficiarie dell’intervento, soprattutto quando si considerano i termini di ricaduta sul tessuto sociale, come vincoli fondanti dei progetti stessi.

C’è ampio dibattito sulla migliore strategia di sintetizzazione realistica dei risultati della ricerca a beneficio del processo politico. Certa, è l’esigenza di una profonda opera di re-design dei percorsi progettuali, che devono contenere in seno i criteri di valutazione del raggiungimento del risultato, come parte integrante del processo stesso.

Un processo che sia innanzitutto di stimolo ad orientare la sensibilità dell’investitore privato verso una scelta alternativa come l’affidamento del proprio patrimonio ad un bond sociale, in cui il riconferimento della quota sia garantito dalla P.A. attraverso la costituzione di un apposito “outcome base fund”, ovvero di uno stabile accantonamento di risorse che innanzitutto salvaguardino il capitale in affido.

Ciò già avviene anche in paesi dall’amministrazione a forte caratterizzazione statale.

In Europa sono già in sperimentazione modelli Pay By Result: in Francia esistono “contrat” ad impatto sociale, mentre in Germania il tema è entrato nel dibattito pubblico.

Questi sono i tempi in cui, il moloch decisore del Welfare europeo, di concerto con le rispettive amministrazioni degli Stati, deve dimostrare che le risorse di cassa siano spese in maniera efficiente. Attuare politiche basate sui risultati significa legittimare la difesa del Welfare, anche come antidoto a masse critiche che vanno costituendosi per reazione attorno a messaggi di sapore qualunquista.

Per questo, la rispondenza del territorio, attraverso i suoi rappresentanti istituzionali, convenuti da ogni parte del Paese è così fondamentale, e foriera dei migliori auspici di cooperazione proattiva, al fine di realizzare un “flusso unico di pensiero”, da contrapporre al flusso di “pensiero unico” che rischia realmente di far soccombere la nostra società sotto le conseguenze di una visione deviata e superficiale di un tema così dirimente come quello del benessere sociale.

Home Beirut. Sounding the Neighbors

In Senza categoria on novembre 14, 2017 at 1:33 pm

Introduzione al catalogo

Beirut crogiolo di etnie, religioni, tradizioni. Beirut magnete di culture nel corso dei tempi. Beirut vetrina occidentale, paradiso finanziario, incubo per la guerra civile durata tre lustri. Un caleidoscopio di immagini, fascinose o terrificanti, che ognuno di noi conserva nell’animo e negli occhi, a seconda dell’epoca in cui l’ha osservata, attraversata, vissuta. Mai restandovi indifferente.

Non poteva essere più feconda, perciò, la scelta della capitale libanese come suggello e approdo del viaggio che il MAXXI ha compiuto in questi anni grazie alla felice intuizione del nostro direttore artistico Hou Hanru: la trilogia espositiva, aperta da Teheran e sviluppata con Istanbul, sulla creatività contemporanea e la scena mediterranea.

Home Beirut. Sounding the Neightbors colpisce per la molteplicità dei linguaggi, la forza visiva delle opere, l’immersione in un contesto civile che sta creando, in modalità travagliate ma fertili, simbologie in grado di dialogare con la crisi globale della condizione urbana. Il dramma libanese entrò a lungo nelle nostre case occidentali: muri sforacchiati, invasioni, massacri, attentati e vendette hanno costruito spirali di violenza, di odio, di lutti tra le più cruente del Medio Oriente, con il prezzo drammatico di migrazioni forzate che ancora non si sono placate, in quell’area, come si vede dalla tragedia siriana.

Ma il Libano è oggi la terra dove si svolgono incontri di preghiera e di musica tra fedeli musulmani, drusi e maroniti, dove convivono diciotto comunità religiose e dove un milione e mezzo di profughi trovano riparo dal fragore delle armi.

Non dimenticare. Ricostruire lo spazio e il respiro della città devastata. Rinascere come comunità, non solo spazzando rovine. La mostra curata da Hou Hanru e Giulia Ferracci, tassello su tassello, restituisce un puzzle animato dell’intreccio di retaggi, suggestioni, sfide che il presente di una città così straordinaria squaderna per chi si affaccia sulla stesso mare e su una Storia profondamente comune. Artisti e musicisti, architetti e ballerini, ricercatori e registi ci offrono molto di più della descrizione di un paesaggio urbano, segnato da potenzialità e contraddizioni. Ci chiamano a non impigrire nei nostri modelli e nei nostri recinti, ma ad osare oltre stereotipi e consuetudini.

Il MAXXI, come propria missione, vuol dare un contributo di idee e di dialogo. Per Beirut e oltre Beirut.

Giovanna Melandri
Presidente Fondazione MAXXI

Il musicista di Re Ruggero. Ovvero, la modernità del Medioevo

In Senza categoria on settembre 28, 2017 at 10:21 am

Articolo pubblicato su Huffpost il 27 settembre 2017

Quando nel marzo del ’37 il polacco Karol Szymanowski, ormai devastato dagli abusi di una vita sregolata, morì in un sanatorio di Losanna stroncato da un male incurabile, sarà stato forse arduo riconoscere in lui il coltissimo e raffinato intellettuale, lo scrittore ispirato, il compositore dal caratteristico stile diafano, che pure aveva goduto dei favori della critica, e di esecutori del calibro di Rubinstein. Secondo per fama nella natìa Polonia, solo al connazionale Chopin, finì in realtà ben presto nell’oblio della guerra e della storia.

Al punto che la sua singolare figura, insieme alla sua arte, è stata riscoperta non prima della fine del secolo scorso. Riportando così all’onore dell’esecuzione la sua composizione più importante, quel Król Roger, il Re Ruggero, antico governatore di quella Sicilia che tanta fonte d’ispirazione era stata nei lunghi viaggi mediterranei del musicista. Król Roger, per altro, inaugurerà la stagione 2017 dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia a Roma.

La storia del normanno nato a Mileto, le testimonianze culturali e monumentali da egli lasciate nell’isola, avevano affascinato a tal punto il giovane compositore da indurlo alla creazione di un dramma lirico a lui ispirato. Del suo soggiorno panormita, restano descritte le meraviglie che ancora oggi abbagliano il visitatore: dagli ori del Palazzo dei Normanni al Duomo di Monreale, a S. Spirito, alla Martorana col suo stupefacente campanile. Il lascito mirabile di un monarca, che oggi definiremmo illuminato.

Lo studio dello Szymanowski filosofo e pensatore, fu rivolto proprio all’ecumenismo dell’azione di Ruggero II. Al suo esperimento di gestione eterocratica dei territori, che utilizzava la cooperazione di personalità di ogni provenienza etnica e religiosa, finanche in qualità di dignitari a corte palermitana, nell’organizzazione politica (e oggi diremmo anche sociale) di un Regno di Sicilia che poco dopo l’anno Mille si estendeva fino a Napoli, al Nordafrica, ad Efeso, comprendendo i ducati del Sud Italia, futura base del Sacro Romano Impero federiciano.

La reggenza di Ruggero si era in realtà dipanata in una doppia fase: egli aveva dapprima ricacciato i saraceni che imperversavano nell’isola, per poi attuare una sapiente politica di recupero e inclusione delle comunità musulmane, installandone di fiorenti e tollerate in Sicilia, così come pure agevolando la migrazione e il consolidamento di comunità cristiane in Nordafrica, dalla Tunisia fino alla Sirte.

L’ambiente multiculturale della corte di Ruggero era così sofisticato, da includere tra i suoi più stretti collaboratori, eruditi provenienti dal mondo arabo, greco, numida, bizantino, anglo, e normanno. Suo stesso segretario personale, il poeta arabo Abd ar-Rahman al-Itrabanishi. Suo fidato collaboratore e amico, il celebre geografo Muhammad al-Idrisi. La storiografia dell’epoca, ci riporta che mantenne sempre, pur nella inevitabile ferocia delle campagne di conquista e difesa dei territori, e nonostante lo strategico appoggio militare alla Seconda Crociata, un atteggiamento di assoluta e totale tolleranza verso ogni tipo di etnia, lingua o professione religiosa, in parte mantenuto dai suoi successori.

Fu verosimilmente questo antico e costruttivo confronto tra le varie dottrine e provenienze, che il sensibile Szymanowski riusciva a percepire, come riportano i suoi scritti, ancora nella Sicilia di inizio ‘900, ad affascinare il cattolico compositore, e spingerlo alla stesura del suo masterpiece, diviso in tre atti che lui stesso definì “bizantino, orientale e greco-romano”.

E forse, questo embrionale tentativo di collaborazione e cooperazione sociale, pur atavico e sperimentato all’interno di una forma di governo assolutista, può oggi essere, come lo fu per il dimenticato musicista, altrettanta fonte d’ispirazione anche per comprendere come provare a gestire, nel mondo di oggi, le diversità. Assistiamo sgomenti alle tragedie di un’epoca feroce, stretti tra il riemergere dei nazionalismi del ‘900, che sembravano per sempre assopiti e l’anti-modernismo efferato del Califfato. Il sogno della patria europea rischia di perdersi irrimediabilmente lungo le coste del Mediterraneo, che da spazio di dialogo e di incontro è divenuto una frontiera da non valicare. Eppure, basterebbe guadare al lascito arabo-normanno di Palermo per capire come una sapiente gestione delle diversità può produrre risultati straordinari, tanto che oggi quella raffinata composizione di stili è patrimonio che appartiene all’intera umanità.

E non è un caso se la città di Palermo, ha aderito alla candidatura per il titolo di Capitale della Cultura 2018, scegliendo come simbolo proprio la Lapide Quadrilingue, una stele custodita nel Palazzo della Zisa. Risalente al 1149, riporta in giudaico, in latino, in greco e in arabo i diversi sistemi di datazione del mondo, e dimostra tangibilmente la multietnicità della corte di Ruggero II e il rispetto per tutte le religioni e tutti i popoli che allora abitavano la Sicilia.

Un riconoscimento, quello di Capitale Italiana per la Cultura, da intendersi come volano per la rinascita della città, con il dichiarato auspicio che possa tornare a essere innanzitutto capitale del dialogo e dell’interazione culturale. E nella cui offerta s’inserisce perfettamente “Manifesta”, la biennale di arte contemporanea considerata la più importante a livello europeo, che la città ospiterà proprio l’anno prossimo. Con una spiccata connotazione interdisciplinare e aggregante, la kermesse artistica rappresenta quindi un ulteriore e importante strumento per confermare il rinnovato ruolo di Palermo nello scenario nazionale e internazionale. Per provare a contrastare le ataviche corporazioni criminali che ne attanagliano il tessuto produttivo, sociale, culturale. Per provare a costruire, con pazienza e fatica, ponti in luogo di mura, e farne, ancor più che un simbolo, un esempio vitale lungo il sentiero della convivenza.

KEMANG WA LEHULERE. BIRD SONG

In Senza categoria on settembre 26, 2017 at 12:47 pm

Introduzione al catalogo

Il MAXXI è un luogo delle libertà. Libertà di espressione degli artisti. Libertà di linguaggi e saperi. Libertà di confronto tra culture di latitudini diverse. Noi teniamo molto a un’apertura, direi spirituale e mentale, che corrisponde appieno alle architetture accoglienti e intrecciate dell’edificio di Zaha Hadid. Perciò, ospitare le opere di Kemang Wa Lehulere è un’emozione: la molteplicità dei suoi generi e segni si sposa alla perfezione con la nostra “filosofia” e l’impronta civile e sociale della sua arte arricchisce una linea espositiva (penso a Sikander, Xhafa, Gitai, Durham per citare gli ultimi in ordine di tempo) che ha trovato al MAXXI uno spazio naturale.

Wa Lehulere è una scelta particolarmente felice quale “Artist of the Year” 2017 di Deutsche Bank perché le sue sculture, le sue incisioni murali e i suoi video, come frammenti di una memoria ricomposta, fanno immergere nella storia di sofferenza, sfruttamento e segregazione che la sua magnifica terra, il Sudafrica, ha conosciuto sotto la dominazione coloniale e poi con l’apartheid. Le forme di denuncia, di resistenza e di riscatto che hanno scandito quel processo di liberazione si rifrangono nelle sue opere, così essenziali e suggestive. “Bird Song” si intitola la mostra, curata ancora una volta da Britta Färber e Anne Palopoli, testimonianza di fusione tra i talenti professionali del MAXXI e la sensibilità di Deutsche Bank verso le arti contemporanee. “Bird Song”: un canto di libertà cancellata e riconquistata. Per noi si tratta del terzo appuntamento di Expanding the Horizon, linea di ricerca voluta dal direttore artistico Hou Hanru, che fa dialogare la collezione del museo con altre, corporate o private, in Italia e nel mondo. Il Sudafrica, con le sue battaglie, ha contribuito in modo indelebile ad arricchire gli orizzonti politici e culturali di tutti. Questa mostra è un gesto di omaggio, un ringraziamento, una sollecitazione a non dimenticare.

Giovanna Melandri
Presidente Fondazione MAXXI

Da Chicago soffia forte il vento dell’impact investing

In Cosa penso on luglio 20, 2017 at 3:20 pm

Con oltre 500 partecipanti provenienti da 40 Paesi diversi Chicago è diventata il crocevia per l’impact investing durante il summit annuale del Global Steering Group, organizzazione nata dall’esperienza della Social Impact Investment Taskforce del G7, per promuovere l’impact investing a livello globale.

Se l’esercizio della Taskforce aveva fornito un’istantanea dei paesi del G7 sullo stadio di maturazione del settore degli investimenti ad impatto, cercando di immaginare i potenziali trend di crescita, il GSG vuole divenire una forza motrice in grado di accompagnare lo sviluppo dell’impact investing nei prossimi anni.

Nel corso del meeting questo obiettivo è stato evocato in più occasioni: innescare una reazione a catena che porti gli investimenti ad impatto sociale a rivoluzionare i mercati finanziari al fine di generare effetti positivi su milioni di persone e sul pianeta. Ci troviamo, come ha efficacemente sostenuto Sir Ronald Cohen, animatore della Taskforce prima e del GSG oggi, di fronte ad un punto di svolta, ad un “tipping point “.

La costante crescita di nuovi bisogni, ci impone di trovare nuove soluzioni e costruire alleanze ampie che abbiano la forza di affrontare le grandi emergenze che scuotono la nostra epoca. Le risposte saranno tanto più efficaci quanto più sapremo aggregare attori diversi, dai soggetti dell’economia sociale, ai settori produttivi tradizionali, la Pubblica Amministrazione, gli investitori sociali, il mondo della filantropia organizzata e la società civile.

La sfida del tipping point, lanciata da Cohen a conclusione della tre giorni, riguarda tutti gli attori che compongono l’ecosistema dell’impact investing: a partire dal mondo della filantropia e degli investitori che debbono “spostare” almeno il 10% dei propri asset in investimenti ad impatto sociale, al settore pubblico, che dovrebbe allocare il 10% della spesa sociale attraverso fondi che remunerino gli impatti positivi e, infine, al mondo dell’imprenditoria, che deve aprire alla forza generativa dei millenials per innovare i modelli di business affinché siano economicamente e socialmente sostenibili.

Queste sono le precondizioni per avviare una profonda trasformazione dei mercati: far in modo che i flussi finanziari lascino le bolle speculative che tanti danni hanno prodotto a livello globale e tornino nell’economia reale, con l’obiettivo di generare impatto sociale.

Saranno i 16 Paesi membri del GSG che, partendo dalla dimensione nazionale, dovranno innescare questa reazione a catena e per l’Italia è Social Impact Agenda a rappresentare l’ecosistema dell’impact investing.

Non si tratta di una sfida banale, il mondo finanziario ha bisogno di track record solidi che ne dimostrino l’affidabilità, eppure nemmeno il settore del venture capital, ha ricordato Cohen, aveva un’infrastruttura dati alle sue spalle, ciononostante non si è scoraggiato ed è diventato nel tempo diventato un importante asset class.
Ma se fino a qualche anno fa eravamo in pochi a credere che fosse possibile questa trasformazione dei mercati, oggi siamo accanto a 43 Paesi diversi, a centinai di fondi ed istituzioni finanziare che lavorano per farsi trovare pronte quando avverrà il tipping point.

Non so se la previsione sul tipping point di Cohen sia frutto dell’ottimismo della volontà, ma i tempi in cui viviamo non lasciano spazio al pessimismo della ragione; al contrario, dobbiamo aver coraggio, essere disposti a sperimentare, non aver paura di fallire perché il vento di un nuovo paradigma economico soffia forte da Chicago.

Un bignami per il Terzo Settore

In Cosa penso on luglio 6, 2017 at 9:55 am

Articolo pubblicato su VITA di luglio 2017

Al giorno d’oggi un principiante di ogni genere, da quello alle prese con il bricolage o con la cucina creativa, fino a quello che deve scrivere un business plan, può trovare di tutto: tomi infiniti di manuali cartacei, tutorial online, consigli in pillole… Ma non sempre il risultato finale sarà quello sperato. Colpa dell’inesperienza o, magari, dell’inaffidabilità della “guida” cui ci si è affidati, o ancora perché alcune indicazioni necessiterebbero, a loro volta, di ulteriori livelli di spiegazione.
Tutti invece ricordiamo gli utilissimi Bignami dei tempi scolastici; sebbene i maturandi di oggi, più avvezzi a Wikipedia, non sapranno probabilmente a cosa mi riferisca. Eppure quei pochi accenni esplicativi consentivano di arrivare preparati a compiti in classe e interrogazioni. I loro punti di forza erano la semplicità di consultazione, la sintesi, la chiarezza e il focus sui punti fondamentali della materia oggetto dello studio.
Abbiamo pensato che anche per chi fa impresa sociale fosse utile poter usufruire di un supporto di questo tipo nel portare avanti le attività quotidiane. E’ nata così l’idea di redigere una guida per il terzo settore che non si limitasse a qualche indicazione di massima, ma partisse dal considerare la difficoltà di rispondere al crescente fabbisogno sociale con le risorse effettivamente a disposizione per sostenerlo.
L’assottigliarsi del confine tra profit e non-profit, infatti, ha fatto sì che le organizzazioni del terzo settore debbano confrontarsi sempre di più con logiche e strumenti un tempo esclusivi del mondo profit e che invece costituiscono un’importante occasione di arricchimento e di crescita se applicate al perseguimento di una missione sociale.
Accompagnando da anni gli enti del terzo settore nel miglioramento della loro qualità progettuale – attraverso il corso gratuito Percorsi di Innovazione sociale, con Fondazione Johnson & Johnson – abbiamo deciso di mettere valorizzare questa esperienza preziosa, mettendo a sistema i molti spunti emersi nei cicli di formazione sia dall’elaborazione didattica sia dalle necessità pratiche sollevate dai diversi partecipanti, una vera è propria guida, insomma, che raccogliesse in modo sistematico ed organico gli spunti emersi, le criticità analizzate ed i modelli elaborati. I momenti didattici della nostra iniziativa, infatti, sono stati occasioni preziose non solo per formare, ma anche per far emergere e comprendere le esigenze delle associazioni e di tutti i soggetti coinvolti e per elaborare collegialmente proposte concrete di analisi e soluzione dei problemi.
Il risultato che ne è scaturito è un testo pratico ed agevole che viene ogni giorno apprezzato da un pubblico sempre più vasto e che va arricchendosi di nuovi spunti ed esperienze, tanto da essere già giunto alla sua III edizione. In 4 capitoli, caratterizzati da un approccio innovativo e pragmatico alla soluzione dei problemi, vengono offerti elementi teorici e soprattutto consigli pratici di applicazione, il tutto arricchito da sezioni tematiche che presentano casi di studio, esempi e strumenti.
La guida è stata infatti concepita come un vero e proprio strumento di lavoro operativo, semplice e di facile consultazione. Una sorta di “bignami” per il terzo settore, fondamentale per districarsi nell’organizzazione delle proprie attività, per rendere più spedita la crescita della propria realtà e giungere ai risultati prefissati senza complicazioni o spreco di energie.
“Innova. Guida per il Terzo Settore” è disponibile online sul sito www.humanfoundation.it

ABOUT YONA FRIEDMAN. PEOPLE’S ARCHITECTURE

In Senza categoria on giugno 21, 2017 at 2:28 pm

Prefazione al catalogo

Fin dal nome di ascendenza biblica, scelto a vent’anni durante la Resistenza al nazismo, Yona Friedman ha nel suo destino una vocazione alla profezia che ha inciso profondamente nella cultura del Novecento e si proietta ancora come una voce libera, inconfondibile, nel nostro futuro così incerto. La forza delle sue idee e delle sue opere attraversa due secoli, e stagioni storiche molto diverse, probabilmente grazie al fatto che sa anticipare bisogni e indicare frontiere alle forme della convivenza civile e della condizione urbana.

Friedman utopista, architetto, scrittore. Le espressioni del suo genio hanno creato nel tempo un corpo di pensiero, di critica sociale, di design costruttivo che sembrano acquisire una maggiore attualità quanto più se ne misurino oggi la preveggenza, l’originalità, la sostenibilità.

Il MAXXI è particolarmente onorato di aprirsi, come primo museo nazionale di architettura, alla mostra di Shanghai, Mobile Architecture. Yona Friedman, proprio perché quel rovesciamento di prospettiva da lui concepito nei lontani anni Cinquanta – per cui gli edifici si dovrebbero commisurare alle esigenze degli abitanti e non l’opposto – acquista ancora una straordinaria validità di fronte alle contraddizioni del mondo globale, allo svuotamento della democrazia, alle fragilità ambientali, che attualmente sperimentiamo.

Organizzata dalla Power Station of Art di Shanghai e ripensata in una veste nuova e arricchita per il nostro allestimento, la mostra curata da Gong Yan ed Elena Motisi rende omaggio a un gigante della cultura  testimoniando, ancora una volta, la volontà e la capacità del MAXXI di interagire in modo fertile con i musei più prestigiosi della scena internazionale. Yona Friedman, con le sue utopie realizzabili, qui certamente si sentirà a casa.

Giovanna Melandri
Presidente Fondazione MAXXI