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Intervento in occasione della mozione di sfiducia al Ministro Bondi

In Senza categoria on gennaio 25, 2011 at 5:22 pm

GIOVANNA MELANDRI. Signor Presidente, signor Ministro, intervengo per illustrare la mozione di sfiducia, visti gli articoli 94 della Costituzione e l’articolo 115 del Regolamento della Camera dei deputati, con cui le chiediamo di rassegnare le dimissioni. Perché lo facciamo? Quali sono i motivi che ci hanno portato a questo atto impegnativo? È certo – e glielo voglio dire con amicizia – che non lo abbiamo assunto a cuor leggero. Voglio anche aggiungere non vi è nulla di personale, ma risulta dall’amara constatazione che questo Governo e il Ministero ad esso preposto non sono più in grado di attuare ciò che l’articolo 9 della Costituzione ci impone, ossia promuovere lo sviluppo della cultura e tutelare lo straordinario patrimonio storico e artistico del nostro Paese.

Questa situazione miserevole, per usare le parole del professor Carandini che lei chiamò a presiedere il Consiglio superiore dei beni culturali, dopo le burrascose dimissioni del professor Settis, oggi si trasforma in un vero e proprio collasso, a nostro modo di vedere, delle politiche culturali in questo Paese. Non credo che dobbiamo stupircene, nonostante lo sforzo retorico. Infatti, i suoi colleghi hanno reso manifesto, nel corso di questa legislatura, più volte l’autentico disegno di questo Governo. Come non ricordare, Ministro, la triste performance del Ministro Brunetta che la incoraggiava nell’operazione di «chiusura», testuali parole, «del rubinetto del FUS» e apostrofando con un’espressione profondamente offensiva come «culturame parassitario» gli operatori del settore. Come non ricordare, più recentemente ma altrettanto eloquentemente, la sortita del Ministro dell’economia e delle finanze, Tremonti, che ha affermato: «La cultura non si mangia». Parole pesanti a cui non hanno corrisposto, a nostro modo di vedere, che deboli prese di distanza da parte sua e, soprattutto, debolissime azioni di contrasto.

Signor Ministro, noi pensiamo, invece, che la cultura in Italia non sia solo rose ma sia anche pane, pane in un Paese dove la cultura costituisce una prospettiva strategica e una delle poche risorse non delocalizzabili del nostro Paese e che dovrebbe essere posta al centro di una politica strategica.

Lei, a nostro avviso, non è stato in grado di far valere la propria iniziativa presso il Presidente del Consiglio e presso il Ministro dell’economia e delle finanze né ha potuto arginare un irreparabile guasto alle politiche pubbliche per la cultura in Italia, che vengono definite reiteratamente dai suoi colleghi un costo superfluo per le finanze pubbliche.

Gli appelli del mondo della cultura si sono susseguiti, Ministro – lei lo sa meglio di me – per tutti questi mesi. Anche oggi riparte una mobilitazione contro i tagli Pag. 65alla cultura. Sono stati promossi sette giorni di mobilitazione dalle associazioni dello spettacolo, dall’ANEC, dall’Associazione nazionale autori cinematografici, dal Movem09, movimento Emergenza, cultura e spettacolo. Quindi, riparte la mobilitazione e dispiace dirlo, Ministro, perché oggi – come è accaduto in altre stagioni politiche – questo terreno d’azione del Governo avrebbe dovuto essere messo al riparo dal conflitto politico. Personalmente, non posso dimenticare come in una stagione ben diversa, caratterizzata da un investimento espansivo sulla cultura italiana, da una forte crescita dell’occupazione culturale, nelle Commissioni parlamentari tante volte la sintonia fu ampia, bipartisan e trasversale. Dispiace che lei si senta personalmente colpito. Sbaglia! Dovrebbe invece comprendere che non vi è alcuna trama oscura dell’opposizione dietro la sfiducia, ma che al contrario si chiedono le dimissioni del Ministro per dimissionare non un uomo, ma una politica. Lei è rimasto imprigionato e impotente, nell’immaginare una soluzione per il bel Paese, della sua stessa maggioranza, del Governo e della sua cieca obbedienza a quell’assurdo mantra che recita: «L’investimento in cultura è sempre e solo uno spreco di denaro pubblico». D’altronde, proprio sul tema della strategicità dell’investimento in cultura, risiede il grande errore di questo Governo: basterebbe guardarsi intorno per notare come in tutta l’Europa, sia in quella governata da Governi di centrosinistra che in quella governata da governi di centrodestra, da tempo ormai le risorse per la cultura sono considerate un motore propulsore per generare ricchezza nell’economia postindustriale: ricchezza economica, civile, spirituale. Si tratta di un moltiplicatore di buona occupazione, ma anche di un meccanismo di produzione ricchezza, di una risorsa vitale per il nostro futuro.

Caro Ministro – glielo ripeto perché ci tengo – non c’è alcun fumus persecutionis nei suoi confronti! Al contrario, la scelta della sfiducia è figlia di un giudizio politico sul modestissimo operato del suo Governo nella sua collegialità.

Del resto, mi pare difficile nascondere i dati. Lei li conosce, ma li voglio ricordare: il MiBAC è stato oggetto nel corso della sua gestione di tagli sanguinosi, nel 2011 il Ministero vedrà un’ulteriore riduzione del suo già scarno bilancio di 288 milioni di euro, un taglio quasi del 17 per cento rispetto all’anno precedente. Tutto ciò – lo aggiungo – è avvenuto nell’ambito di un quadro grave, visto che dal 2001 al 2009, con l’eccezione del biennio 2007-2009 del Governo Prodi, i tagli sono stati costanti e inequivocabili. Il segno dei Governi di centrodestra sulla cultura è stato sempre e solamente il segno «-».

Il FUS quest’anno verrà ridotto – ne abbiamo discusso in Commissione cultura – del 36 per cento, passando da 414 milioni di euro a poco più di 262 milioni di euro nel prossimo anno. Anche sul fronte della tutela del patrimonio storico artistico il quadro è drammatico: il capitolo di bilancio per interventi urgenti, al verificarsi di emergenze per la salvaguardia dei beni culturali, viene decurtato di 17 milioni di euro. Persino la Direzione per la valorizzazione, signor Ministro, guidata dal dottore Resca, caparbiamente voluto da lei, subisce un taglio di risorse. A ciò – come è stato documentato di recente anche nella relazione di Federculture – vanno aggiunti i tagli pesanti apportati ai trasferimenti verso le regioni e il sistema degli enti locali, che si stanno riflettendo in modo generalizzato sui bilanci della cultura, con conseguenze gravissime.

Signor Ministro, leggerò alcune sue parole, apparse qualche settimana fa sulle pagine de Il Foglio, con le quali denunciava la sua grande preoccupazione per il comparto dello spettacolo. Leggo testualmente: «(…) Rispetto all’anno in corso, le risorse dello spettacolo dal vivo sono scese a 262 milioni di euro per il prossimo anno, se le cose non cambiassero non saremmo in grado di mantenere i livelli minimi di sopravvivenza delle principali attività dello spettacolo. Siamo già alle prese con il rischio di chiusura di teatri storici e della messa in cassa integrazione dei lavoratori dello spettacolo».

Non possiamo che condividere le sue parole, signor Ministro, ma lei ha la responsabilità politica di quello che sta succedendo. Il mondo dello spettacolo tutto è in grande sofferenza, la VII Commissione (Cultura) ha votato all’unanimità una riforma ma in bilancio non ci sono le risorse per attuarla.

In merito al rifinanziamento per appena sei mesi dei meccanismi automatici di tax shelter e di tax credit – abbiamo apprezzato che lei avesse ripreso l’iniziativa del Ministro Rutelli e del Governo Prodi – abbiamo sempre pensato che gli strumenti automatici di trasferimento di risorse al settore dell’impresa culturale fosse una buona soluzione per il nostro Paese, ma voi avete rifinanziato per appena sei mesi questi meccanismi e questo si caratterizza come una prospettiva ridicola, come un disincentivo alla programmazione di impresa, una presa in giro verso chi vuole investire in cultura e vuole costruire impresa culturale.

Anche l’unica riforma di settore che è stata approvata sotto la sua responsabilità, quella relativa alle fondazioni lirico-sinfoniche, è impossibile da attuare a causa della mancanza delle condizioni minime per l’espletamento delle attività già programmate e delle necessità.

Non è solo questo il problema, ci sono tanti altri capitoli. Voglio parlare delle biblioteche, settore spesso dimenticato ma importantissimo per la vita civile del nostro Paese. Il programma a tutela dei beni librari, promozione e sostegno del libro, con uno stanziamento in conto competenza pari a 127 milioni di euro, viene decurtato di 21,3 milioni di euro. Sa cosa significa questo signor Ministro? Significa che questo taglio comprende le somme – come alcuni giornali, anche il Corriere della Sera, qualche settimana fa, scrivevano – destinate al funzionamento della biblioteca nazionale centrale di Firenze, della biblioteca nazionale centrale di Roma, dell’istituto centrale per il catalogo, del museo dell’audiovisivo, del centro per il libro e la lettura. I danni che si stanno arrecando alle istituzioni culturali sono pervasivi e distribuiti.

In sintesi, si taglia nella tutela, nella tutela verso l’antico, verso il patrimonio, verso l’archeologia, ma si taglia sanguinosamente anche nella direzione del contemporaneo, dell’architettura, della tutela del paesaggio. 31,3 milioni di euro in meno a tutte le linee di politica di tutela e di valorizzazione dell’architettura, dell’arte contemporanea, del paesaggio. Risorse drammaticamente tagliate alla valorizzazione del patrimonio culturale, alla tutela del patrimonio culturale. Somme destinate a interventi urgenti – che si possono e si devono verificare in presenza di emergenze – anche queste ridotte al lumicino.

Insomma, signor Ministro, ciò che ci ha colpito è innanzitutto l’assenza di risorse, ma non è solo il lavorio della mannaia sul bilancio del MiBAC a disarticolare le politiche culturali, non mancano solo le risorse. Certo, le dico sinceramente che a me ha colpito che lei non fosse presente il giorno in cui un importante imprenditore italiano, il dottor Diego Della Valle, ha annunciato di voler investire risorse ingenti per il restauro del Colosseo. Sa perché mi ha colpito? Perché sono convinta – l’ho scritto anche in un libro qualche anno fa – che risorse pubbliche e risorse private o crescono insieme o deperiscono assieme. Pertanto, signor Ministro, il Colosseo sicuramente è un simbolo e noi ci rallegriamo del fatto che ci sia un importante imprenditore italiano che finanzia il restauro del Colosseo, ma avremmo bisogno di un piano, di una strategia nazionale, di quelle risorse pubbliche a cui si possono associare risorse private in luoghi e per la valorizzazione di beni culturali e archeologici, forse meno noti al grande pubblico ma altrettanto bisognosi di interventi.

Dicevo, non è solo il lavorio della mannaia sul bilancio del MiBAC a disarticolare le politiche culturali, mancano tecnici, mancano le risorse umane e, come giustamente le è stato segnalato dalla missiva del sovrintendente di qualche settimana fa, la macchina del Ministero si è inceppata, appesantita dalla riduzione del personale, dal blocco delle assunzioni. Per tutelare, valorizzare e promuovere il patrimonio Pag. 67culturale italiano c’è bisogno di fare affidamento su tecnici altamente qualificati, che con le politiche del personale da voi messe in atto diventano sempre più rari.

Vi è una desertificazione di quella professionalità straordinaria, di quella burocrazia colta, fatta di storici dell’arte, archeologi, architetti, di cui andava fiero il nostro Paese e che oggi rischia di estinguersi. Ministro, il ridimensionamento del personale del Ministero per i beni e le attività culturali sta lasciando drammaticamente scoperti settori tecnici indispensabili, tra cui in particolare quelli degli architetti e degli archeologi. Lei lo sa: la dotazione organica, come è stato già detto, passerebbe in soli tre anni da 23 mila unità del 2008 a poco più di 18 mila nel 2011 e il personale tecnico in servizio sarà pari appena al 13 per cento dell’organico. Restano scoperti e spesso coperti con doppi incarichi di sicura inefficienza decine di posti di dirigente di prima e soprattutto di seconda fascia, inclusi tanti soprintendenti. Dunque, mancano risorse e mancano uomini, ma mi faccia dire, Ministro, che mancano idee. Sono mancate idee. Da un Governo di centrodestra ci si poteva facilmente attendere la riduzione dell’intervento diretto dello Stato nel settore, a favore di meccanismi per attirare risorse private.

PRESIDENTE. Onorevole Melandri, la prego di concludere.

GIOVANNA MELANDRI. Signor Presidente, ho concluso, ancora un minuto. Se aveste intrapreso questa via, ci saremmo confrontati su opzioni politiche diverse, ma tutte finalizzate a riconoscere la centralità del patrimonio culturale italiano. Niente di tutto ciò. Abbiamo visto da parte sua, Ministro, molti editoriali, ma pochi progetti. Le iniziative assunte, dai commissariamenti alla riforma del Ministero, possono essere catalogate più come camuffamenti di tagli che come innovazione e riforme vere e proprie. Anche i danni di Pompei sono più il segno di un’incuria. Il crollo di Pompei rappresenta questa incuria anche dal punto di vista simbolico, una frana che non si è fermata nemmeno davanti all’esigenza di ricostruzione del centro storico dell’Aquila, Ministro, per il quale è rimasto del tutto inascoltato, tra gli altri, anche un appello firmato mesi fa da tutti gli ex Ministri della cultura di tutti gli orientamenti politici.

PRESIDENTE. Onorevole Melandri, deve concludere.

GIOVANNA MELANDRI. Ecco perché, concludendo, oggi le voglio dire che dopo le reiterate, continue e inascoltate proteste del mondo del teatro, del cinema, dei musei, delle soprintendenze, dopo il crollo a Pompei, non si può stupire, Ministro, che ora la parola sull’azione sua e di tutto il Governo dietro di lei torni al Parlamento. Un Paese senza cultura è un Paese senza futuro o meglio detto con le parole di Garcia Lorca: la cultura costa, Ministro, ma l’assenza di cultura costa ancora di più e questo costo noi non lo vogliamo pagare (

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