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Impresa sociale: la ricchezza di chi lavora per gli altri (l’Unità, 12/04/2011)

In Senza categoria on aprile 12, 2011 at 10:14 am

La settimana scorsa ho partecipato, ad Oxford, allo Skoll Forum 2011. L’evento è, probabilmente, il più rilevante appuntamento internazionale dedicato all’imprenditoria sociale. Il Forum viene annualmente promosso ed organizzato dalla Skoll Foundation, nata, per iniziativa di Jeffrey Skoll fondatore di Ebay, nel 1999 con l’obiettivo di sostenere le buone pratiche e soprattutto le buone idee nel settore dell’impresa sociale. Quest’anno nell’ustera cornice di Oxford, i mille invitati di Jeff Skoll, gli “agenti di cambiamenti sociali economici e civili di tutto il mondo”, sono stati salutati e incoraggiati da Desmond Tutu che, con il suo meraviglioso e implacabile sorriso, ha ricordato a questa platea di gente che non si arrende che la felicità dell’uomo sta nell’empatia, nella condivisione e nella relazione con l’altro. Nel corso degli ultimi dieci anni, la Skoll Foundation ha premiato i soggetti più innovativi dell’imprenditoria sociale, stanando come ha ricordato Pamela Hartington che ne è la direttrice, lo straordinario potere di persone a prima vista “irragionevoli” (“The power of unreasonable people” è il titolo del suo bellissi libro).

In 10 anni la Skoll Foundation ha erogato oltre 250 milioni di dollari in contributi e prestiti ai più’ visionari innovatori sociali del nostro tempo. Confesso di aver provato dell’imbarazzo nel vedere pressoché assente l’Italia tra gli 800 delegati presenti al Forum. Per due giorni il brain storming è stato fittissimo tra imprenditori sociali, attivi in tanti campi diversi, dall’ambiente, all’energia, all’empowerment femminile, alla formazione, alla diffusione delle nuove tecnologia, con giornalisti, policy makers ma soprattutto con la loro vera controparte: i nuovi filantropi. Ma chi sono, questi “filantropi” che fanno convogliare sul settore dell’impresa sociale milioni di dollari ogni anno? I più grandi donatori sono i Rockfeller, i Gates, i Soros, i Buffet e poi c’è una miriade di piccole e medie fondazioni che contribuiscono a far cresce ciò che, a prima vista, potrebbe apparire quasi un ossimoro, il “philantrocapitalism”. In realtà, di “filantrocapistalismo”, soprattutto negli USA, se ne parla da tempo. Nonostante e malgrado la crisi finanziaria, esplosa dopo il crack di Lehman Brothers, come ci raccontano Matthew Bishop e Michael Green, autori appunto di “Philantrocapitalism. How given can change the world”, le risorse destinate alle attività filantropiche dai grandi gruppi non sono affatto diminuite. Le modalità sono tante e vanno dai fondi che erogano aiuti a fondo perduto, al microcredito, ai veri e propri “venture philantropist” che gestiscono i fondi dei donatori con un principio, seppur limitato, di redditività’. Allo Skoll Forum, erano largamente presenti i filantrocapitalisti di tutto mondo e per tre giorni hanno discusso direttamente con i più innovativi imprenditori sociali. Eroi comuni che, in molto paesi in via di sviluppo, aiutano a far scorrere l’acqua, a far funzionare le scuole, a far funzionare gli ospedali, a nutrire chi ha fame e a ridare un sorriso a un bambino ed una speranza a chi l’ha perduta. A contrastare con gesti concreti gli effetti negativi di una globalizzazione a più velocità. Molti i prenditori sociali che stanno esplorando nuovi terreni, nuove strade per favorire lo sviluppo, affinché le comunità possano inventarsi un nuovo modo di esistere. Molte persone eccezionali e uniche che sperimentano l’uso di nuove tecnologie per affrontare i problemi della povertà, del consumo delle risorse, dell’energia e trovare nuove, efficaci e spesso anche inusuali risposte. Innovatori coraggiosi del nostro tempo. Molto spesso sono donne. E basta scorrere i titoli dei vari seminari che si sono susseguiti ad Oxford per comprendere quanta strada abbia fatto la filantropia e che straordinario esempio di creatività e di iniziativa essa potrebbe diventare anche da noi, se solo- e questo va detto- il favore fiscale accordato a queste forme di impiego delle risorse fosse netto e indiscutibile.

In una delle tavole rotonde, a cui ho assistito, dedicata all’innovazione di sistema, il relatore australiano offriva la sua esperienza relativa alla realizzazione di organismi geneticamente modificati “open-source”, aperti e non soggetti ai brevetti, per beneficiare così i piccoli produttori locali di zone disagiate. Così come, non posso non citare la tavola rotonda dedicata all’impatto del cloud computing nella gestione delle emergenze umanitarie o nelle catastrofi naturali, le nuove tecnologie della comunicazione possono cioè sposarsi e incontrarsi e fornire straordinari strumenti alla solidarietà e alle emergenze. Non posso citare tutte le persone veramente fuori dal comune che ho incontrato ad Oxford. Tante donne straordinarie. In prima linea e consapevoli che il futuro è nelle loro mani. Donne appassionate alle nuove tecnologie che incontrano le rivoluzioni digitale ed ecologica e che raccolgono la sfida. Una per tutte ….. Della Ashf Foundation in Afganistan, che ha ricevuto quest’anno il premio dalla Clinton global initiative citata diffusamente nell’ultimo libro Dell’ex presidente dal titolo eloquente “GIVING”. Molti e molte lavorano nel settore dell’educazione e la formazione, spesso contestando quella ufficiale e mainstream (credo che tra le mura di Oxford non siano mai risuonate così tante critiche alla formazione universitaria tradizionale come se essa davvero non fosse più capace di preparare le future generazioni ad affrontare i problemi del nostro tempo). Esemplare al riguardo le esperienze della Fundaciòn Paraguaya il cui progetto si chiama “teach a man to fish” e che il suo fondatore, ex sindaco della città di Assuncion, descrive come un progetto volto a costruire scuole superiori secondo i bisogni professionali delle comunità in cui operano e che con orgoglio ha presentato i dati straordinari di occupazione e di impiego. Oppure il più noto approccio del Barefoot College (l’università a piedi scalzi) che in tutto il mondo trasforma in 6 mesi nonne analfabete di villaggi rurali poveri e bui in ingegneri solari capaci di portare letteralmente la luce nei loro villaggi.

Quest’anno il Forum ha premiato 4 progettualità: Health Leads, che negli USA lavora per contrastare la povertà urbana, l’ONG indiana Pratham attiva nel campo dell’educazione, la New Teacher Center, sempre nel settore della formazione, e Water for the people, organizzazione che opera sull’accessibilità delle risorse idriche. Nel breve periodo trascorso al Forum, ho avuto l’occasione di percepire la forza delle “persone irragionevoli”, e l’idea che si possa coniugare innovazione e filantropia, deve cominciare a farsi strada anche nella struttura rigida della società italiana. In Italia la filantropia ha poca storia. Non ha radici. Anche se in Italia ci sono moltissime persone e imprese generose e straordinari imprenditori sociali in tanti campi . E tuttavia così come in Italia sono deboli gli strumenti per sostenere l’innovazione assai deboli sono gli strumenti per sostenere una filantropia moderna e strutturata. In Italia si rischia poco, Non ci si “avventura”, basta vedere il livello di sviluppo del “venture capital” e non si restituisce abbastanza quando si guadagna tanto. Il termine stesso filantropia, assume nel nostro lessico una connotazione caritatevole e pauperistica, che è piuttosto lontana dalla visione anglosassone, che la concepisce invece come strumento per la redistribuzione della ricchezza nell’era della globalizzazione. Come diceva Bernard Shaw, le persone ragionevoli adattano se stesse al mondo, mentre gli irragionevoli adattano il mondo a loro stessi. Sarà possibile, alla fine, vedere anche da qui in Italia un maggiore protagonismo di persone creative, innovative , generose e in fine anche parecchio irragionevoli?

Giovanna Melandri (da l’Unità di Martedì 12 Aprile 2011, pagine 36-37)


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