giovannamelandri

Il fallimento di Bondi

In Senza categoria on novembre 19, 2010 at 9:04 am

Se perfino Carandini, presidente del consiglio superiore per i beni culturali nominato da Bondi si rivolge oggi allarmato al presidente della repubblica, è facile vedere la totale bancarotta delle politiche culturali. Il ministero dei beni culturali non è più in grado di attuare ciò che l’articolo 9 della Costituzione ci impone: promuovere lo sviluppo della cultura e tutelare lo straordinario patrimonio storico e artistico del nostro paese. Questa situazione «miserevole», per usare le parole di Carandini, non nasce di certo ora.  Basta scartabellare i dati delle Finanziarie, dal 2001 ad oggi, per capire che esiste un filo conduttore dei governi di centro-destra: il costante disinvestimento dalle politiche culturali. Tuttavia, con l’esperienza Bondi si è giunti al collasso definitivo. Non dobbiamo stupirci. Nonostante l’ars retorica del ministro-poeta, ci hanno pensato i suoi colleghi a rendere manifesto l’autentico disegno del governo. Come non ricordare, la triste perfomance del ministro Brunetta in cui incoraggiava l’amico Bondi nell’operazione di chiusura del «rubinetto del Fus», apostrofando con un’espressione profondamente offensiva, come «culturame parassitario », gli operatori del settore. Più recente, ma altrettanto eloquente, la sortita del ministro dell’economia Tremonti, «la cultura non si mangia». Parole pesanti a cui non hanno corrisposto che deboli prese di distanza e debolissime azioni di contrasto del ministro, forse troppo assorto dall’incarico di triumviro del Partito dell’Amore. Ha ragione il collega Granata: Bondi è il peggior ministro dei beni culturali della storia repubblicana. E dispiace dirlo. Perché oggi, come in altre stagioni politiche, questo terreno d’azione del governo dovrebbe essere messo al riparo dal conflitto politico. Come dispiace che Bondi si senta “personalmente” colpito. Sbaglia. Dovrebbe invece comprendere che non vi è alcuna trama oscura dell’opposizione dietro la sfiducia, ma che al contrario si chiedono le dimissioni del ministro per dimissionare non un uomo, ma una politica. Bondi stesso è rimasto imprigionato, impotente nell’immaginare una soluzione per il Belpaese, dalla sua stessa maggioranza, dal governo e dalla sua cieca obbedienza all’assurdo mantra del centro-destra: «L’investimento in cultura è sempre e solo uno spreco di denaro pubblico».

 

D’altronde, proprio sul tema della strategicità dell’investimento in cultura c’è il grande errore di questo governo. Basterebbe guardarsi attorno, per notare come in Europa (in tutta Europa) da tempo ormai, le risorse per la cultura sono considerate un motore propulsore per generare ricchezza nell’economia post-industriale. Ricchezza economica, senza alcun dubbio. Moltiplicatore di buona occupazione. Ma anche ricchezza civile e spirituale. Una risorsa vitale per il nostro futuro.

Caro ministro, non c’è alcun fumus persecutionis nei suoi confronti. Al contrario, la scelta della sfiducia è figlia di un giudizio politico inequivocabile sul modestissimo operato del suo governo. Del resto, mi pare difficile nascondere che il Mibac è stato oggetto, nel corso della sua gestione, di tagli sanguinosi. Nel 2011, il ministero vedrà un’ulteriore riduzione del suo già scarno bilancio di 288 milioni di euro. Il Fus verrà ridotto del 36%, passando dai 414 milioni di euro a poco più di 262 milioni di euro. Anche sul fronte della tutela del patrimonio storico-artistico il quadro è assolutamente negativo. Il capitolo del bilancio per interventi urgenti al verificarsi di emergenze per la salvaguardia dei beni culturali e paesaggistici viene decurtato di 17 milioni di euro. Persino la Direzione per la valorizzazione, guidata dal dottor Resca, caparbiamente voluto da Bondi, subisce un taglio di risorse nel 2011. Ma non è solo il lavorio della mannaia sul bilancio del Mibac a disarticolare le politiche culturali. Come giustamente segnalato dalla missiva dei soprintendenti di qualche giorno fa, la macchina del ministero si è inceppata, appesantita dalla riduzione del personale e dal blocco delle assunzioni. Tutelare, valorizzare e promuovere un patrimonio culturale esteso come quello italiano, deve necessariamente far affidamento su tecnici altamente qualificati, che con le politiche del personale messe in atto da Bondi diventano sempre più rari. Mancano risorse, dunque, mancano uomini, ma mancano anche idee. Ci si poteva facilmente attendere da un governo di destra la riduzione dell’intervento diretto dello stato nel settore, a favore di meccanismi per attirare risorse private attraverso lo strumento della fiscalità di vantaggio. Avessero intrapreso questa via, ci saremmo confrontati su opzioni e politiche diverse, ma tutte finalizzate a riconoscere la centralità del patrimonio culturale nel futuro del paese. Niente di tutto ciò.

Da Bondi ministro abbiamo avuto molti editoriali ma pochissimi progetti. E le iniziative assunte, dai commissariamenti alla riforma del ministero, possono essere catalogate più come camuffamenti di tagli che come innovazioni o riforme vere e proprie. Insomma siamo in presenza di una vera e propria frana delle politiche culturali. Una frana che non si è fermata nemmeno davanti alle esigenze di ricostruzione del centro storico dell’Aquila, per il quale è rimasto del tutto inascoltato, tra gli altri, anche un appello firmato mesi fa dagli ex ministri dei beni culturali di tutti gli orientamenti politici. E dopo le reiterate ed inascoltate proteste del mondo del teatro, del cinema, dei musei, delle soprintendenze, dopo il crollo di Pompei, non ci possiamo certo stupire che ora la parola sull’azione di Bondi e dietro di lui di tutto il governo, torni al parlamento. Un paese senza cultura, è un paese senza futuro o per meglio dire, con le parole di Garcia Lorca: la cultura costa, ma l’assenza di cultura costa molto di più.

Europa Quotidiano del 19.11.2010


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