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Il musicista di Re Ruggero. Ovvero, la modernità del Medioevo

In Senza categoria on settembre 28, 2017 at 10:21 am

Articolo pubblicato su Huffpost il 27 settembre 2017

Quando nel marzo del ’37 il polacco Karol Szymanowski, ormai devastato dagli abusi di una vita sregolata, morì in un sanatorio di Losanna stroncato da un male incurabile, sarà stato forse arduo riconoscere in lui il coltissimo e raffinato intellettuale, lo scrittore ispirato, il compositore dal caratteristico stile diafano, che pure aveva goduto dei favori della critica, e di esecutori del calibro di Rubinstein. Secondo per fama nella natìa Polonia, solo al connazionale Chopin, finì in realtà ben presto nell’oblio della guerra e della storia.

Al punto che la sua singolare figura, insieme alla sua arte, è stata riscoperta non prima della fine del secolo scorso. Riportando così all’onore dell’esecuzione la sua composizione più importante, quel Król Roger, il Re Ruggero, antico governatore di quella Sicilia che tanta fonte d’ispirazione era stata nei lunghi viaggi mediterranei del musicista. Król Roger, per altro, inaugurerà la stagione 2017 dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia a Roma.

La storia del normanno nato a Mileto, le testimonianze culturali e monumentali da egli lasciate nell’isola, avevano affascinato a tal punto il giovane compositore da indurlo alla creazione di un dramma lirico a lui ispirato. Del suo soggiorno panormita, restano descritte le meraviglie che ancora oggi abbagliano il visitatore: dagli ori del Palazzo dei Normanni al Duomo di Monreale, a S. Spirito, alla Martorana col suo stupefacente campanile. Il lascito mirabile di un monarca, che oggi definiremmo illuminato.

Lo studio dello Szymanowski filosofo e pensatore, fu rivolto proprio all’ecumenismo dell’azione di Ruggero II. Al suo esperimento di gestione eterocratica dei territori, che utilizzava la cooperazione di personalità di ogni provenienza etnica e religiosa, finanche in qualità di dignitari a corte palermitana, nell’organizzazione politica (e oggi diremmo anche sociale) di un Regno di Sicilia che poco dopo l’anno Mille si estendeva fino a Napoli, al Nordafrica, ad Efeso, comprendendo i ducati del Sud Italia, futura base del Sacro Romano Impero federiciano.

La reggenza di Ruggero si era in realtà dipanata in una doppia fase: egli aveva dapprima ricacciato i saraceni che imperversavano nell’isola, per poi attuare una sapiente politica di recupero e inclusione delle comunità musulmane, installandone di fiorenti e tollerate in Sicilia, così come pure agevolando la migrazione e il consolidamento di comunità cristiane in Nordafrica, dalla Tunisia fino alla Sirte.

L’ambiente multiculturale della corte di Ruggero era così sofisticato, da includere tra i suoi più stretti collaboratori, eruditi provenienti dal mondo arabo, greco, numida, bizantino, anglo, e normanno. Suo stesso segretario personale, il poeta arabo Abd ar-Rahman al-Itrabanishi. Suo fidato collaboratore e amico, il celebre geografo Muhammad al-Idrisi. La storiografia dell’epoca, ci riporta che mantenne sempre, pur nella inevitabile ferocia delle campagne di conquista e difesa dei territori, e nonostante lo strategico appoggio militare alla Seconda Crociata, un atteggiamento di assoluta e totale tolleranza verso ogni tipo di etnia, lingua o professione religiosa, in parte mantenuto dai suoi successori.

Fu verosimilmente questo antico e costruttivo confronto tra le varie dottrine e provenienze, che il sensibile Szymanowski riusciva a percepire, come riportano i suoi scritti, ancora nella Sicilia di inizio ‘900, ad affascinare il cattolico compositore, e spingerlo alla stesura del suo masterpiece, diviso in tre atti che lui stesso definì “bizantino, orientale e greco-romano”.

E forse, questo embrionale tentativo di collaborazione e cooperazione sociale, pur atavico e sperimentato all’interno di una forma di governo assolutista, può oggi essere, come lo fu per il dimenticato musicista, altrettanta fonte d’ispirazione anche per comprendere come provare a gestire, nel mondo di oggi, le diversità. Assistiamo sgomenti alle tragedie di un’epoca feroce, stretti tra il riemergere dei nazionalismi del ‘900, che sembravano per sempre assopiti e l’anti-modernismo efferato del Califfato. Il sogno della patria europea rischia di perdersi irrimediabilmente lungo le coste del Mediterraneo, che da spazio di dialogo e di incontro è divenuto una frontiera da non valicare. Eppure, basterebbe guadare al lascito arabo-normanno di Palermo per capire come una sapiente gestione delle diversità può produrre risultati straordinari, tanto che oggi quella raffinata composizione di stili è patrimonio che appartiene all’intera umanità.

E non è un caso se la città di Palermo, ha aderito alla candidatura per il titolo di Capitale della Cultura 2018, scegliendo come simbolo proprio la Lapide Quadrilingue, una stele custodita nel Palazzo della Zisa. Risalente al 1149, riporta in giudaico, in latino, in greco e in arabo i diversi sistemi di datazione del mondo, e dimostra tangibilmente la multietnicità della corte di Ruggero II e il rispetto per tutte le religioni e tutti i popoli che allora abitavano la Sicilia.

Un riconoscimento, quello di Capitale Italiana per la Cultura, da intendersi come volano per la rinascita della città, con il dichiarato auspicio che possa tornare a essere innanzitutto capitale del dialogo e dell’interazione culturale. E nella cui offerta s’inserisce perfettamente “Manifesta”, la biennale di arte contemporanea considerata la più importante a livello europeo, che la città ospiterà proprio l’anno prossimo. Con una spiccata connotazione interdisciplinare e aggregante, la kermesse artistica rappresenta quindi un ulteriore e importante strumento per confermare il rinnovato ruolo di Palermo nello scenario nazionale e internazionale. Per provare a contrastare le ataviche corporazioni criminali che ne attanagliano il tessuto produttivo, sociale, culturale. Per provare a costruire, con pazienza e fatica, ponti in luogo di mura, e farne, ancor più che un simbolo, un esempio vitale lungo il sentiero della convivenza.

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KEMANG WA LEHULERE. BIRD SONG

In Senza categoria on settembre 26, 2017 at 12:47 pm

Introduzione al catalogo

Il MAXXI è un luogo delle libertà. Libertà di espressione degli artisti. Libertà di linguaggi e saperi. Libertà di confronto tra culture di latitudini diverse. Noi teniamo molto a un’apertura, direi spirituale e mentale, che corrisponde appieno alle architetture accoglienti e intrecciate dell’edificio di Zaha Hadid. Perciò, ospitare le opere di Kemang Wa Lehulere è un’emozione: la molteplicità dei suoi generi e segni si sposa alla perfezione con la nostra “filosofia” e l’impronta civile e sociale della sua arte arricchisce una linea espositiva (penso a Sikander, Xhafa, Gitai, Durham per citare gli ultimi in ordine di tempo) che ha trovato al MAXXI uno spazio naturale.

Wa Lehulere è una scelta particolarmente felice quale “Artist of the Year” 2017 di Deutsche Bank perché le sue sculture, le sue incisioni murali e i suoi video, come frammenti di una memoria ricomposta, fanno immergere nella storia di sofferenza, sfruttamento e segregazione che la sua magnifica terra, il Sudafrica, ha conosciuto sotto la dominazione coloniale e poi con l’apartheid. Le forme di denuncia, di resistenza e di riscatto che hanno scandito quel processo di liberazione si rifrangono nelle sue opere, così essenziali e suggestive. “Bird Song” si intitola la mostra, curata ancora una volta da Britta Färber e Anne Palopoli, testimonianza di fusione tra i talenti professionali del MAXXI e la sensibilità di Deutsche Bank verso le arti contemporanee. “Bird Song”: un canto di libertà cancellata e riconquistata. Per noi si tratta del terzo appuntamento di Expanding the Horizon, linea di ricerca voluta dal direttore artistico Hou Hanru, che fa dialogare la collezione del museo con altre, corporate o private, in Italia e nel mondo. Il Sudafrica, con le sue battaglie, ha contribuito in modo indelebile ad arricchire gli orizzonti politici e culturali di tutti. Questa mostra è un gesto di omaggio, un ringraziamento, una sollecitazione a non dimenticare.

Giovanna Melandri
Presidente Fondazione MAXXI

Da Chicago soffia forte il vento dell’impact investing

In Cosa penso on luglio 20, 2017 at 3:20 pm

Con oltre 500 partecipanti provenienti da 40 Paesi diversi Chicago è diventata il crocevia per l’impact investing durante il summit annuale del Global Steering Group, organizzazione nata dall’esperienza della Social Impact Investment Taskforce del G7, per promuovere l’impact investing a livello globale.

Se l’esercizio della Taskforce aveva fornito un’istantanea dei paesi del G7 sullo stadio di maturazione del settore degli investimenti ad impatto, cercando di immaginare i potenziali trend di crescita, il GSG vuole divenire una forza motrice in grado di accompagnare lo sviluppo dell’impact investing nei prossimi anni.

Nel corso del meeting questo obiettivo è stato evocato in più occasioni: innescare una reazione a catena che porti gli investimenti ad impatto sociale a rivoluzionare i mercati finanziari al fine di generare effetti positivi su milioni di persone e sul pianeta. Ci troviamo, come ha efficacemente sostenuto Sir Ronald Cohen, animatore della Taskforce prima e del GSG oggi, di fronte ad un punto di svolta, ad un “tipping point “.

La costante crescita di nuovi bisogni, ci impone di trovare nuove soluzioni e costruire alleanze ampie che abbiano la forza di affrontare le grandi emergenze che scuotono la nostra epoca. Le risposte saranno tanto più efficaci quanto più sapremo aggregare attori diversi, dai soggetti dell’economia sociale, ai settori produttivi tradizionali, la Pubblica Amministrazione, gli investitori sociali, il mondo della filantropia organizzata e la società civile.

La sfida del tipping point, lanciata da Cohen a conclusione della tre giorni, riguarda tutti gli attori che compongono l’ecosistema dell’impact investing: a partire dal mondo della filantropia e degli investitori che debbono “spostare” almeno il 10% dei propri asset in investimenti ad impatto sociale, al settore pubblico, che dovrebbe allocare il 10% della spesa sociale attraverso fondi che remunerino gli impatti positivi e, infine, al mondo dell’imprenditoria, che deve aprire alla forza generativa dei millenials per innovare i modelli di business affinché siano economicamente e socialmente sostenibili.

Queste sono le precondizioni per avviare una profonda trasformazione dei mercati: far in modo che i flussi finanziari lascino le bolle speculative che tanti danni hanno prodotto a livello globale e tornino nell’economia reale, con l’obiettivo di generare impatto sociale.

Saranno i 16 Paesi membri del GSG che, partendo dalla dimensione nazionale, dovranno innescare questa reazione a catena e per l’Italia è Social Impact Agenda a rappresentare l’ecosistema dell’impact investing.

Non si tratta di una sfida banale, il mondo finanziario ha bisogno di track record solidi che ne dimostrino l’affidabilità, eppure nemmeno il settore del venture capital, ha ricordato Cohen, aveva un’infrastruttura dati alle sue spalle, ciononostante non si è scoraggiato ed è diventato nel tempo diventato un importante asset class.
Ma se fino a qualche anno fa eravamo in pochi a credere che fosse possibile questa trasformazione dei mercati, oggi siamo accanto a 43 Paesi diversi, a centinai di fondi ed istituzioni finanziare che lavorano per farsi trovare pronte quando avverrà il tipping point.

Non so se la previsione sul tipping point di Cohen sia frutto dell’ottimismo della volontà, ma i tempi in cui viviamo non lasciano spazio al pessimismo della ragione; al contrario, dobbiamo aver coraggio, essere disposti a sperimentare, non aver paura di fallire perché il vento di un nuovo paradigma economico soffia forte da Chicago.

Un bignami per il Terzo Settore

In Cosa penso on luglio 6, 2017 at 9:55 am

Articolo pubblicato su VITA di luglio 2017

Al giorno d’oggi un principiante di ogni genere, da quello alle prese con il bricolage o con la cucina creativa, fino a quello che deve scrivere un business plan, può trovare di tutto: tomi infiniti di manuali cartacei, tutorial online, consigli in pillole… Ma non sempre il risultato finale sarà quello sperato. Colpa dell’inesperienza o, magari, dell’inaffidabilità della “guida” cui ci si è affidati, o ancora perché alcune indicazioni necessiterebbero, a loro volta, di ulteriori livelli di spiegazione.
Tutti invece ricordiamo gli utilissimi Bignami dei tempi scolastici; sebbene i maturandi di oggi, più avvezzi a Wikipedia, non sapranno probabilmente a cosa mi riferisca. Eppure quei pochi accenni esplicativi consentivano di arrivare preparati a compiti in classe e interrogazioni. I loro punti di forza erano la semplicità di consultazione, la sintesi, la chiarezza e il focus sui punti fondamentali della materia oggetto dello studio.
Abbiamo pensato che anche per chi fa impresa sociale fosse utile poter usufruire di un supporto di questo tipo nel portare avanti le attività quotidiane. E’ nata così l’idea di redigere una guida per il terzo settore che non si limitasse a qualche indicazione di massima, ma partisse dal considerare la difficoltà di rispondere al crescente fabbisogno sociale con le risorse effettivamente a disposizione per sostenerlo.
L’assottigliarsi del confine tra profit e non-profit, infatti, ha fatto sì che le organizzazioni del terzo settore debbano confrontarsi sempre di più con logiche e strumenti un tempo esclusivi del mondo profit e che invece costituiscono un’importante occasione di arricchimento e di crescita se applicate al perseguimento di una missione sociale.
Accompagnando da anni gli enti del terzo settore nel miglioramento della loro qualità progettuale – attraverso il corso gratuito Percorsi di Innovazione sociale, con Fondazione Johnson & Johnson – abbiamo deciso di mettere valorizzare questa esperienza preziosa, mettendo a sistema i molti spunti emersi nei cicli di formazione sia dall’elaborazione didattica sia dalle necessità pratiche sollevate dai diversi partecipanti, una vera è propria guida, insomma, che raccogliesse in modo sistematico ed organico gli spunti emersi, le criticità analizzate ed i modelli elaborati. I momenti didattici della nostra iniziativa, infatti, sono stati occasioni preziose non solo per formare, ma anche per far emergere e comprendere le esigenze delle associazioni e di tutti i soggetti coinvolti e per elaborare collegialmente proposte concrete di analisi e soluzione dei problemi.
Il risultato che ne è scaturito è un testo pratico ed agevole che viene ogni giorno apprezzato da un pubblico sempre più vasto e che va arricchendosi di nuovi spunti ed esperienze, tanto da essere già giunto alla sua III edizione. In 4 capitoli, caratterizzati da un approccio innovativo e pragmatico alla soluzione dei problemi, vengono offerti elementi teorici e soprattutto consigli pratici di applicazione, il tutto arricchito da sezioni tematiche che presentano casi di studio, esempi e strumenti.
La guida è stata infatti concepita come un vero e proprio strumento di lavoro operativo, semplice e di facile consultazione. Una sorta di “bignami” per il terzo settore, fondamentale per districarsi nell’organizzazione delle proprie attività, per rendere più spedita la crescita della propria realtà e giungere ai risultati prefissati senza complicazioni o spreco di energie.
“Innova. Guida per il Terzo Settore” è disponibile online sul sito www.humanfoundation.it

ABOUT YONA FRIEDMAN. PEOPLE’S ARCHITECTURE

In Senza categoria on giugno 21, 2017 at 2:28 pm

Prefazione al catalogo

Fin dal nome di ascendenza biblica, scelto a vent’anni durante la Resistenza al nazismo, Yona Friedman ha nel suo destino una vocazione alla profezia che ha inciso profondamente nella cultura del Novecento e si proietta ancora come una voce libera, inconfondibile, nel nostro futuro così incerto. La forza delle sue idee e delle sue opere attraversa due secoli, e stagioni storiche molto diverse, probabilmente grazie al fatto che sa anticipare bisogni e indicare frontiere alle forme della convivenza civile e della condizione urbana.

Friedman utopista, architetto, scrittore. Le espressioni del suo genio hanno creato nel tempo un corpo di pensiero, di critica sociale, di design costruttivo che sembrano acquisire una maggiore attualità quanto più se ne misurino oggi la preveggenza, l’originalità, la sostenibilità.

Il MAXXI è particolarmente onorato di aprirsi, come primo museo nazionale di architettura, alla mostra di Shanghai, Mobile Architecture. Yona Friedman, proprio perché quel rovesciamento di prospettiva da lui concepito nei lontani anni Cinquanta – per cui gli edifici si dovrebbero commisurare alle esigenze degli abitanti e non l’opposto – acquista ancora una straordinaria validità di fronte alle contraddizioni del mondo globale, allo svuotamento della democrazia, alle fragilità ambientali, che attualmente sperimentiamo.

Organizzata dalla Power Station of Art di Shanghai e ripensata in una veste nuova e arricchita per il nostro allestimento, la mostra curata da Gong Yan ed Elena Motisi rende omaggio a un gigante della cultura  testimoniando, ancora una volta, la volontà e la capacità del MAXXI di interagire in modo fertile con i musei più prestigiosi della scena internazionale. Yona Friedman, con le sue utopie realizzabili, qui certamente si sentirà a casa.

Giovanna Melandri
Presidente Fondazione MAXXI

L’ITALIA DI ZAHA HADID

In Senza categoria on giugno 21, 2017 at 2:24 pm

Prefazione al catalogo

Che stranezza, che malinconia, inaugurare una mostra su Zaha Hadid qui al MAXXI senza di lei… Questo luogo, questi materiali, questa tessitura di luci e di ombre, parlano di lei guardando al futuro. Ma non posso non riandare con la mente a quando, era il 1999, l’ho incontrata per la prima volta: da ministro dei Beni e delle Attività Culturali promossi la creazione del Centro per le Arti Contemporanee a Roma, il MAXXI.

Il suo progetto mi colpì moltissimo e soprattutto conquistò la commissione indipendente chiamata a giudicare: era impossibile non rimanere affascinati dalla sua idea rivoluzionaria di definire delle “derive direzionali”, quelle stesse che sarebbero divenute la cifra stilistica del MAXXI. Per citare le sue parole, si trattava di “un campo quasi-urbano, un mondo nel quale tuffarsi, piuttosto che un edificio come oggetto firmato”[1].

Al concorso parteciparono i più famosi architetti del mondo, ma il progetto visionario di Zaha si impose per la sua capacità di dialogare senza complessi con i monumenti della Roma antica e soprattutto con i suoi predecessori barocchi, “adagiando” il museo, rispettosamente, in un quartiere già punteggiato da capolavori architettonici, dall’Auditorium di Renzo Piano al Palazzetto dello Sport di Pier Luigi Nervi, al Villaggio Olimpico e altri edifici realizzati da noti architetti di epoca moderna. La sfida di Zaha è stata proprio questa: inserirsi con il proprio linguaggio in un contesto urbanistico, dando vita ad uno spazio museale che è prima di tutto un luogo di incontro, aperto e vitale, amato dai romani perché in grado di rappresentare la sua energia dirompente, la sua forza vulcanica e coinvolgente; ma anche la generosità che la contraddistingueva.

Ogni volta che percorro la piazza del MAXXI non posso fare a meno di pensare a quel “centro poroso, un’estensione spaziale”[2] che lei aveva già visualizzato nel suo primo progetto del 1998. Perché la “nostra piazza” non ha soltanto ridisegnato il volto di un quartiere di Roma, ma ha definito uno spazio gremito di vita per le famiglie, gli studenti, i bambini e gli anziani.

Chiunque abbia avuto il piacere di attraversare le opere fluide e avvolgenti immaginate in giro per il mondo e create dalla Grande Signora dell’architettura contemporanea sa che i suoi lavori non lasciano mai indifferenti, ma costringono a un confronto continuo con gli spazi architettonici e con la materia conosciuta. È un corpo a corpo per tutti. Per gli artisti, i curatori, i visitatori. Per noi che ci lavoriamo ogni giorno. È una sfida che non si esaurisce mai e che Zaha ci ha lanciato per scuoterci, per suggerirci nuove piste di ricerca. Aveva una lucida determinazione Zaha, una particolare caparbietà che alcuni colleghi non hanno esitato a stigmatizzare come “cattiveria difensiva”. Nel mondo di soli uomini che soprattutto negli anni Ottanta e Novanta caratterizzava l’architettura e l’ingegneria, è riuscita a farsi strada e ad ottenere i più importanti riconoscimenti: dalla più recente Riba Gold Medal al prestigioso Stirling Prize conferitole nel 2010 proprio per il progetto del MAXXI, al Pritzker Prize, per la prima volta assegnato ad una donna. Ma Zaha rifiutava qualsiasi etichetta e categorizzazione: non le piaceva essere definita in quanto architetto donna. Diceva sempre: “È ridicolo: sono prima di tutto architetto, non solamente una donna architetto”. All’apparenza spigolosa e ruvida, era in realtà una donna generosa, empatica, ironica e soprattutto molto, molto spiritosa. Una donna di grande forza e coraggio, creativa e innovativa. Un genio eclettico che ci manca moltissimo; a me per le nostre belle chiacchierate londinesi negli anni recenti e per quelle future che avremmo potuto fare. Uno dei tratti del carattere che più mi affascinava di lei era la sua curiosità “onnivora”, un entusiasmo che la spingeva ad abbracciare tutte le espressioni della creatività contemporanea: dall’arte al design, alla moda, con uno stile inconfondibile. Sempre elegantissima, come in occasione del nostro primo Acquisition Gala Dinner nel 2013, quando si presentò con un cappotto argentato, sfavillante come i suoi lavori, che dava ancora maggiore risalto ai suoi occhi grandi, scuri, buoni.

Chi ha avuto la possibilità di seguire fin dall’inizio la storia di questo edificio e di questa istituzione, ha potuto imparare molto da Zaha e su Zaha. Prima di tutto, la sua convinzione che non esistono luoghi, Italia inclusa, dove non sia possibile costruire un’architettura del proprio tempo, schietta e audace, priva di compromessi.

Come il MAXXI, ma anche come gli altri progetti in Italia (lo straordinario Messner Mountain Museum a Plan De Corones, la Stazione marittima di Salerno, la visionaria Torre Generali di CityLife, Milano). Questa grande mostra è dedicata a lei, al segno che ha lasciato in Italia, al suo intenso lavoro con le imprese del design italiano e vuole essere innanzitutto un tributo alla sua opera e al suo stile, ma non solo: è il modo più autentico che il MAXXI, la “sua” creatura, poteva scegliere per ricordare un’amica e donna straordinaria, che ha disseminato il mondo di tracce e orme indelebili della sua creatività. Ci piace pensare che il MAXXI sarà per sempre la casa di Zaha Hadid a Roma, la comunità che alla sua impronta cerca ancora di accompagnarsi, per crescere.

Giovanna Melandri
Presidente Fondazione MAXXI

 

[1] F. Garofalo (a cura di), Arte futura. Opere e progetti del Centro per le Arti Contemporanee a Roma, catalogo della mostra (Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna), Electa, Milano 1999, p. 60

[2] Ibidem.

«ZahaHad ci fa rinascere»

In Senza categoria on giugno 14, 2017 at 12:38 pm

Giovanna Melandri: una mostra nel suo Maxxi e un premio per celebrarla

Intervista di Paolo Conti pubblicata su Corriere della Sera 14 giugno 2017

Dal 23 giugno e fino al 14 gennaio 2018 il Maxxi di Roma, il Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo, proporrà una mostra-riflessione su Zaha Hadid, l’architetto-urbanista improvvisamente scomparsa nel marzo 2016, autrice di un pezzo di architettura contemporanea romana che ha fatto molto discutere ma che ha comunque modificato parte del volto urbanistico della Capitale.

La mostra è curata da Margherita Guccione, direttore di Maxxi architettura, e da Woody Yao, direttore di Zaha Hadid Design, il centro che protegge i diritti della sua opera grafica. Viene analizzato il corpus dell’impegno italiano di Hadid, dal Maxxi (la sua prima «opera italiana») fino alla stazione ferroviaria di Afragola, nel Napoletano, appena inaugurata dal presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni.

Giovanna Melandri, presidente della Fondazione Maxxi: che significato ha per voi, che «vivete» ogni giorno il contenitore firmato da Zaha Hadid, questa riflessione?
«Il Maxxi è impegnato, in un periodo per noi straordinario, in una autentica re-evolution, ovvero una evoluzione-rivoluzione del destino del Maxxi: dunque la piena realizzazione del progetto di Zaha Hadid. La piazza esterna ha ormai un’estensione interna, con l’esposizione gratuita al pubblico della collezione permanente sull’intero pianterreno, un progetto in cui abbiamo messo anima e cuore. E viceversa: il pianterreno interno diventa piazza. Sono stati cinque anni di “corpo a corpo” tra la macchina organizzativa del Maxxi e questa splendida creatura di Zaha che ci mette continuamente in discussione. E una mostra ci è parsa l’occasione più adatta non solo per ripensare alla sua opera ma per certificarne la piena, straordinaria vitalità. È molto strano, e malinconico, inaugurare una sua mostra senza di lei. Ma tutto il materiale esposto parla di vita e di futuro, ovvero i suoi progetti italiani che vanno dal Maxxi al Terminal Marittimo di Salerno al Messner Mountain Museum a Plan de Corones, in Alto Adige; dalla portentosa Torre Generali per City Life a Milano alla stazione dell’Alta Velocità ad Afragola, così come la riflessione sul rapporto tra Zaha e il design made in Italy. Stiamo progettando, con lo Studio Hadid, un Premio Zaha Hadid dedicato ai nuovi talenti architettonici».

Dov’è, secondo lei, l’identità del «segno urbanistico» lasciato in Italia da Zaha Hadid?
«Se penso a Zaha, mi vengono in mente le sue linee così nette accanto alle sue curve fluide. Quando, da ministro per i Beni culturali, la incontrai dopo la sua vittoria al concorso per la progettazione del Maxxi , l’ultimo lavoro che partì da un suo disegno manuale, le chiesi dove avesse trovato la sua ispirazione. Lei mi rispose: “Oh, certamente nel grande Barocco romano…”. Basta guardare il Maxxi, era davvero così. Come spiega Margherita Guccione nella sua introduzione, rivedendo la mostra si individuano bene le altre fonti di Zaha: il Futurismo, le ricerche sperimentali di Luigi Moretti e di Pier Luigi Nervi. La sezione dedicata agli oggetti e agli arredi dimostra come Zaha sia e resti sempre un architetto: i suoi oggetti occupano lo spazio come vere e proprie architetture».

E in quanto al Maxxi?
«Non è solo un edifico ma un importante capitolo dello spazio urbano contemporaneo di Roma: ormai è un pezzo della Capitale. Il quartiere Flaminio lo ha fatto proprio: la piazza ogni giorno è piena di famiglie, di bambini che giocano, di ragazzi che studiano e partecipano alle offerte culturali gratuite proposte dal Maxxi all’aperto. Nonostante tutto questo essere “parte della città” non abbiamo alcun collegamento con il Campidoglio dal punto di vista organizzativo-culturale ma non è questa l’occasione per polemizzare…».

In molti hanno contestato la difficoltà di «usare» il Maxxi, che appare un’indubbia opera d’arte in sé ma assai complesso come «contenitore» di mostre temporanee e di collezioni. Non le sembra una critica vera, puntuale, visti gli spazi così pieni di curve e di scale?
«Il Maxxi di Zaha Hadid è la negazione del modello espositivo novecentesco della “scatola bianca”. Con il tempo il nostro museo si è rivelato genialmente sfidante nei confronti della comunità dell’arte: artisti, curatori, visitatori. È una specie di scommessa culturale quotidiana che obbliga anche alla mescolanza tra le diverse mostre contemporaneamente allestite, alla compenetrazione dei progetti in qualche modo “costretti” a un dialogo. E così Zaha ci ha aiutato, nella sua “casa”, a realizzare il vero Museo nazionale delle arti del XXI secolo, quindi anche un grande museo nazionale dell’architettura».

Lei diceva prima che il Maxxi è diventato un «pezzo di città». Lo sarà anche in estate, in una Roma culturalmente assai rattristata e spenta, che per ora non brilla in proposte innovative?
«Il 22 giugno inaugureremo la ricostruzione del Teatrino scientifico di Franco Purini, uno dei simboli dell’Estate romana di Renato Nicolini che quest’anno compie quarant’anni: quella manifestazione aiutò i romani a lasciarsi alle spalle le cupezze degli Anni di Piombo e simbolicamente il Teatrino oggi vuole significare una nuova speranza».

C’è chi vi descrive in crisi…
«Veramente abbiamo chiuso il 6 a quota 417 mila visitatori, cioè il 33% in più rispetto al 2015 con un aumento del 17% dei ricavi nonostante la collezione permanente sia gratuita dall’ottobre 2015. Tra gennaio e maggio 2017 il trend continua a crescere con un 19,5% rispetto al 2016. In quanto all’offerta culturale, siamo orgogliosi di poter annunciare, per il 2018, una vasta mostra dedicata a Bruno Zevi e alla sua scuola, in occasione del centesimo anniversario della nascita del famoso architetto, urbanista e storico dell’architettura. Così come siamo felici dell’acquisizione di due importanti archivi: quelli di Lucio Passarelli e di Paolo Portoghesi, entrambi ricchi di progetti e di modelli, altri due capitoli della storia dell’architettura italiana che dovevano assolutamente avere nel Maxxi la loro sede naturale. Perché questa, ce lo ha spiegato Zaha Hadid, è la grande Casa dell’Architettura contemporanea, oltre che dell’Arte affidata alle cure di Bartolomeo Pietromarchi, del nostro Paese».

Resilience Bond. Investire sul Cop21

In Cosa penso on giugno 12, 2017 at 1:23 pm

Articolo pubblicato su VITA di giugno 2017

Nel corso dell’ultimo RomeSymposium sul Cambiamento Climatico 20 esperti provenienti da tutto il mondo si sono rivolti ai leader mondiali chiedendo loro di garantire il raggiungimento, nel più breve tempo possibile, degli obiettivi dell’accordo di Parigi. A loro hanno fatto eco oltre 200 investitori mondiali, che gestiscono un portfolio di migliaia di miliardi di dollari. In una lettera in vista del G7 di Taormina e del G20 in Germania, hanno chiesto ai Grandi della Terra di mantenere gli impegni presi nella capitale francese, e hanno definito il cambiamento climatico un vero e proprio “rischio finanziario”.

Si tratta di segnali che non possono essere ignorati o sottostimati. Partecipai nel 1992 al Rio summit delle Nazioni unite da dove partì il lungo processo negoziale che ha portato allo storico accordo di Parigi 25 anni dopo. La novità oggi è che non è più solo la Società civile e la comunità scientifica a lanciare l’allarme. Oggi, anche le imprese e gli operatori della finanza, chiedono una svolta nelle politiche connesse con la gestione dei rischi ambientali. Del resto, nell’ultimo quarto di secolo le prove di forza della natura sono state spesso catastrofiche, evidenziando come il processo di indebolimento strutturale degli Stati, accompagnato dalla drastica riduzione delle capacità di spesa e di intervento, renda sempre più complessa la gestione delle grandi emergenze, figlie – anche – dei cambiamenti climatici. Una delle priorità che i decisori pubblici dovranno affrontare nel futuro è dunque la definizione e strutturazione di processi sociali, culturali ed economici che rendano i territori e le comunità “resilienti”. Concetto sempre più diffuso, ma spesso poco chiaro. La radice latina resilio, tornare indietro, rimbalzare, suggerisce molto chiaramente l’idea di “non lasciarsi intaccare”.

Ecco, durante la COP21 si è molto parlato della necessità di migliorare la “resilienza” delle città. Di fatto ciò significa spingere le politiche pubbliche nella direzione della prevenzione. E qui le carenze nei bilanci e le difficolta’ a pianificare di molte amministrazioni risultano essere ostacoli insormontabili.

Una delle soluzioni possibili è il ricorso ai cosiddetti Resilience Bond, strumento finanziario studiato dalla Rockefeller Foundation, insieme a Swiss Re e Risk Management Solutions, che collega la copertura assicurativa ai capitali investiti in opere infrastrutturali, incentivando le politiche di prevenzione e riducendo così il rischio assicurativo. Molte sono le iniziative che si stanno muovendo in tal senso, come il Land Degradation Neutrality Fund della UN Convention to Combat Desertification, fondo che mira a riqualificare 12 milioni di ettari di terra compromessa ogni anno, con l’obiettivo di mitigare il cambiamento climatico e favorire la biodiversità, con opportunità di investimento per circa 1 miliardo di dollari.

Per creare comunità davvero resilienti, in grado di affrontare le sfide epocali che ci attendono, è necessario applicare la leva dell’innovazione, sperimentando nuovi strumenti nell’ambito di processi fortemente collaborativi che sappiano mobilitare il capitale sociale di un territorio. E’ per questo che la società civile gioca un ruolo fondamentale in questa partita, poiché dalla qualità e solidità dell’intelaiatura sociale dipende il buon esito di questo percorso.

E’ anche per questo che abbiamo deciso di realizzare la Summer School del Master MEMIS, il cui tema sarà “Innovazione sociale nell’epoca della Resilienza”, nel territorio marchigiano, chiamato a reagire al disastroso sisma che lo ha colpito nel corso del 2016. Crediamo, infatti, sia necessario investire nel rafforzamento del capitale sociale per provare a ri-centrare la comunità locale e le attività produttive, in una prospettiva di resilienza. E siamo onorati che la Summer School verrà ospitata quest’anno dalla Bottega del Terzo Settore di Ascoli Piceno, poiché il contesto associativo e cooperativo è fondamentale in questo lavoro di ritessitura della comunità scossa dal dramma del sisma. Vorremmo contribuire così alla ricerca di nuovi modelli di generazione del valore ambientale, sociale ed economico, provando a costruire territori sostenibili e resilienti; capaci cioé di non “farsi intaccare” più del dovuto da una cronaca talvolta drammatica.

 

L’irresistibile ascesa delle donne nell’arte. Da muse e modelle a manager e artiste

In Senza categoria on maggio 31, 2017 at 2:56 pm

I musei Vaticani per la prima volta hanno una direttrice. La Biennale di Venezia e la Tate in mani femminili. Il Leone d’oro a una performer. È una rivoluzione. Ne parliamo con la presidente del Maxxi di Roma, progettato e guidato da donne.

Intervista di Laura Laurenzi pubblicata su “F”

Un mondo magico che celebra le donne. Foreste tessili, installazioni di giardini animati, il calco di un olivo millenario, un enorme barcone che ripesca l’ultima automobile appartenuta a un grande maestro dell’arte contemporanea italiana, un triplo igloo,le foto in cui Helmut Newton racconta le sue 72 ore a Roma, i disegni per il maestoso fregio di Kentridge sulle sponde del Tevere. A Roma il MAXXI, il museo più avveniristico d’Italia, guidato da donne,si trasforma e ripensa i suoi spazi. Un museo intrigante, che rafforza la sua identità e la sua missione pubblica a partire da The Place to Be, il nuovo allestimento della collezione permanente, offerta con ingresso gratuito dal martedì al venerdì.

Ed è spazzato da un vento che i suoi vertici chiamano Re–Evolution: una raffica di idee nuove che offrono un contributo sempre più intenso alla consapevolezza femminile, affinché una grande artista come l’americana Carolee Sehneemann, 77 anni, pioniera della performance femminista e Leone d’oro alla carriera, non possa più dire: «Quella delle donne nell’arte è una storia di resistenza, esclusione e discriminazione».

Oggi non più. Oggi ci sono donne che creano, donne che osano, donne che espongono. Donne al comando, che studiano strategie, precorrono le avanguardie, selezionano i talenti. È una giovane donna, Christine Macel, la curatrice della 57 Biennale d’arte di Venezia inaugurata il 13 maggio e aperta fino al 26 novembre. È una donna, Cecilia Alemani, la curatrice del Padiglione Italia.

È proprio celebrando la creatività femminile che il museo nazionale d’arte contemporanea si evolve, cresce e incide nel tessuto sociale e artistico lasciando un segno pro fondo, come sottolinea Giovanna Melandri, presidente della Fondazione MAXXI, che intervistiamo.

Ha un senso parlare del MAXXI come di un museo al femminile?

«Sicuramente sì. Tanto per cominciare l’ha creato una donna, Zaha Hadid, cui dedichiamo dal 23 giugno una grande mostra concentrata sul lavoro che ha realizzato in Italia. Indubbiamente il MAXXI è stato un punto di svolta nella sua carriera. All’epoca io ero dall’altra parte della barricata: ero ministro dei beni culturali quando decidemmo di bandire questa grande gara internazionale di architettura. Quello della Hadid fu di sicuro il progetto più affascinante: senza muri dritti. Per descriverlo mi disse: mi sono ispirata alla Roma barocca e alla sinuosità delle sue linee curve. Lei aveva una visione di questo flusso continuo: aveva ideato la funzionalità di un edificio in cui bisognava poter passare da uno spazio all’altro, senza soluzione di continuità, perdendosi, in un corpo a corpo fra gli artisti che ospitiamo. Ecco cosa ho imparato da Zaha Hadid: fare di questo corpo a corpo un valore aggiunto, e anche un modo di lavorare».

Nel campo dell’arte ci si comincia ad accorgere del femminile, vedi Barbara Jatta, primo direttore donna dei Musei Vaticani.

«Un’ottima scelta che ha premiato una persona di grandissimo valore. Torno ora da Londra dove ho incontrato la nuova direttrice della Tate Modem, Frances Morris. Finalmente una donna alla guida di una delle più grandi istituzioni dell’arte contemporanea. Indubbiamente è in corso un riequilibrio. Quello dell’arte è stato per anni un mondo monocolore: adesso questo monocolore comincia a mostrare delle crepe. Per quanto riguarda il MAXXI, non solo il suo progettista è una donna, ma da quattro anni e mezzo i cinque componenti del consiglio d’amministrazione del museo sono tutte donne».

Che cosa intende con Re-Evolution rosa?

«Più visitatrici, più artiste che espongono. Penso a Micol Assael, a Elisabetta Benassi, a Rossella Biscotti, a Lara Favaretto. Penso a Adelita Husni-Bey e al suo Mondo magico, che potete vedere al Padiglione Italia della Biennale di Venezia. Tre soli artisti ci rappresentano quest’anno, ma di altissimo livello. Penso a Gea Casolaro e a Liliana Moro, fra le presenze femminili più stimolanti nella nostra mostra. Ci saranno tante donne anche nell’esibizione dedicata alla scena artistica di Beirut e del Libano che si inaugura in autunno. La sedimentazione della storia artistica contemporanea deve essere fatta da uomini e da donne, scritta al maschile e al femminile. Questa l’indicazione data ai curatori».

È stata una decisione difficile quella di aprire la Collezione gratuitamente?

«Non ci ha dormito la notte, è stato un vero salto nel buio. Ma siamo andati per gradi. Vogliamo fare di questa gratuità uno strumento di avvicinamento interpretando valori femminili come l’accoglienza e l’attenzione ai bambini. Abbiamo un’offerta vastissima da parte del dipartimento didattico perle famiglie»

Invece nel weekend si paga?

«Sì, perché dobbiamo far tornare i conti. Comunque abbiamo tantissime convenzioni, riduzioni e iniziative speciali. Inoltre, ogni prima domenica del mese l’ingresso alla Collezione è gratuito. Siamo molto attenti a questa idea di porosità del museo, che non deve essere solo per gli addetti ai lavori, ma va restituito a un pubblico generalista. Comunque sta andando bene: nel 2016 gli ingressi sono aumentati del 33 per cento e i ricavi del 20».

L’effetto traino funziona.

«Funziona eccome, anche con le nostre mostre di ricerca, ideate dal direttore artistico Hou Hanru, mostre complesse, a volte dure, difficili, fortissime, come quella in corso intitolata Please Come Back sul tema delle prigioni viste come metafora del mondo. Affrontiamo temi di attualità senza strizzare l’occhio ai mercato, anzi!».

Lo Stato vi finanzia per il 57 per cento. Il resto da dove viene?

«Il resto viene da una fatica bestiale che faccio ogni giorno. Trovare sponsor è il mio lavoro, così come realizzare un modello di partnership pubblica e privata che funziona. Inoltre sta crescendo moltissimo la rete di amici del museo, tanto che stiamo per sbarcare negli Stati Uniti: stiamo creando una Fondazione MAXXI anche lì».

A quale museo si ispira? Forse alla Tate Modern di Londra?

«Confrontarsi con loro è sempre rischioso, visto che dispongono di risorse 10 volte le nostre. Noi in fondo siamo soltanto una start up».

Quali sono le opere esposte al MAXXI cui è più legata?

«Cito alcune meraviglie che mi hanno colpito al cuore. Certe fotografie di Letizia Battaglia, davvero straordinarie. Un’installazione dell’artista pakistana Shahzia Sikander. L’enorme mandala dal titolo E così sia…, composto con semi e legumi provenienti da tutto il mondo che Bruna Esposito sta ricreando in una sala del museo».

Tutte donne?

«Già: tutte donne».

Imprese sociali, quella spinta che può arrivare dall’Unione bancaria europea

In Cosa penso on maggio 24, 2017 at 9:06 am

Articolo pubblicato su Corriere Sociale il 24 maggio 2017

 
Sono passati già 9 anni dal fallimento della Lehman Brothers: l’inizio della terribile crisi finanziaria del 2008, un terremoto di cui paghiamo il prezzo ancora oggi. Pochi anni dopo l’Unione Europea ha reagito con l’unione bancaria a livello europeo, una regolamentazione uniforme nata per armonizzare le competenze in materia di vigilanza, risoluzione e finanziamento e per assicurare che le banche assumessero rischi calcolati e pagassero il prezzo di eventuali errori commessi.

L’unione bancaria ha rappresentato un obiettivo ineludibile per completare l’unione economica e monetaria e per aggiungere un tassello importante alla costruzione europea.

Il 2017 è l’anno della manutenzione di queste regole bancarie europee, e con Social Impact Agenda per l’Italia, l’Associazione nata per promuovere gli investimenti ad impatto sociale in Italia, vogliamo sfruttare questo momento per ottenere una regolamentazione capace di favorire una finanza generatrice di valore reale e sociale.

La strada è stata aperta l’anno scorso da una coalizione di organizzazioni italiane (tra cui figuravano BCC Federcasse, ABI, Confindustria e altre associazioni imprenditoriali italiane) che ha proposto e ottenuto l’estensione del sistema che prevede accantonamenti di capitale più bassi per le banche che concedono prestiti a piccole e medie imprese. Sistema conosciuto come lo SME supporting factor che di fatto rende più semplici l’erogazione di prestiti a queste categorie di imprese, ritenute, a ragione, un volano dell’economia reale.

Social Impact Agenda per l’Italia si muove sulla scia di questa esperienza per estenderla. L’idea è di estendere il regolamento CRR art.501, che introduce l’SME supporting factor, anche ai crediti erogati alle imprese sociali (Social Economy Enterprises) attraverso un nuovo SEE supporting factor.

L’SEE supporting factor quindi consentirebbe di modificare quel trattamento prudenziale applicando a quelle imprese un coefficiente di assorbimento pari al 60%. Tale strumento ridurrebbe gli oneri di accantonamento di capitali da parte delle banche per i crediti erogati alle imprese del Terzo Settore e si configurerebbe come un mezzo prezioso per facilitare l’accesso al credito all’economia sociale.

Insomma, un incentivo non da poco per le imprese del Terzo Settore che spesso devono ricorrere al prestito bancario per anticipare quote di denaro che vengono restituite agli enti finanziatori come rimborso di spese effettivamente sostenute. Tra l’altro la minore rischiosità del terzo settore, sperimentata nella pratica da diversi istituti bancari e in primis dalle BCC, incoraggia questo tipo di azione.

Le imprese sociali rappresentano un tratto importante del futuro dell’economia italiana ed europea, contribuiscono a ricostruire un’economia generatrice di valore e capace di rispondere a vecchi e nuovi bisogni sociali.

Con l’aggiornamento dei regolamenti dell’unione bancaria l’Unione Europea ha la possibilità di ripartire da ciò che conta, da ciò che è reale, dall’economia che produce valore.